Napoli, 26 Ottobre – Domenica,1980. Aprile ci sta regalando un tepore che lascia presagire una lunga primavera. Mi sveglio contenta, la casa è inondata di un profumo che andrebbe venduto in boccetta e fatto pagare a un prezzo stellare. In cucina il ragù pippea ossia sobbolle lentamente nel tegame di terracotta, mio fratello sta facendo colazione nel solito pentolino di alluminio colmo di latte bollente, caffè, zucchero a non finire, tanto da restarne sul fondo anche a colazione ultimata e pane raffermo. Mi accingo a fare lo stesso ma con poco caffè, meno zucchero e soprattutto con il tuzzariello, l’estremità del pane che mi fa letteralmente impazzire. Mamma sta dicendo a Franco di non esagerare con lo zucchero che da adulto gli viene il diabete, e a me di non rovinare il pane.

In cucina ci sono belle vibrazioni è come se ognuno di noi arrivasse lì con un cuore sereno, come se una stella si fosse posata durante la notte sulla nostra casa e l’avesse inondata di serenità. Lella preparati che andiamo a messa!

Non ho bisogno di indossare chissà cosa, normalmente resto nell’ingresso della nostra piccola chiesa di via Ritiro, è uno spazio delineato da pannelli di legno massiccio e chi non ha voglia di farsi vedere si ferma lì e scappa via appena don Crescenzo dice: Andate in pace.

All’uscita si crea un piccolo capannello, tutte le zie partecipano alla stessa celebrazione, si scambiano due parole e noi di ncopp a sagliut, sopra la salita, ci incamminiamo per tornare a casa.

Tra una cosa e l’altra arriva l’ora di pranzo, mentre mamma raccoglie le pettole, le tagliatelle che ha fatto di prima mattina, io e Palma apparecchiamo. Papà è tornato a sua volta dalla messa, non va spesso ma se lo fa, va a quella di mezzogiorno nella parrocchia, è bello nel suo vestito blu, così elegante! Chiamo i gemelli che sono in cortile: A mangiareeee!

Siamo tutti seduti al nostro solito posto, sì perché ognuno ha il suo. Mio padre a capotavola, mia madre alla sua sinistra, a seguire Palma e Flora, Franco di fronte a mio padre, Salvatore ed infine io alla destra di mio padre!

Avere un posto prestabilito a tavola è importante, fa presenza ma soprattutto assenza!

Il nostro pranzo è semplice ma abbondante, mangiamo tutti di gusto. La scarpetta non ce la toglie nessuno, non sarà il massimo del galateo ma noi siamo felici. Certo che se ci fossero stati ospiti non avremmo potuto farlo, mia madre ci avrebbe inceneriti con lo sguardo.

Mentre gli altri sorseggiano il caffè, mi siedo sul gradino della cucina e mi lascio accarezzare dal sole caldo, vista l’ora. Mi volto leggermente, quel quadro all’interno della cucina, è così bello! Mai avrei pensato che col passare degli anni, avrebbe acquisito più valore del “Salvator Mundi” di Leonardo da Vinci!

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Lella Di Marino
Laureata in Scienze Teologiche, esercita la professione di insegnante per molti anni. Scrive poesie e racconti dall'età di 9 anni. Dal 2014 decide di dedicare la sua vita totalmente a ciò che ama di più al mondo: scrivere.
Ama l'amore e tutto ciò che lo rappresenta ed è su questo sentimento che costruisce la sua vita.