Il Segretario Generale Maurizio Grosso: “Nonostante sia stato bocciato dal Governo Meloni,
grazie alla Puglia ne possiamo rivendicare l’applicazione in tutte le Regioni a favore degli appalti”
Roma, 18 Dicembre – La proposta di legge sul salario minimo a 9 euro l’ora è stata recentemente affossata in Parlamento dalla maggioranza che sostiene il Governo Meloni, nonostante sia ormai evidente che l’assenza di una soglia salariale dignitosa rappresenti una delle cause principali della diffusione del lavoro povero in Italia.
In questo quadro, arriva una notizia di grande rilievo dalla Regione Puglia, che accogliamo con grande soddisfazione: la decisione della Corte costituzionale di respingere il ricorso del Governo Meloni contro la legge pugliese sul salario minimo negli appalti pubblici. Ciò conferma la piena legittimità dell’obbligo di applicare contratti collettivi che prevedano una retribuzione oraria non inferiore a 9 euro.
Si tratta di una pronuncia di straordinario valore politico e sociale, che rafforza concretamente la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori impiegati negli appalti pubblici e pone un argine reale al dumping salariale, alla competizione al ribasso e alla precarizzazione del lavoro.
Alla luce di questa sentenza, il Segretario Generale del SIFUS CIAS, Maurizio Grosso, annuncia che il sindacato chiederà formalmente a tutte le Regioni italiane di attivarsi immediatamente per adottare normative analoghe a quella pugliese, introducendo il salario minimo negli appalti pubblici regionali come requisito vincolante nelle procedure di gara.
«La decisione della Consulta – dichiara Maurizio Grosso – dimostra in modo inequivocabile che le Regioni possono e devono esercitare il proprio ruolo istituzionale per garantire dignità salariale e diritti fondamentali ai lavoratori. Il modello Puglia rappresenta oggi una buona pratica da estendere su tutto il territorio nazionale. Non è più accettabile che negli appalti pubblici si continui a risparmiare sul costo del lavoro, scaricando il prezzo sulle spalle di chi lavora».
Il sindacato si impegna fin da subito ad avviare un confronto con le istituzioni regionali affinché questa battaglia di civiltà diventi patrimonio comune e si traduca in norme concrete e vincolanti in tutte le Regioni d’Italia.
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