Rebibbia, 26 Dicembre – In un gesto storico, Papa Francesco ha aperto oggi la seconda Porta Santa del Giubileo della Speranza nel carcere romano di Rebibbia, segnando un momento senza precedenti nella tradizione giubilare. È la prima volta che un Pontefice compie un simile atto in un penitenziario, portando un messaggio di vicinanza e speranza a una delle categorie più emarginate della società: i detenuti.
Dopo aver aperto la prima Porta Santa nella Basilica di San Pietro, il Papa ha scelto di portare il Giubileo proprio in un carcere, affermando: “Perché tutti qui, dentro e fuori, avessimo la possibilità di spalancare le porte del cuore e capire che la speranza non delude”. Rivolgendosi al cappellano don Ben Ambarus, lo ha invitato con sé per condividere questo momento di grande significato.
Davanti a 1.585 detenuti – in una struttura con una capienza ufficiale di 1.170 posti – il Santo Padre ha pronunciato un discorso profondo e ispirato: “In un luogo chiuso, la speranza apre una strada nuova: al perdono e alla libertà”. Francesco ha ricordato che la Porta Santa non è solo un simbolo religioso, ma anche un segno concreto che invita a riflettere sull’importanza del perdono, della riconciliazione e della possibilità di ricominciare.
Il Giubileo della Speranza, che segna il cammino verso l’Anno Santo del 2025, si pone come richiamo alla centralità degli ultimi, dei sofferenti e di chi paga il prezzo degli errori del passato. Con l’apertura di questa Porta Santa, Francesco ribadisce che nessuna vita è perduta e che ogni essere umano, anche dietro le sbarre, ha diritto a una seconda possibilità.
Citazione centrale del messaggio del Papa è un passaggio dal Vangelo di Isaia: “Il Signore mi ha mandato a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore”. Un monito che si traduce in atti concreti, come il dialogo tra la Santa Sede, il Ministero della Giustizia e il Comune di Roma per promuovere iniziative di clemenza, tra cui amnistie o condoni di pena. “Questi gesti – ha scritto il Pontefice nella bolla Spes non confundit – restituiscono fiducia nella società e invitano a un rinnovato impegno nel rispetto delle leggi”.
Francesco, nei suoi anni di pontificato, ha visitato quindici penitenziari, portando sempre un messaggio di speranza e dignità. Nel 2015, in Bolivia, dichiarò che il compito della società è quello di “innalzare, non abbassare, incoraggiare, non affliggere”, superando la logica dei “buoni contro cattivi”.
Anche oggi a Rebibbia, il Papa ha ribadito l’importanza del reinserimento sociale e del rispetto dei diritti umani, auspicando l’abolizione della pena di morte e condizioni più dignitose per chi vive in carcere. Come sottolineato da Mons. Fisichella: “La speranza di perdono e rinnovamento deve essere al centro delle scelte dei governi e della società”.
Con la sua presenza a Rebibbia, Papa Francesco ha ribadito la missione universale della Chiesa, pronta ad accogliere chiunque, senza distinzioni. “La Salvezza non è per pochi, ma per tutti – ha concluso il Pontefice –. Con Dio al nostro fianco possiamo superare la disperazione e ricominciare”.
Un messaggio che oggi risuona non solo tra le mura di un carcere, ma nel cuore di ogni cristiano chiamato a portare speranza, giustizia e misericordia in un mondo segnato da divisioni e sofferenze.
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