Meloni sfida Trump sul gasolio russo: «Scelta molto rischiosa, così si rafforza Mosca»

 

Roma, 14 Ottobre – Dalla competitività al costo dell’energia, dalla guerra in Ucraina alla difesa europea, fino al Medio Oriente e al prossimo bilancio dell’Unione. Giorgia Meloni porta in Senato la linea italiana in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre e indica la priorità politica che, secondo il governo, Bruxelles non può più rinviare: costruire una risposta comune alle crisi economiche e geopolitiche che stanno mettendo sotto pressione l’Europa.

«Sono sempre più numerose e complesse le scelte che l’Ue è chiamata a compiere per difendere la capacità di restare competitiva e sicura», ha detto la presidente del Consiglio intervenendo nell’Aula di Palazzo Madama.

Il primo dossier affrontato dalla premier è quello della competitività. Il Consiglio europeo discuterà dei progressi sull’agenda “One Europe, One Market”, della semplificazione delle regole e della riduzione degli oneri amministrativi. Ma per Meloni il problema decisivo rimane un altro: il prezzo dell’energia.

«Non possiamo chiedere alle imprese europee di competere con i grandi attori globali e, allo stesso tempo, accettare che paghino strutturalmente l’energia molto più dei loro concorrenti», ha affermato. Da qui la richiesta di una risposta «coordinata e rapida» a livello europeo.

Il messaggio del governo riguarda anche le politiche ambientali. «La decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione», ha scandito Meloni, sottolineando come le tensioni geopolitiche, le difficoltà sulle rotte commerciali e i problemi nelle catene di approvvigionamento finiscano per tradursi in maggiori costi per famiglie e imprese.

Una parte significativa dell’intervento è stata dedicata all’Ucraina e ai rapporti con Mosca. Meloni ha criticato l’intesa sul gasolio russo annunciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, definendola «una scelta molto rischiosa». Secondo la premier, una simile decisione rischierebbe di offrire «una legittimazione per Mosca», nuove risorse per finanziare la guerra e un indebolimento della pressione esercitata attraverso le sanzioni.

La linea italiana, ha assicurato, non cambia: «Sostegno a Kiev, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica rimangono i pilastri della nostra azione».

Allo stesso tempo Meloni ha rilanciato il tema del ruolo politico dell’Europa nel negoziato. Il riferimento è al formato E3 di Francia, Germania e Regno Unito e alla necessità, secondo Roma, che eventuali iniziative diplomatiche possano parlare a nome dell’intera Unione.

La proposta è quella di individuare «una figura autorevole, con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa». Qualora non fosse possibile trovare un accordo su un nome, il governo italiano si dice disponibile a valutare formule alternative.

Un orientamento che trova spazio anche nella risoluzione preparata dalla maggioranza al Senato. Il documento chiede di continuare il sostegno alla popolazione ucraina e di promuovere un ruolo più attivo dell’Ue nella costruzione di una pace «giusta e duratura», anche attraverso un inviato speciale europeo o un formato negoziale dotato di un mandato esplicito del Consiglio europeo.

La maggioranza chiede inoltre di mantenere la pressione sulla Russia fino a ottenere come primo risultato «un cessate il fuoco pieno, incondizionato e immediato», precisando che le misure adottate devono colpire la capacità del regime russo di sostenere la guerra e non la popolazione.

Altro capitolo centrale è quello della difesa. Meloni ha respinto le accuse secondo cui l’aumento delle risorse per la sicurezza comporterebbe automaticamente tagli alla spesa sociale. «Non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola», ha sostenuto, ricordando che il governo ha scelto di non utilizzare interamente il margine di risorse aggiuntive disponibile.

Di fronte a quella che ha definito una «escalation degli attacchi ibridi russi», l’Italia chiederà a Bruxelles maggiore protezione delle infrastrutture critiche, dalle reti energetiche ai cavi sottomarini, passando per porti e aeroporti. Tra le priorità indicate figurano anche il rafforzamento dei sistemi anti-drone e antimissile e una maggiore attenzione al fianco Sud dell’Unione, mentre prosegue l’impegno europeo sul fronte orientale.

Sul Medio Oriente, Meloni ha ribadito anzitutto la condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre e la necessità di non mettere in discussione la sicurezza di Israele. Ha però affiancato a questa posizione una critica netta ad alcune scelte israeliane.

«Ci preoccupa il perdurare della presenza israeliana nel sud del Libano, in Siria, a Gaza», ha detto la premier. Sulla Cisgiordania, ha definito «intollerabile» la pressione sulla popolazione palestinese, ricordando la posizione condivisa con Francia, Germania, Regno Unito e altri partner contro gli insediamenti israeliani e contro qualsiasi prospettiva di annessione o trasferimento forzato della popolazione.

Particolarmente grave, secondo Meloni, resta la situazione nella Striscia: «A Gaza la situazione resta drammatica. Servono più aiuti e servono in fretta». La premier ha indicato nella possibile deposizione delle armi da parte di Hamas uno snodo che potrebbe aprire una nuova fase politica e consentire di avviare la ricostruzione.

Tra i dossier più delicati del vertice europeo figura infine il prossimo Quadro finanziario pluriennale. Meloni ha chiarito che l’Italia non intende subordinare il merito dell’accordo alla necessità di chiudere il negoziato entro una scadenza prestabilita.

«La data non può diventare più importante del contenuto», ha avvertito. «Non firmeremo un accordo non vantaggioso per rispettare una data. Noi firmeremo un accordo solo quando sarà giusto per l’Italia».

È questo, in definitiva, il filo che attraversa le comunicazioni della presidente del Consiglio: un’Europa chiamata a intervenire con maggiore rapidità sul terreno economico, ad assumere un peso politico più forte nelle crisi internazionali e a rafforzare la propria sicurezza. Con una condizione posta da Roma: che le scelte comuni non finiscano per indebolire industria, competitività e interessi nazionali.

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