Migliaia di persone per il concerto del 5 settembre. Il tour “SACRO” approda alla Festa dei Tre Santi e trasforma Marigliano in un crocevia di musica, emozioni e incontri. Dopo giorni di polemiche, resta un’immagine difficile da ignorare: una comunità capace ancora di ritrovarsi.

Marigliano, 6 Settembre – Prima arrivano le voci. Poi le luci. Poi quella sensazione inconfondibile che attraversa una piazza quando sta per succedere qualcosa. È la sera del 5 settembre e Marigliano cambia volto. Le strade accompagnano lentamente migliaia di persone verso il centro, i gruppi si ricompongono, gli amici si chiamano da un lato all’altro della folla, le famiglie cercano uno spazio, qualcuno arriva in anticipo, qualcun altro corre per non perdere l’inizio.

Poi il palco si accende. E arriva Serena Brancale. Da quel momento la piazza smette di essere soltanto un luogo fisico. Diventa ritmo, voce, movimento. Diventa una città dentro la città. Il tour “SACRO”, dopo aver attraversato trenta piazze italiane, fa tappa a Marigliano in occasione della Festa dei Tre Santi. E la risposta del pubblico è imponente.

Migliaia di persone si stringono davanti al palco per un concerto che non concede molto alla prevedibilità. Serena Brancale costruisce una serata mobile, contaminata, continuamente attraversata da generi differenti. Jazz. Soul. Pop. Ritmi latini. Mediterraneo. Dialetto. Elettronica. Tradizione. Tutto passa attraverso una cifra personale che rende quasi inutile tentare di classificare la sua musica. Serena Brancale non sembra interessata a scegliere un solo mondo. Preferisce attraversarli tutti. Ed è proprio lì che trova la sua identità.

Sul palco è energica, ironica, istintiva. Ma dietro quella naturalezza c’è una musicista dalla formazione solidissima. Jazz e studi classici, strumenti, loop station, capacità di costruire arrangiamenti e di trasformare la voce in materia ritmica. Eppure nulla appare ostentato. La tecnica non diventa mai un esercizio di bravura. Resta nascosta dentro la festa.

È probabilmente questo uno dei segreti della sua forza dal vivo: Serena Brancale non canta per dimostrare ciò che sa fare. Usa ciò che sa fare per trascinare chi ha davanti. E Marigliano si lascia trascinare. La piazza risponde ai ritmi, accompagna i brani, riconosce le canzoni, si muove. Il confine tra palco e pubblico lentamente si assottiglia.

Dentro quella musica c’è anche una geografia precisa. C’è il Sud. Ma senza cartoline. Senza nostalgia costruita. Senza folklore di maniera. Il dialetto barese diventa percussione, identità sonora, elemento musicale vero e proprio. In brani come “Baccalà” o “Anema e core”, le parole non hanno bisogno di essere tradotte per arrivare al pubblico. Passano prima attraverso il suono.

È uno dei tratti più interessanti della musica di Serena Brancale: riuscire a essere profondamente legata alle proprie radici senza restarne prigioniera. La Puglia incontra il jazz. Il Mediterraneo dialoga con il soul. Una festa di paese può incrociare idealmente un club londinese o una notte cubana. Il risultato è una musica che parte da un luogo preciso e proprio per questo riesce ad andare altrove.

Il titolo del tour contiene forse la chiave dell’intero progetto. SACRO. Non nel senso della distanza o della solennità. Ma nel senso di ciò che merita di essere custodito. La famiglia. Le origini. La cucina. La libertà. Il gioco. La possibilità di sperimentare senza chiedere il permesso di appartenere a un genere. Dentro questo universo convivono l’intimità di “Qui con me”, presentata sul palco di Sanremo, e l’energia più collettiva di un repertorio che dal vivo si trasforma continuamente. Ci sono il nu-soul, le suggestioni latine di “Maria”, il respiro jazz di “Bésame Mucho”, i colori mediterranei di “Al mio paese”. Ma la sensazione è che il vero collante non sia un genere. È Serena Brancale stessa. La sua capacità di abitare mondi differenti senza perdere riconoscibilità.

Ma raccontare soltanto la musica significherebbe raccontare soltanto metà della serata. Perché mentre Serena Brancale canta, sotto il palco accade qualcosa di molto più semplice. Le persone stanno insieme, in un tempo in cui quasi tutto passa attraverso uno schermo, forse non è un dettaglio. Ci sono amici che si ritrovano. Conoscenti che non si incontravano da tempo. Famiglie. Ragazzi. Adulti. Persone arrivate da fuori e persone che quella piazza la attraversano ogni giorno. Per qualche ora vengono sospese le distanze. Non spariscono i problemi. Non si cancellano le preoccupazioni. Non cambia la vita. Ma cambia il modo di stare dentro quella sera. E forse è già molto. Marigliano torna a essere una città fatta prima di tutto di persone. Persone presenti. Fisicamente presenti. Nello stesso luogo. Nello stesso momento.

Eppure alla vigilia il concerto sembrava destinato a essere ricordato soprattutto per altro. Nei giorni precedenti si era discusso molto. Costi. Risorse pubbliche. Opportunità politica. Scelte amministrative. Sostenibilità della spesa. Il concerto era diventato rapidamente qualcosa di più di un appuntamento musicale: un terreno sul quale si erano accumulate considerazioni politiche, amministrative e di costume. Le domande sulla gestione del denaro pubblico restano legittime. Anzi, necessarie. Trasparenza, verifica degli atti, valutazione dei costi e delle procedure non possono dipendere dalla riuscita o meno di una manifestazione. Una piazza piena non trasforma automaticamente una scelta amministrativa in una scelta corretta. Esattamente come una polemica non la trasforma automaticamente in una scelta sbagliata. I giudizi seri hanno bisogno di fatti. Di atti. Di numeri. Di procedure. Dei vincoli esistenti, degli impegni già assunti, delle alternative realmente disponibili e delle conseguenze concrete delle diverse possibilità. La cronaca amministrativa continuerà legittimamente a fare il proprio mestiere. Ma ieri sera la cronaca della città ha raccontato un’altra cosa.

La risposta di Marigliano non è arrivata attraverso un comunicato. Non dentro un consiglio comunale. Non sui social. È arrivata dalla piazza. Una piazza gremita. Non è una risposta politica. Non è un’assoluzione. Non è una certificazione amministrativa. È semplicemente un fatto. Migliaia di persone hanno scelto di esserci. E forse il senso della serata è tutto qui. Ognuno con una motivazione diversa. Chi per Serena Brancale. Chi per curiosità. Chi per vivere la festa. Chi perché c’erano gli amici. Chi semplicemente perché quella sera Marigliano offriva un’occasione per uscire di casa e sentirsi parte di qualcosa. Alla fine si sono ritrovati tutti sotto le stesse luci.

Ogni concerto ha un momento inevitabile. Quello in cui finisce. Le note si fermano. Il palco comincia lentamente a spegnersi. La folla si scioglie. Le persone tornano a camminare verso casa, le strade riprendono forma, le voci si allontanano. Domani torneranno i problemi. Le polemiche. Le discussioni. Le domande sui costi. Le valutazioni politiche. Tutto ciò che esisteva prima del concerto continuerà a esistere anche dopo. Ma una notte non deve necessariamente risolvere qualcosa per avere valore. A volte basta che riesca a interrompere la normalità. A mettere vicine persone che da tempo camminavano lontane. A restituire per qualche ora a una città il rumore della propria comunità. Serena Brancale lascia Marigliano portando con sé un’altra tappa del suo “SACRO”. Alla città rimane invece un’immagine. La piazza piena. I volti rivolti verso il palco. Le canzoni cantate insieme. E quella sensazione, fragile ma reale, che per qualche ora migliaia di vite diverse abbiano condiviso lo stesso punto del mondo. Alla fine era un concerto. Nulla di più. Nulla di meno. Ma certe sere una piazza non è soltanto una piazza. È il posto in cui una città ricorda di essere comunità.

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Foto Arturo Favella
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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.