La confessione dell’imprenditore davanti al gip apre nuovi interrogativi sull’attentato al conduttore di Report: al vaglio degli investigatori telefoni e computer, mentre Ranucci potrebbe essere ascoltato come persona informata sui fatti.

 

Napoli, 13 Agosto – Per quasi dieci mesi l’attentato davanti alla casa di Sigfrido Ranucci è rimasto avvolto nell’ipotesi di un’azione criminale legata alle minacce ricevute dal giornalista. Ora l’inchiesta della Procura di Roma prende una direzione ancora più sorprendente: Valter Lavitola, imprenditore ed ex direttore dell’Avanti!, ha ammesso davanti al gip di essere il mandante dell’attentato, sostenendo però di aver agito per proteggere l’amico e far innalzare il livello della sua scorta.

La confessione rappresenta una svolta radicale rispetto alla posizione assunta dallo stesso Lavitola poche settimane fa. L’8 luglio, ascoltato in Procura, si era infatti avvalso della facoltà di non rispondere e aveva respinto ogni responsabilità, dichiarando di non sapere chi avesse organizzato l’attentato né quale potesse essere il movente.

L’esplosione risale al 16 ottobre 2025, davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia. L’ordigno provocò ingenti danni alle automobili del giornalista e della figlia, senza provocare vittime. Ranucci, conduttore di Report e volto noto del giornalismo d’inchiesta della Rai, era già sottoposto a protezione a causa delle minacce ricevute nel corso della sua attività professionale.

Secondo la versione fornita da Lavitola nell’interrogatorio di garanzia, il suo obiettivo non sarebbe stato quello di colpire Ranucci, ma, paradossalmente, di proteggerlo. L’attentato sarebbe stato organizzato per ottenere un rafforzamento della scorta, nella convinzione che il giornalista fosse realmente esposto a possibili aggressioni.

Una ricostruzione che dovrà però essere verificata dagli investigatori. La confessione di un indagato, infatti, non coincide automaticamente con la verità processuale: il movente dichiarato dovrà essere confrontato con gli elementi raccolti nell’indagine.

È proprio su questo punto che potrebbe concentrarsi la prossima fase dell’inchiesta. Gli investigatori della Procura di Roma stanno analizzando telefoni, computer e altri dispositivi sequestrati a Lavitola. L’esame tecnico potrebbe richiedere diverse settimane e servire a ricostruire contatti, comunicazioni e rapporti intercorsi prima e dopo l’attentato.

Al termine degli accertamenti, gli inquirenti potrebbero decidere di ascoltare Ranucci come persona informata sui fatti. Un’eventuale convocazione, secondo le informazioni disponibili, non sarebbe quindi imminente e potrebbe essere calendarizzata non prima di settembre.

Il passaggio sarebbe particolarmente delicato perché Ranucci non è indicato come indagato nell’inchiesta. Il suo eventuale ascolto avrebbe lo scopo di acquisire elementi utili alla ricostruzione dei rapporti con Lavitola e delle circostanze che hanno preceduto e seguito l’attentato.

È proprio il rapporto personale tra i due uomini a rendere la vicenda ancora più intricata. Ranucci aveva definito Lavitola un amico e, quando il nome dell’imprenditore era entrato nell’inchiesta, aveva espresso pubblicamente il proprio stupore. Gli investigatori ritengono invece che Lavitola possa aver avuto un ruolo di mandante e che si sia servito di intermediari per arrivare agli esecutori materiali.

La Procura aveva già disposto quattro misure cautelari nei confronti delle persone ritenute coinvolte nell’esecuzione dell’attentato. L’indagine dovrà ora stabilire con precisione la catena delle responsabilità e, soprattutto, se la versione fornita da Lavitola sul movente sia sostenuta da riscontri concreti.

Nel frattempo Lavitola resta in carcere. Il gip di Roma ha respinto la richiesta della difesa di sostituire la custodia cautelare con gli arresti domiciliari. Il suo legale, Sergio Cola, aveva avanzato la richiesta al termine dell’interrogatorio di garanzia, dopo la confessione del proprio assistito.

La svolta, dunque, non chiude l’inchiesta: la riapre sotto una luce diversa. Restano da chiarire almeno tre questioni decisive: perché Lavitola abbia realmente ordinato l’attentato, se la finalità fosse davvero quella di rafforzare la protezione di Ranucci e quale sia stato l’effettivo ruolo delle altre persone coinvolte. A questo si aggiunge un interrogativo centrale: quanto della ricostruzione fornita dall’imprenditore troverà conferma nei dispositivi sequestrati e negli altri elementi raccolti dagli investigatori?

Per Ranucci, intanto, la vicenda assume una dimensione ancora più complessa. Il giornalista si trova al centro di un caso nel quale l’attentato subito, le minacce legate al suo lavoro, un’amicizia personale e una confessione inattesa si intrecciano nello stesso fascicolo.

La verità giudiziaria, però, dovrà ancora essere ricostruita. E saranno soprattutto i riscontri dell’inchiesta, più delle dichiarazioni dei protagonisti, a stabilire quale sia stato il movente reale dell’attentato e chi abbia avuto consapevolmente un ruolo nella sua organizzazione.

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.