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OBBROBRIO…

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Napoli, 9 Dicembre – Spesso mi manca il tempo per seguire gli incontri disputati da squadre diverse dall’Inter – compagine di cui sono fiero sostenitore -, ma, da amante dello sport ed in particolare del calcio, cerco sempre di tenermi libero allorquando vengono trasmessi incontri di particolare rilevanza.

Non sempre, però, ci si diverte, giacché vi sono anche circostanze in cui parlare di calcio sarebbe un oltraggio alla dignità ed al prestigio di questo sport: molto spesso, infatti, si verificano episodi indubbiamente obbrobriosi, cui nessuno spettatore dall’indole non bestiale vorrebbe assistere.

Ieri sera, consultando i siti delle varie testate giornalistiche, m’è giunta notizia di un fatto a dir poco riprovevole occorso durante l’incontro tra il Paris Saint Germain e l’Istanbul Basaksehir, valido per l’ultima giornata della fase a gironi di Champions League: a distanza di tredici minuti circa dal fischio d’inizio, il signor Sebastian Coltescu, quarto ufficiale di gara, ha proferito – in Rumeno, sua lingua natia – una frase razzista ad indirizzo dell’allenatore in seconda dei Turchi, Achille Webo, apostrofandolo come “negro” nel segnalarlo all’arbitro ai fini di una possibile espulsione per proteste reiterate.

Auspicavo ardentemente che l’assenza dei sostenitori sugli spalti costituisse uno spunto di riflessione per ciascuno: il mondo sportivo, purtroppo, è da anni stracolmo di fattori suscettibili di tramutarlo in autentico business od in un teatro di condotte totalmente contrarie a quel senso del rispetto che l’UEFA intende porre al centro del proprio progetto. Purtroppo, il mio cauto ottimismo s’è rivelato ancora una volta privo di riscontri, dal momento che stavolta è stato proprio un membro del team arbitrale a rendersi colpevole di una condotta discriminatoria.

Encomiabile è stata la reazione di ambedue le squadre, che han deciso senza indugio di ritirarsi nei rispettivi spogliatoi: quanto accaduto è inaccettabile, e va ben al di là di quelle “rivalità” sportive che da tempo affollano le menti di chi siede in curva.

Chi dovrebbe contribuire a vigilare sull’osservanza del regolamento non deve affatto permettersi di proferire certe frasi: le partite di calcio sono eventi destinati ad un pubblico formato non solo da adulti – molti dei quali sono, ohi noi, ben consapevoli della mentalità razzista di taluno -, bensì anche da adolescenti od addirittura da fanciulli, perché il pallone non ha età.

Ed è proprio nell’interesse dei tifosi più piccini che mi sento in dovere di rivolgere un’esortazione alle istituzioni sportive di rilievo, nonché alle autorità politiche e giudiziarie e – non da ultimo – a chi assiste agli incontri, tra cui me medesimo: alziamoci dai divani e guardiamoci attentamente allo specchio, dalla testa alle dita dei piedi, e chiediamoci cosa diamine avrebbe di “diverso” un “nero” od un “giallo” rispetto ad un “bianco” o ad un “rosso”. La risposta è semplice: niente, perché – e mai mi stancherò di ripeterlo – siamo tutti esseri umani e, come tali, dobbiamo godere dei medesimi diritti, a prescindere da quegli odiosi stereotipi su cui certi imbecilli fondano le proprie posizioni.

Guardiamoci bene in faccia e prendiamoci per mano: il razzismo è il parassita dell’umanità per antonomasia, perciò è bene scendere in campo per organizzarne la disfatta.

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