Alla Federico II il filosofo riflette sulle conseguenze antropologiche dell’IA. Non una condanna della tecnologia, ma un interrogativo più radicale: fino a che punto siamo disposti a trasformare l’uomo per adattarlo alla logica delle macchine?
Napoli, 15 Ottobre – Il problema dell’intelligenza artificiale, prima ancora che tecnologico, potrebbe essere antropologico. Non riguarda soltanto ciò che le macchine saranno capaci di fare, ma ciò che l’uomo deciderà di diventare di fronte a sistemi sempre più potenti, veloci ed efficienti.
È su questo confine che si concentra la riflessione di Massimo Cacciari, intervenuto all’Università degli Studi di Napoli Federico II in occasione della lectio magistralis “La matrice del vivente e l’avvenire della coscienza”, nell’ambito della XX edizione della Settimana Internazionale della Ricerca.
Il filosofo parte da un riconoscimento che allontana immediatamente il discorso dalle posizioni semplicemente tecnofobiche. «L’intelligenza artificiale è una straordinaria conquista dell’intelligenza umana», afferma. Una conquista che, tuttavia, «più di altre rivoluzioni tecniche può comportare modifiche sostanziali antropologiche che non è detto che siano negative».
È proprio questa precisazione a rendere più complesso il ragionamento. Per Cacciari, infatti, non si tratta di stabilire se l’IA sia in assoluto positiva o negativa. Il punto è comprendere quale trasformazione dell’essere umano possa accompagnare la sua diffusione e, soprattutto, se questa trasformazione sarà governata consapevolmente oppure semplicemente subita.
La questione centrale emerge quando Cacciari distingue l’intelligenza artificiale da quella umana. «L’intelligenza umana presenta caratteristiche che l’intelligenza artificiale non avrà mai», osserva. Ma il passaggio decisivo arriva subito dopo: «Quello che dobbiamo chiederci è se queste caratteristiche interessano o vanno eliminate perché disturbano l’IA».
È un rovesciamento di prospettiva. Il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale si concentra spesso sulla possibilità che le macchine riescano a imitare sempre meglio capacità considerate fino a pochi anni fa esclusivamente umane: scrivere, ragionare, creare immagini, interpretare informazioni, prendere decisioni.
Cacciari sposta invece la domanda dall’IA all’uomo. Non chiede soltanto fino a che punto la macchina possa avvicinarsi all’intelligenza umana, ma se sarà l’essere umano, progressivamente, a cercare di assomigliare al funzionamento della macchina.
Efficienza, rapidità, capacità di calcolo, prevedibilità dei risultati sono caratteristiche fondamentali dei sistemi artificiali. L’intelligenza umana, al contrario, comprende anche esitazione, contraddizione, ambiguità, errore, immaginazione e capacità di attribuire significati che non rispondono necessariamente a una logica puramente funzionale.
Il rischio evocato dalla riflessione di Cacciari nasce allora non necessariamente dalla superiorità della macchina, ma dalla tentazione di considerare tutto ciò che non è misurabile, rapido o efficiente come un difetto dell’umano.
«È un modello che dobbiamo adottare o continuiamo a riconoscere la sua distinzione dall’intelligenza umana?», domanda Cacciari. In questa alternativa si concentra forse il passaggio più attuale del suo intervento. Una tecnologia può infatti essere utilizzata come strumento oppure trasformarsi progressivamente in un modello attraverso il quale giudicare comportamenti, conoscenze e persino relazioni.
Nel primo caso l’intelligenza artificiale amplia alcune capacità dell’uomo. Nel secondo rischia di stabilire indirettamente quali capacità umane meritino di essere conservate. La differenza è sostanziale. Considerare l’IA uno strumento significa riconoscerne la potenza senza attribuirle automaticamente i criteri attraverso i quali definire l’intelligenza stessa. Assumerla come modello significherebbe invece valutare l’uomo secondo parametri propri della macchina.
Ed è qui che il confronto sull’intelligenza artificiale smette di essere esclusivamente una discussione per informatici, aziende o legislatori e diventa una questione filosofica, politica e culturale. Per Cacciari la risposta non consiste nel rifiuto della tecnologia. Al contrario, il punto di partenza deve essere la conoscenza: comprendere «l’IA, la logica, i limiti e la differenza con l’intelligenza umana».
Una posizione che evita due estremi sempre più presenti nel confronto pubblico: da una parte la rappresentazione dell’intelligenza artificiale come minaccia destinata inevitabilmente a sostituire l’uomo; dall’altra una fiducia quasi automatica nella tecnologia come soluzione capace di rendere ogni attività più razionale ed efficiente.
Tra paura e fascinazione esiste invece uno spazio più difficile: quello della comprensione critica. Conoscere i limiti dell’intelligenza artificiale significa anche evitare di attribuirle caratteristiche che appartengono alla coscienza umana soltanto perché un sistema riesce a riprodurne linguisticamente alcune manifestazioni. Allo stesso tempo, comprenderne le possibilità significa riconoscere la portata di una trasformazione tecnologica destinata a incidere sul lavoro, sulla conoscenza, sulla ricerca e sulla stessa organizzazione della società.
La provocazione filosofica di Cacciari conduce così a una domanda che va oltre il futuro degli algoritmi. La questione non è semplicemente stabilire che cosa riuscirà a fare l’intelligenza artificiale nei prossimi anni. È decidere quali caratteristiche dell’intelligenza umana continueremo a considerare essenziali anche quando appariranno meno efficienti rispetto alle prestazioni di una macchina. Perché il vero spartiacque potrebbe non coincidere con il momento in cui l’intelligenza artificiale riuscirà a imitare l’uomo sempre meglio. Potrebbe arrivare quando sarà l’uomo a scegliere, consapevolmente o meno, di assumere la macchina come misura di se stesso.
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