Gli azzurri accarezzano l’impresa, poi si sciolgono sotto la pressione dei campioni d’Italia. Secondo ko consecutivo dopo Como, cinque gol subiti in due partite e un vantaggio enorme buttato via. Allegri: «Dovevamo fare meglio. Il calcio è lo sport del diavolo».

Napoli, 6 Settembre – Il Napoli aveva San Siro in pugno. Poi ha mollato la presa. Avanti di due gol, padrone del risultato e con l’Inter improvvisamente alle corde, la squadra di Allegri è riuscita a trasformare quella che poteva diventare la notte della consacrazione nella sconfitta più dolorosa di questo avvio di stagione.

Da 0-2 a 3-2.Una rimonta feroce, quasi brutale, che lascia il Napoli senza punti e con molti più interrogativi di quanti ne avesse prima del calcio d’inizio. Perché perdere contro l’Inter ci può stare. Perdere così molto meno. Il problema non è soltanto il risultato. È il modo in cui è maturato.

Politano e Højlund avevano costruito il capolavoro. Il Napoli aveva resistito nei momenti complicati, era cresciuto con il passare dei minuti e poi aveva colpito due volte, portandosi su un clamoroso doppio vantaggio contro i campioni d’Italia. A quel punto serviva diventare grandi. Serviva lucidità. Serviva esperienza. Serviva la capacità di spegnere la partita. È successo l’esatto contrario.

Il gol dell’1-2 ha cambiato tutto. Lautaro ha riaperto una partita che sembrava scivolare lentamente dalle mani dell’Inter e da quel momento il Napoli ha smesso di comandare. I nerazzurri hanno sentito la paura dell’avversario e hanno fatto esattamente quello che Allegri aveva previsto: hanno azzannato. Il tecnico azzurro lo ha ammesso senza troppi giri di parole. L’Inter è una squadra capace di aumentare improvvisamente ritmo e pressione quando percepisce un momento di difficoltà. Ed è precisamente ciò che è accaduto. Dopo il 2-1 il Napoli ha cominciato ad abbassarsi, ha perso sicurezza e distanze, concedendo campo e soprattutto convinzione agli avversari.

Thuram ha firmato il pareggio. Lautaro, nel recupero, ha completato la condanna. San Siro è esploso. Il Napoli è rimasto fermo a guardare quello che pochi minuti prima sembrava impossibile. Il dato più pesante arriva dalla difesa. Cinque reti incassate nelle ultime due partite. Prima il Como, poi l’Inter. Troppi gol per chi vuole restare in alto. Troppi soprattutto perché arrivati attraverso errori di attenzione, letture sbagliate e momenti gestiti male.

Allegri aveva già indicato la fase difensiva come uno dei problemi dopo la precedente sconfitta e a Milano il copione si è ripetuto. «Cinque gol presi in due partite sono davvero troppi», ha sottolineato l’allenatore. Una frase che vale più di qualsiasi analisi. Perché il Napoli può anche produrre gioco, creare occasioni e mettere in difficoltà l’Inter. Ma se concede così tanto nei momenti decisivi diventa difficile pensare di costruire qualcosa di importante. La differenza tra una buona squadra e una grande squadra spesso passa proprio da qui: dalla capacità di sopravvivere quando la partita diventa sporca. Il Napoli, al momento, quella capacità non ce l’ha ancora.

Allegri ha provato a reagire anche dalla panchina. Con l’Inter in crescita, ha inserito Badiashile per aumentare fisicità e centimetri dentro l’area. L’obiettivo era chiaro: difendere meglio sui palloni alti. Il risultato è stato quasi beffardo. «Ho messo Badiashile per difendere meglio sui colpi di testa. Poi abbiamo preso gol proprio di testa». Il calcio, come dice Allegri, non ha logica.

Ma la sensazione è che qualcosa, nel finale, avrebbe potuto essere gestito diversamente. Lo stesso allenatore non si è nascosto: «Forse avrei dovuto fare qualcosa di diverso». Una frase rara, significativa. Non una bocciatura della squadra, ma il riconoscimento che la partita gli è scappata via anche sul piano della gestione. Paradossalmente, San Siro ha mostrato anche il lato migliore degli azzurri. Questo Napoli può mettere in difficoltà chiunque. Ha qualità. Ha giocatori capaci di far male. Ha la personalità per andare due gol avanti sul campo dei campioni d’Italia.

Ed è proprio per questo che il ko fa ancora più male. Allegri continua a considerare l’Inter «nettamente la squadra più forte del campionato», ma proprio contro la più forte il Napoli aveva costruito le condizioni perfette per mandare un messaggio al torneo. Quel messaggio è rimasto incompleto. Anzi, nel giro di mezz’ora si è trasformato nel suo contrario. La squadra che sembrava pronta a espugnare San Siro è diventata improvvisamente fragile. È questo il vero campanello d’allarme.

Allegri non cerca rifugi. Non parla di mercato. Non accusa le alternative. Non considera la rosa corta. Højlund aveva chiesto il cambio, Alisson non è ancora al meglio, ma per l’allenatore chi è entrato ha fatto il proprio dovere. Il problema, dunque, è altrove. È nella gestione. È nella capacità di capire quando bisogna giocare e quando bisogna resistere. Quando attaccare e quando rallentare. Quando provare a segnare il terzo gol e quando semplicemente impedire all’avversario di rimettere piede nella partita. A Milano il Napoli non l’ha fatto. E ha pagato tutto, fino all’ultimo centesimo.

Due sconfitte consecutive non fanno una crisi. Ma aprono certamente una domanda. Che Napoli è quello vero? Quello capace di andare sul 2-0 a San Siro o quello che, una volta messo sotto pressione, non riesce più a proteggere il vantaggio? Probabilmente entrambi. Ed è proprio questa doppia faccia che Allegri dovrà correggere in fretta. La stagione è lunga e il campionato non si decide a settembre. Ma certe sconfitte possono lasciare cicatrici se non vengono trasformate immediatamente in lezioni. Il tecnico ha ricordato il vecchio 3-2 conquistato con la Juventus nel 2018, quando Higuain ribaltò nel finale una notte che sembrava perduta. Questa volta il finale ha avuto il sapore opposto.

«Il calcio è lo sport del diavolo», ha detto Allegri. Vero. Ma a San Siro il Napoli ha aiutato parecchio il diavolo a fare il suo lavoro. Perché andare sul 2-0 contro l’Inter è roba da grande squadra. Farsi rimontare fino al 3-2 significa che grande, questo Napoli, deve ancora diventarlo.

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.