Cultura

Per una memoria viva e attiva della Transumanza (Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco) e per la cittadinanza globale

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Napoli, 28 Dicembre – Le case lasciate chiuse, con l’antico sistema del semplice paletto di legno, sono ancora tante e non solo nel Mezzogiorno d’Europa. Interi paesetti di montagna sono rimasti spopolati ed altri hanno interi quartieri con le porte chiuse da anni come Letino, Gallo Matese, Ciorlano, Roccamandolfi, Sepino, Guardiaregia, Casalciprano, dove fanno il museo diffuso dell’emigrazione con visita a case lasciate vuote da 50 e passa ann: per restare solo in area del Matese nativo e dintorni. La migrazione è un fenomeno connesso con l’ampliamento dell’areale della specie Homo sapiens, non è casuale nella maggior parte dei casi come comunemente si crede. La vita dell’uomo fino al paleolitico era nomade, dopo, con il neolitico, è divenuta stanziale. Attualmente una percentuale elevata degli oltre 7 miliardi di individui della nostra specie emigrano come in Africa dall’Etiopia e Paesi contermini verso il Sud Africa. In Asia, in America Latina le migrazioni economiche sono una costante da tempo. In Columbia, a Bogotà, dal 9 al 14 c. m., sé deciso che “La transumanza è patrimonio immateriale dell’Unesco”. La decisione finale spettava al comitato intergovernativo dell’Unesco (un organo che riunisce i rappresentanti degli oltre 170 Stati parte della Convenzione Unesco). La transumanza era un fenomeno che in piccola misura ha iniziato un lungo processo di migrazioni umane sia pure insieme agli armenti. Successivamente i gruppi familiari sono migrati per cause economiche fino all’attuale migrazione, spesso, individuale con un più rapido tendere verso la cittadinanza globale. Quando l’Homo sapiens vivrà sul pianeta Terra con la cittadinanza globale? Se il processo di globalizzazione continua rapido basteranno pochi decenni o anche pochi secoli nella peggiore delle ipotesi.

Le generazioni attuali imparano in fretta sia le lingue che il sistema digitale permette loro di usare W. Sapp come una volta si usava la posta poche volte l’anno. La cittadinanza globale o internazionale sarà una realtà comoda per tutti, finiranno i localismi esasperati e i nazionalismi antistorici del futuro. Non pochi pensano in modo provinciale e credono che la transumanza interessi solo il proprio piccolo o grande comune italiano, magari del centro sud della nostrana penisola italica. Per altri, invece, la transumanza è un fenomeno globale che ha interessato ed interessa ancora parti di tutti i continenti, esclusa l’Oceania. Anche dalle Alpi alle pianure sottostanti (italiane, austriache, slovene, Svizzere, Francesi) l’alpeggio o transumanza verticale si rinnova di anno in anno con cerimonie festose. La migrazione delle greggi di pecore che dagli alti monti scendono verso le pianure e il mare, si rinnova a ogni inizio d’autunno. Transumanza che ha avuto esordio anche per l’ormai storico gregge della famiglia Laner di Kamauz, nel comune di Frassilongo in valle dei Mocheni, che è sceso verso Pergine, transitando poi per la frazione di Cirè. Quindi, lemme lemme, alla rotatoria per Civezzano, nelle frazioni Barisei e Sille, per raggiungere una prima tappa di pascolo e riposo al «Piani» di Fornace, dopo avere attraversato Pian del Gac. Naturalmente – nonostante la ricerca di percorsi alternativi – con qualche piccolo disagio arrecato alla circolazione stradale con ingorghi agli svincoli sulla statale della Valsugana e su un tratto della Pinetana.  Rallentamenti e soste ripagati dall’immutata piacevole curiosità mostrata automobilisti e abitanti le zone di passaggio. Con il pastore papà Aldo Laner, i giovani figli Mattia e Michele aiutati da un terzo pastore. E, naturalmente, dai tre cani addestrati a fare coppia fissa con i pastori. «Cani della razza «Lagorai» che sono bravissimi nel mestiere di mantenere compatto il gregge e radunare tutti gli animali in ogni momento, oltre a fare la guardia notturna» ci confida Mattia Laner, mentre si trova a imboccare lo stradone all’ingresso di Nogaré, con il fratello Michele a consigliarlo di rallentare per mantenere unite le oltre mille pecore, fra le quali ci sono pure una quindicina di asini, il cavallo «amico» di Mattia, oltre a una cosa come 30 e più agnellini trasportati sull’apposito carro. Sono, i nostri pastori, appena usciti dal bosco dove hanno percorso in salita la mulattiera che sale dalla Valgranda, costeggiando a tratti il rio Silla. «Siamo partiti da Malga Cagnon di Sopra (a 1885 metri d’altitudine, nei Lagorai, ndr) e rimaniamo a bassa quota fino a novembre, quando ci dirigeremo – come ogni anno – nelle zone a pascolo del Veneto. Lì si rimane fino a maggio, quando sarà tempo di ritorno sui nostri monti» racconta papà Aldo Laner. Praticamente, una vita da nomadi che ti permette ancora di sopravvivere, ma solamente se sorretta da tanta passione per questo mestiere piuttosto duro, con sole, pioggia, tanto caldo e altrettanto freddo. E lancette dell’orologio sempre pronte, a qualsiasi ora del giorno e della notte, a farti sussultare.

Ma, comunque, sempre accompagnato dal privilegio di godere delle bellezze della natura. Sono alcune delle disquisizioni che si possono porre in rilievo dalla bella chiacchierata avuta con Aldo e il più giovane pastore Mattia. Famiglia Laner di Kamauz che commercia le proprie pecore attraverso alcuni grossisti e che – testimonia ancora papà Aldo – lo scorso mese di agosto ha dovuto fare i conti con la presenza dei lupi che si sono mangiate ben sette pecore. Buon viaggio, pastori, che la via del ritorno vi si illumini ancora! Leggiamo che scrive la Pro Loco di Bressanvido. “A Bressanvido in provincia di Vicenza si svolge dal 27 Settembre al 08 Ottobre 2019 la ventinesima edizione della Festa della Transumanza. La Festa della Transumanza nasce nel 1999 da un’intuizione della Pro Loco di Bressanvido: il riscontro avuto negli anni precedenti di una sempre più massiccia presenza di persone lungo le strade che accoglievano con entusiasmo l’arrivo della mandria dei Fratelli Pagiusco in rientro dall’alpeggio fornì l’idea al Consiglio di Amministrazione della Pro Loco di realizzare una manifestazione per rievocare ed onorare questa antica tradizione. Si partì installando un capannone all’interno della corte della fattoria Pagiusco dove si organizzavano spettacoli ed era presente lo stand gastronomico. L’importanza della manifestazione è cresciuta di anno in anno e questo ha portato ad ampliare gli spazi e le attrattive: negli anni successivi sono stati montati 3 grandi capannoni a fianco della fattoria che ospitano le conferenze e la mostra artigianale. Importante inoltre è anche il coinvolgimento delle varie Associazioni volontaristiche del paese che contribuiscono alla riuscita della manifestazione. La Transumanza di Bressanvido vuole innanzitutto esaminare, documentare e valorizzare la tradizione di un rito che ha radici profonde nel nostro territorio, riportando ad aspetti della nostra storia veneta importanti e legati alla tradizione di un mondo rurale ancora vivo e presente nella nostra comunità. Si tratta di un’esperienza vera ed entusiasmante che rimane nella memoria della gente per lungo tempo. Con la varietà delle iniziative proposte, la Festa della Transumanza è in grado di fare da ponte tra le vecchie e le nuove generazioni. Gli anziani possono rivivere le esperienze del passato acquisendo importanza alla luce dei più giovani che possono vedere con i loro occhi com’era la vita di un tempo. La Festa è diventata un “Testimonial” importante per il settore agricolo-alimentare: molte aziende del settore sono diventati i nostri principali sponsor ed allestiscono stand espositivi che attraggono numerosi visitatori. Le migliaia di persone che partecipano alla festa hanno imparato a conoscere il nostro territorio ed ad apprezzare gli aspetti agricolo-paesaggistici connessi. Nel Nord Italia dunque le radici transumanti dei montanari sono ancora vive anche oggi con la moderna società postindustriale e con oltre il 30% di aziende che esportano. La Spagna, il Portogallo, la Grecia e i tanti Paesi dell’Europa Orientale a tratti hanno ancora la transumanza che scandisce il tempo, la vita economica e familiare di vasti territori. Per la maggior parte però il fenomeno transumante appartiene al recente passato in Europa un po’ dappertutto, mentre in Asia e America Latina appare ancora praticata. Quello che conta è che il ricordo non diventi solo folclore per spendere qualche soldo o farlo spendere ai turisti, ma la memoria diventi attiva e costruttiva di una civiltà dove il singolo e la famiglia siano più indipendenti del passato con la crescita del reddito che è basilare anche per evitare il voto di scambio ed avere quello d’opinione anche se non sempre il povero è obbligato al voto di scambio dalle circostanze. Spesso è più il ceto medio che ha figli da sistemare o pratiche da far passare avanti senza attendere la fila ed il tempo necessario. Un ex scrittore di Caiazzo ciò me lo ripeteva frequentemente: a raccomandare qualcuno non è il povero, ma il ricco.

Quanti nipoti di nonni transumanti ho conosciuto nella mia vita. Tanti, quasi tutti quelli della mia generazione del Sannio in particolare. Mio nonno paterno, omonimo, era un pastore transumante da Letino a Candela per la transumanza dannunziana o orizzontale e da Letino a Marcianise per quella verticale o locale. Nonno Giuseppe-Peppino a Letino- oltre a 6 figli aveva anche due “garzoni” reclutati dai più poveri Letinesi. Le pecore che possedeva erano mille, mi diceva mio padre Luigi: Letino 1915, Piedimonte Matese 1984. San Gregorio Matese deteneva il primato di ovini sull’alto Matese anche per il feudo plurisecolare dei nobili Gaetani di Piedimonte d’Alife, oggi Matese. La classica poesia della transumanza è quella del romanziere e poeta abruzzese Gabriele D’Annunzio, tratta da Alcyone (Milano, Treves 1903),“I Pastori”

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

La poesia I pastori (a volte indicata come I pastori d’Abruzzo) fa parte dell’ultima sezione di Alcyone, intitolata Sogni di terre lontane. Alcyone è il terzo libro delle Laudi di G. D’Annunzio: venne pubblicato per la prima volta nel 1903, racchiudendo le liriche composte tra 1899 e il 1903, per un totale di 88 poesie. Secondo i critici, si tratta del momento più alto della lirica dannunziana. La domanda di D’Annunzio del perché non è più con i suoi pastori apre un altro interrogativo, quello della diversa identità del poeta come di chiunque altro in questo mondo. La non perdita di radici, ma il cambio di esse non è semplice e comporta tentennamenti e richiami irrazionali del passato. Ma il mondo già globalizzato attuale ha iniziato un nuovo tratturo transumante verso la cittadinanza globale, come ho potuto verificare nella mostra a Treviso nell’ex carcere asburgico, dove 15 artisti hanno illustrato l’ambiente dei migranti, la loro nuova identità più ricca di cultura, di lingue, di conoscenza. I figli e i nipoti dei migranti sono già sul tratturo transumante verso la cittadinanza globale, che in futuro interesserà non pochi dei quasi 8 miliardi di individui della nostra specie biologica, ricca di un’evoluzione soprattutto culturale.

Della Transumanza ha scritto non poco lo studioso molisano Antonino Di Iorio, di Pietrabbondante, ma anch’io ne ho scritti di articoli su vari media campano-molisani e romeni. Da Bogotà, dove si è riunito il comitato intergovernativo dell’Unesco, la Transumanza dunque diventa patrimonio dell’umanità poiché il comitato intergovernativo dell’Unesco, ha preso, difatti, la decisione. Il voto è stato espresso all’unanimità e la tradizionale migrazione stagionale degli animali lungo i tratturi e verso condizioni climatiche migliori entra, di fatto, nella lista del patrimonio culturale. Anche se riguarderebbe l’Italia nel suo complesso, i luoghi simbolici indicati sono Amatrice, da cui è partita la candidatura dopo il sisma dello scorso anno, Frosolone, Pescocostanzo e Anversa degli Abruzzi, Lacedonia in alta Irpinia in Campania, San Marco in Lamis e Volturara Appula insieme a territori di Lombardia, Val Senales in Trentino Alto Adige, e Basilicata. I pastori transumanti hanno una conoscenza approfondita dell’ambiente, dell’equilibrio ecologico tra uomo e natura e dei cambiamenti climatici, così scritto nelle motivazioni del riconoscimento. Soddisfatto il governatore regionale Donato Toma: “Un riconoscimento tanto atteso quanto meritato», evidenzia. «Un risultato lodevole per quanti, con sacrificio, perseveranza e grande determinazione hanno portato avanti, negli anni, questa bellissima tradizione. Congratulazioni alla famiglia Colantuono e ad Asvir Moligal per il prestigioso obiettivo raggiunto”. Certo il riconoscimento arriva con notevole ritardo poiché, dalla fine degli anni Cinquanta, lungo i tratturi tra l’Abruzzo e la Puglia non passano più i pastori lungo l’erbal fiume silente dannunziano. Con l’arrivo del boom economico tutto è cambiato e resta sempre più soltanto la memoria di ciò che fu l’ultramillenaria civiltà della Trasumanza, che ho apprezzato anche in Romania ad Alba Iulia dove c’è un museo degli Appuli, che ricorda le antichissime relazioni commerciali transumanti con l’alta Puglia.

Apulum è un’antica città (oggi Alba Iulia), che sorgeva all’incrocio di antiche vie di commercializzazione dell’oro e del sale (considerando la sua notevole vicinanza alle miniere aurifere dell’Alburnus Maior), fu fondata dai Romani durante la conquista della Dacia già a partire dal 102 d.C. con un nucleo di veterani. Fu il centro urbano principale e più esteso dell’intera Dacia, con la Legione XIII Gemina. Con due colleghi romeni, G. Hasa e I. Bodrean abbiamo bevuto una bottiglia del vino Vecchia Apulia per rocordare la transumanza Dacia-Puglia alta.Troia celebra la transumanza (patrimonio Unesco). Come da secoli, le greggi attraverseranno il centro di Troia, di ritorno dai pascoli di montagna. Quello di domenica prossima, 22 dicembre, alle 9, sarà la prima transumanza, in assoluto, dopo il riconoscimento Unesco per la millenaria pratica. Domenica, il gregge dei Fratelli Carrino attraverserà la città di Troia per il ritorno a valle partendo dai pascoli dei Monti Dauni dove hanno trascorso estate e autunno. “E’ un momento attesissimo dai pastori, e anche da noi, qui a Troia, che da qualche anno dedichiamo alla transumanza un’intera giornata di festa” dice la vice sindaco di Troia, Antonella Capozzo. “Il riconoscimento da parte dell’Unesco è il coronamento di un sogno, e con il passaggio delle greggi dei fratelli Carrino rendiamo omaggio, per primi, alla transumanza quale patrimonio culturale immateriale dell’Umanità”. Dopo il riconoscimento Unesco della Transumanza i pastori transumanti guideranno le pecore lungo il tratturello Camporeale-Foggia, diramazione del regio tratturo Candela – Pescasseroli, le antiche strade erbose e silenziose che dalla montagna si allungano sul Tavoliere, ricalcando la via Traiana e la Francigena, per arrivare in pianura, dove le condizioni climatiche invernali saranno migliori. “Scenderemo dai pascoli dei Monti Dauni, da Orsara di Puglia, dove abbiamo alcuni degli stazzi che hanno ospitato da giugno scorso il nostro gregge” dice Cristoforo Carrino, allevatore e veterinario, che con i fratelli guida l’azienda di famiglia a San Giusto, piccolo e antico borgo rurale tra Lucera e Troia.

“Fieri di questo riconoscimento per la tradizione rurale italiana – per il ministro dellAgricoltura Teresa Bellanova ringraziando tutti quelli “che con il loro impegno hanno reso possibile un risultato che ribadisce il ruolo di primo piano svolto dal nostro Paese nel valorizzare il proprio patrimonio agroalimentare, i paesaggi rurali, le tradizioni e il nostro saper fare”. Parole alle quali si associa il ministro dell’Ambiente Sergio Costa: “questo risultato che riconosce e premia il lavoro svolto dal mio capo di gabinetto, il professor Pier Luigi Petrillo, autore del dossier, e dall’ambasciatore d’Italia all’Unesco Massimo Riccardo, che ringrazio per l’impegno profuso nel negoziato internazionale fino alla fine”. “Valore della tradizionale migrazione stagionale delle greggi, delle mandrie e dei pastori che, insieme ai loro cani e ai loro cavalli, si spostano dalla pianura alla montagna, percorrendo le vie semi-naturali dei tratturi, con viaggi di giorni e soste in luoghi prestabiliti, noti come stazioni di posta”. Per la Coldiretti Molise è ”Un riconoscimento importante che conferma il valore sociale, economico, storico e ambientale della pastorizia che coinvolge in Italia ancora 60mila allevamenti nonostante il fatto che nell’ultimo decennio il “gregge Italia” sia passato da 7,2 milioni di pecore a 6,2 milioni perdendo un milione di animali”. Il Tratturo Pescasseroli-Candela comunque potrà beneficiare di iniziative volte a valorizzare la memoria della nostrana civiltà della Transumanza del Matese sia molisano che campano poiché esistono vari bracci tratturali per Roccamandolfi, Bojano, Altilia, San Gregorio Matese, Guardiaregia, Sepino, Alife, Prata, Pratella, Cerreto Sannita, Letino. L’alta Puglia era il luogo invernale dei pastori transumanti che vi giungevano in autunno e ripartivano in primavera. La Puglia aveva i territori di Lucera, Foggia e Candela, tre delle tante zone di stazzi di ovini, milioni e milioni di pecore vi sono giunte in millenni di civiltà transumante. A Cusano Mutri, lo Scriptorum Loci, Vito A, Maturo ha scritto  pubblicato”Pecora pecunia” un saggio dedicato alla transumanza,ben documentato, insieme al colto molisano Natalino  Paone. Tra San Gregorio Matese (CE) e Baranello (CB) vi è stato, per usare un eufemismo, una sorta di albero secolare piantato dal matrimonio di Luisa Zurlo, di Baranello e figlia del noto ministro del regno di Napoli, con Giovanni Caso: dalla loro unione nacque il figlio Beniamino Caso che, da liberale, armò la “Legione del Matese” per aiutare Garibaldi a vincere la battaglia del Volturno nonostante la sconfitta garibaldina di Pettoranello (IS) sul Matese molisano. Oggi che la transumanza è patrimonio mondiale dell’Unesco non posso che gioire, ma il ricordo non deve tramutarsi in accademia che rindonda il passato soltanto. Le pecore a Letino ci sono ancora e forse riprenderanno a crescere se il futuro parco del Matese saprà valorizzare i pastori, che sono divenuti negli ultimi 4 decenni esigui fino a quasi scomparire del tutto.

La memoria deve essere viva ed attiva per accrescere il reddito dei residenti del Matese in modo speciale. Crescendo il reddito cresce anche l’autonomia di pensiero e il suddito diviene cittadino, libero da timori, ossequi dei potenti di turno e libero. Ta decenni mi batto per prospettare l’utile galleria di valico del Matese tra Guardiaregia, Cusano Mutri e Gioja S., ma invano poiché i politici campani soprattutto fanno a gara per disinteressarsi della strozzatura viaria rappresentata dal baluardo montuoso del Matese, che con la tecnologia moderna potrebbe essere ribucato in un tempo breve rispetto agli anni Sessanta quando l’acquedotto campano realizzò il più lungo tunnel sotto il monte Mutria procedendo di pochi metri al giorno e nel 1969 permise di intubare l’acqua del fiume Biferno per dissetare la grande Napoli. La transumanza non deve restare solo un vago ricordo passivo, ma deve essere esperienza di grandi distanze percorse dai nostri pastori per un’economia di auto sussistenza integrata dagli scambi con altri popoli con altre economie. I Pugliesi ricevevano concime naturale o letame dagli stazzi invernali dei pastori matesini, ma compravano anche lana ed agnelli ed i pastori rientravano a maggio sui monti con gli ovini in buono stato di salute e con le loro tasche non al verde. I pastori ripartivano per la Capitanata ad ottobre e per millenni le date erano scandita dalla tradizione.

Dal Matese a Lucera ne sono transitate di pecore della transumanza fino ai primi anni Sessanta, poi tutto è cambiato e lungo i tratturi vi si recano solo nostalgici di tradizioni semisepolte dalla modernità, che importa agnelli e lana dall’Argentina, ecc.. Anni fa ho avuto uno studente dei corsi serali per lavoratori adulti e tra gli tudenti vi era uno di Deliceto (FG), dove fu composto il più famoso canto natalizio”Tu scendi dalle stelle”, il canto natalizio di Alfonso Maria de’ Liguori.  Noto anche con il nome di Canzoncina a Gesù Bambino, o ancora A Gesù Bambino, si tratta di un canto di Natale composto in lingua napoletana dal vescovo cattolico e santo Alfonso Maria de’ Liguori. Infatti, il titolo della versione originale e dialettale è: Quanno nascette Ninno. Ma chi era Alfonso Maria de’ Liguori? Fu un vescovo e compositore nato a Napoli nel 1696; Alfonso Maria de’ Liguori fondò, inoltre, la Congregazione del Santissimo Redentore. Come compositore, porta la firma di svariate opere teologiche, apologetiche, morali, letterarie e di numerose melodie; il vescovo divennne poi santo nel 1839 sotto papa Gregorio XVI. Tu Scendi dalle Stelle, la cui melodia venne scritta durante la sua permanenza presso il Convento della Consolazione a Deliceto, Delecìte in dialetto dauno. Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo, e vieni in una grotta al freddo e al gelo, e vieni in una grotta al freddo e al gelo. O Bambino mio divino, io ti vedo qui tremar;o Dio beato!Ahi quanto ti costò l’avermi amato!. Il testo nel corso degli anni ha subìto numerose modifiche e variazioni, alcune dovute principalmente agli interventi da parte dell’autore stesso, ma altre dovute alla tradizione popolare che si appropriò del canto.“

Troia celebra la transumanza (patrimonio Unesco). Ad attendere il passaggio ci sarà l’amministrazione comunale, la delegazione del Club per l’Unesco di Alberona – Monti Dauni, guidata dalla presidente, Orfina Scrocco, e naturalmente l’Associazione Regionale Allevatori Pugliesi che anche questa volta contribuisce ad organizzare la manifestazione in città. Sarà una giornata di festa per Troia e per i tanti appassionati di tradizioni, di vita rurale. Per l’occasione, i soci del Museo Vivente della Civiltà Contadina di Troia, allestiranno, lungo il percorso postazioni che riproporranno scene di vita contadina, con attrezzi e corredi utilizzati dai  pastori transumanti. “La riscoperta della cultura rurale può diventare un punto di forza della nostra economia turistica – sottolinea Rosalia Di Mucci, delegata al turismo del Comune di Troia – Il riconoscimento della transumanza come bene culturale immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco è un punto di forza su cui fare leva per mettere a punto una programmazione dedicata al turismo slow, a quello esperienziale che alcune aziende del territorio già propongono”. Il passaggio delle greggi, il silenzio delle strade dei nostri piccoli borghi rotto dal suono dei campanelli, dal belato degli agnelli ha un fascino irresistibile per grandi e piccini. A praticare la transumanza come i fratelli Carrino, qui in Capitanata, attraversata da due tratturi regi e ricamata da una fittissima rete di tratturelli e bracci, sono rimasti in pochi. “La transumanza non è solo tradizione, ma una vera e propria scelta di vita, di essere allevatori, e quindi di fare impresa, economia secondo un preciso modello e criteri – dice ancora Cristoforo Carrino – Continueremo a praticare la transumanza perché crediamo nella sostenibilità, nel valore della terra, nel rispetto degli animali. Per noi, allevatori transumanti, la cura dell’ambiente naturale e del paesaggio sono fondamentali”. Quella dei fratelli Carrino è un’azienda storica, nata sul territorio proprio grazie alla transumanza. Originari di Frosolone, provincia di Isernia, da parte di padre, i Carrino continuando nel solco della tradizione hanno creato una delle più belle realtà zootecniche di Puglia. Nell’azienda di famiglia, un’antica masseria a borgo San Giusto, oltre alle pecore, allevano, cavalli, asini, mucche podoliche, bufali, e dato vita ad una filiera completa, che va dalla produzione e trasformazione di latte, formaggi e latticini, alla lavorazione della lana.  “I fratelli Carrino sono un esempio di com’è possibile fare economia sana e moderna anche in un comparto difficile come quello zootecnico – dichiara Urbano Di Pierro, delegato all’agricoltura del Comune di Troia – questa è l’economia che ci piace: sostenibile, fortemente legata alle tipicità dei territori in tutte le sue espressioni. Se oggi la transumanza è patrimonio dell’umanità lo dobbiamo a uomini e donne che alla cura degli animali, dell’ambiente in cui vivono dedicano, ogni giorno, passione, sacrificio e rispetto, e noi abbiamo il dovere di preservare un patrimonio immenso di conoscenza e  modello di economia”. Il Matese- complesso montuoso tra Campania e Molise esteso oltre 1500 kmq, largo mediamente 20 km da nord a sud e lungo 75 km da nordovest a sudest- è uno scrigno di reperti ambientali (naturalistici, storici, archeologici, architettonici, artistici, ecc.) da esplorare meglio anche per offrirli in dono alle cure “conservative” dell’istituendo Parco Naturale Nazionale del Matese? Alcuni sono concordi molti altri no perché ritengono il parco stesso generatore di vincoli che ingesserebbero lo sviluppo territoriale matesino compreso quello bojanese e dintorni. Sul Parco, come Naturalista, ho scritto più volte anche su questo media nazionale oltre che su Molise Economico, il Titerno e negli Annuari dell’ASMV (Associazione Storica del Medio Volturno). Il Molise ed il Sud tutto hanno bisogno di più attenzione governativa per i giacimenti culturali semi abbandonati e non ben valorizzati da una burocrazia invadente la società più civile. Le Sovrintendenze Ambientali, come dice lo studioso, Antonino Di Iorio, in un suo recente saggio storico dedicato al Molise, usano i reperti per fare le carriere interne dei propri dipendenti e non per mostrarli a tutti come res publica poiché i reperti sono della società e non proprietà esclusiva delle Sovrintendenze medesime, che svolgono un servizio per il pubblico. Nel Molise la cultura essenziale, degli antichi Sanniti Pentri, sembra essere più presente che nel Sannio alifano e beneventano e in essa vedo più diffusamente le virtù connesse alla vita sana, laboriosa ed onesta.

A Nord del Matese passava e passa lo storico Tratturo della transumanza orizzontale Pescasseroli-Candela con tappa ad Altilia, dopo aver valicato Porta Bojano con epigrafi significanti del periodo romano quando le pecore erano imperiali e alcuni commissari preposti alla conta delle pecore in transito rubavano dando la colpa ai pastori. A Bojano annualmente si rinnova la storica leggenda del Ver Sacrum o Primavera Sacra (7mila giovani Sabini, nati nel medesimo anno, venivano sacrificati al dio Marte e inviati, con sacerdoti e armati, a fondare una nuova colonia a Bojano, dove il bue, sacro o totemico, si fermò alle sorgenti del Biferno) con lo scrivente che ha impersonato due volte il ruolo del Sacerdote che dà moglie ai giovani guerrieri del Sannio distintisi in battaglia ed invoca la Dea del Matese a far piovere per le necessità agricole locali. Il reperto dell’incensiere, donato da una donna forse ad una Dea potrebbe essere la stessa alla quale da sacerdote dell’VIII sec. a. C. ho invocato l’intercessione per far piovere sulla piana di Bojano. Quella donna Sannita era emancipata non poco per potersi permettere di donare un oggetto significante e sacrale, senza il permesso obbligatorio del padre, dei fratelli e del marito. I nobili Romani prendevano moglie nel Sannio perché ritenevano le donne Sannite più severe nell’educazione dei figli. Ma riandando nel tempo alla transumanza orizzontale tra Abruzzo e Puglia ricordiamo la Regia Dogana della Mena delle Pecore in Puglia. Essa abolita all’inizio del XIX secolo, era un’istituzione attraverso la quale si disciplinava l’attività economica che ruotava attorno al transito delle greggi che specialmente dall’Abruzzo e dal Molise, scendevano a svernare nel Tavoliere delle Puglie. Ai fini fiscali, rappresentava una delle maggiori entrate per il Regno; ogni anno la Regia Corte affittava gli erbaggi per il pascolo delle pecore e degli animali grossi. Nel 1592 furono censiti nei pascoli del Tavoliere 4.471.496 pecore e 9.600 animali grossi, che fruttarono al governo 622.173 ducati e 7 carlini. Questo tipo di finanziamento esisteva già al tempo dei romani, come narra Varrone, e in epoca normanno-sveva il transito degli animali provenienti dall’Abruzzo è indicato nelle costituzioni del re Ruggiero e dell’imperatore Federico. Le lunghe guerre che afflissero il paese portarono alla rovina la dogana, che fu ricostituita solo nel 1447 da Alfonso d’Aragona, Re di Napoli. In origine la proprietà dei terreni era ripartita tra il fisco, i baroni, le chiese e altri proprietari particolari; il governo li acquistò e li ricondusse ad unità, realizzando una vasta estensione di terreno denominata Tavoliere che si estendeva per circa 70 miglia di lunghezza e 30 di larghezza. Inizialmente le terre furono divise in 43 porzioni, poi ridotte a 23, dette locazioni e locati erano coloro che fruivano dei terreni a pascolo. Il Sovrano aragonese intenzionato a ricostituire la dogana, nominò Francesco Maluber come commissario riformatore e primo doganiero, assegnandogli, per quest’ufficio, la rendita di 700 ducati e il diritto di pascolare mille pecore. Con singolare lungimiranza il sovrano aragonese istituendo la dogana, assicurò la protezione ad un’industria naturale che si svolgeva tra i pascoli estivi d’Abruzzo e quelli invernali di Puglia. In cambio dell’uso dei pascoli del Tavoliere e dietro pagamento di una discreta tassa a favore del fisco, i locati ricevevano protezione dal governo anche lungo il percorso della transumanza, che si snodava lungo i tratturi.

Nei primi tempi dell’istituzione della Dogana, il pagamento dell’affitto dei terreni era effettuato con il metodo della professazione; ogni possessore di pecore professava, cioè rivelava, in un giorno determinato, il numero delle sue greggi e i terreni migliori erano riservati a chi ne possedeva il maggior numero. Nel 1788 si decise di cambiare sistema stabilendo un periodo transitorio con pagamento di un affitto sessennale, per passare quindi alla ripartizione di tutte le terre concedendole in enfiteusi perpetua. L’arrivo dei francesi a Napoli sancì l’emanazione della legge con la quale si aboliva la dogana del Tavoliere (legge del 21 maggio 1806) e si commercializzavano le terre assegnandole con preferenza a coloro che già le utilizzavano. Da questo momento e fino al 1865, quelli che prima erano chiamati locati, presero il nome di censuari. Il periodo della Restaurazione fu caratterizzato da una pressione fiscale senza precedenti, che unita all’andamento negativo di diverse annate sia per le colture che per il bestiame, contribuì ad impoverire la ricca industria che il Tavoliere aveva alimentato negli anni precedenti, con l’inevitabile ricaduta sulle finanze del Regno: a tutto il 1823, lo Stato doveva ancora incassare dai censuari, che non riuscivano più a far fronte alle esazioni fiscali, un arretrato di oltre un milione di ducati. I tentativi e gli sforzi del governo di porre rimedio a questa situazione, non riuscirono a restituire all’istituzione della dogana i fasti del passato e il Tavoliere vide diminuire, di anno in anno, fino a scomparire quasi completamente, l’afflusso delle greggi ed il numero dei pastori che scendevano dai pascoli invernali. Le pecore molisane, fin da quando la dogana fu istituita (1447), furono qualificate gentili e soggette a discendere nei pascoli fiscali. A quest’obbligo faceva da contrappeso, come abbiamo visto, la garanzia di transiti sicuri, erbaggi sufficienti, difesa assicurata da un foro particolare affidato al doganiere, nonché lo smercio garantito dei prodotti legati all’attività della pastorizia. Gli allevatori erano considerati piccoli se possedevano fino a 200 pecore, medi da 200 a 2000 e grandi se superavano questo numero. Capracotta fu uno dei paesi molisani da cui proveniva il maggior numero di greggi, ed infatti qui troviamo molti dei grandi proprietari. I documenti relativi alla dogana, sono conservati presso l’Archivio di Stato di Foggia, di cui è stato direttore Pasquale di Cicco, autore del volume Il Molise e la transumanza, dal quale ho tratto i dati che riguardano i maggiori locati e il numero di animali che possedevano, in un periodo compreso tra il 1600 ed il 1800, che per quanto riguarda Capracotta sono riassunti nella tabella che segue. Non sorprenda vedere nell’elenco i nomi del duca e della duchessa di Capracotta, o quelli di enti ecclesiastici come la cappella della Madonna di Loreto e quella del Santissimo, perché l’attività legata alla pastorizia, quando raggiungeva certe dimensioni, era molto redditizia. Il primato assoluto per il maggior numero di pecore posseduto spetta alla Cappella della Madonna di Loreto con 17.980 capi nel 1750 e ben 21.210 nel 1700, seguita nello stesso anno dal dr. Giacomo Antonio del Baccaro (16.900) e dal Duca (14.900). La Cappella della Madonna di Loreto, nel 1700, secondo una classifica riferita all’intera regione Molise, risultò seconda, preceduta da Giovanni Petitto di Campobasso (21.973) e seguita dal Monastero di S. Martino di Napoli in Vastogirardi (17.500). Nell’elenco dei nomi ne figurano tre che non corrispondono a quelli dei nuclei familiari pervenutici attraverso alcuni documenti del XVIII secolo (Libro dei Fuochi, stati delle anime, Catasto Onciario): si tratta del cognome di Marzo, che appare due volte ed è probabilmente da leggere come di Marco, e dei cognomi di Rinaldo, e Galdieri. Considerato, però, che risalgono a un’epoca antecedente (XVII sec.) a quella dei documenti consultati è probabile che nel corso degli anni siano scomparsi, oppure che siano stati modificati, come nell’ipotesi dei di Marzo cambiati in di Marco. Quanta storia cosiddetta minore è stata trascurata nei banchi di scuola di Abruzzo, Molise e Puglia, che solo uno scorcio di essa avrebbe aiutato alla crescita dell’identità locale, invece, è cresciuta solo la voglia di migrare, ma di migrare lontano e rifarsi altre radici identitarie.

Prof. Giuseppe Pace, cultore d’Ecologia Umana, Padova.

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