Nella Sala Nassiriya del Consiglio Regionale della Campania la presentazione della raccolta poetica di Floriana Nappi si trasforma in una riflessione collettiva sul valore della parola, dell’ascolto e dell’umanità in un tempo dominato dalla velocità e dalla superficialità.
Napoli, 12 Giugno – Nelle eleganti atmosfere della Sala Nassiriya del Consiglio Regionale della Campania, la sera dell’11 maggio, si è aperto uno spazio di ascolto. Uno di quei momenti nei quali la parola riesce ancora a sottrarsi alla frenesia del presente per tornare alla sua funzione originaria: interrogare l’uomo.
“Oceano Dentro”, la raccolta poetica della giornalista e poetessa Floriana Nappi, è stata il centro di un incontro che ha assunto presto i contorni di una riflessione collettiva sulla fragilità umana, sulla memoria emotiva e sul bisogno, oggi più che mai urgente, di recuperare profondità.
Dopo i saluti istituzionali del Presidente del Consiglio Regionale della Campania Massimiliano Manfredi e del Presidente della Fondazione AdAstra Luciano Lepre, il dibattito, moderato dal Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania Ottavio Lucarelli, ha visto gli interventi di Pasquale Gallifuoco, docente dell’Università L’Orientale di Napoli e Presidente ACLI Beni Culturali, della professoressa Anna Maria D’Avella dell’Istituto “Bruno Munari” di Acerra e dell’autrice.
Ma il vero protagonista della serata è stato il viaggio. Quel viaggio che Floriana Nappi racconta attraverso una metafora tanto vasta quanto antica: l’oceano. “L’animo umano è più profondo di un oceano”, afferma l’autrice. E non è una semplice immagine poetica. È una dichiarazione di metodo. Perché addentrarsi nei fondali dell’essere significa accettare di muoversi in territori complessi, spesso oscuri, dove non esistono mappe definitive.
Nappi ribalta la logica contemporanea della superficie. In un’epoca che invita continuamente a mostrarsi, la poetessa rivendica il valore dell’ascolto. Nei suoi versi non c’è l’urgenza di raccontare tutto. Al contrario. Esistono esperienze che non possono essere spiegate ma soltanto percepite. Esiste una memoria emotiva che sopravvive alle parole e che necessita di essere custodita.
È qui che la poesia assume una funzione quasi terapeutica. “La cura può essere la parola, la poesia ma anche il silenzio”, osserva l’autrice. Una riflessione che restituisce alla poesia una dimensione antica e profondamente umana: non quella di offrire risposte, ma di creare uno spazio nel quale le domande possano finalmente trovare ascolto.
Forse è proprio per questo che, interrogata sulla poesia più rappresentativa della raccolta, Floriana Nappi rifiuta di individuarne una sola. “Oceano Dentro” non nasce come una somma di testi autonomi, ma come un unico movimento interiore, un flusso continuo nel quale ogni componimento conserva una porzione di verità.
Tra i versi che più sente vicini emerge “Aspetterò le tue tempeste”. Non è soltanto una dichiarazione d’amore. È una lezione di umanità. Aspettare le tempeste dell’altro significa riconoscere il valore del tempo personale, rispettare gli inverni interiori, comprendere che ogni essere umano attraversa stagioni differenti. In una società che pretende immediatezza e prestazione, questo verso propone una rivoluzione gentile: la pazienza dell’ascolto.
L’aspetto forse più significativo dell’esperienza vissuta dall’autrice in questi mesi di incontri nasce però dall’incontro con i lettori. “Ci ho trovato me stesso”. È questa la frase che più spesso si è sentita rivolgere. Ed è probabilmente il riconoscimento più alto per un poeta. Non l’identificazione con l’autore, ma con la propria umanità. Nappi evita accuratamente di costruire una poesia esclusivamente femminile o autobiografica. Cerca invece quello che potremmo definire il colore universale delle emozioni.
Quando uomini e donne, provenienti da esperienze differenti, si riconoscono negli stessi versi, la poesia realizza la sua vocazione più autentica: trasformare il particolare in universale. Su questa dimensione si è soffermata la professoressa Anna Maria D’Avella, che ha individuato nella metafora dell’oceano una potente chiave interpretativa dell’intera raccolta.
L’oceano rappresenta l’immensità dell’essere, ma anche la sua vulnerabilità. Immergersi nelle proprie profondità significa confrontarsi con le fragilità che spesso tentiamo di nascondere. Eppure proprio lì, in quelle ferite, si nasconde la possibilità della crescita.
L’autrice invita il lettore non a eliminare le proprie fragilità, ma a riconoscerle, accoglierle e trasformarle. È un messaggio che assume un valore particolare in una società segnata da crescenti forme di isolamento emotivo e relazionale.
Da qui nasce il richiamo all’empatia, intesa non come semplice partecipazione emotiva, ma come esercizio di cura reciproca. Una prospettiva che dialoga con le considerazioni di Luciano Lepre, il quale ha posto l’accento sulla difficoltà contemporanea di sostare nelle emozioni. Viviamo momenti di accelerazione permanente. Le informazioni si moltiplicano, ma il tempo per comprenderle diminuisce. Le connessioni aumentano, ma spesso si indeboliscono le relazioni. La poesia, allora, diventa un gesto controcorrente. Non produce velocità. Produce profondità. Non cerca il consenso immediato. Cerca consapevolezza.
Per Lepre, soprattutto i giovani hanno bisogno di luoghi simbolici e culturali capaci di restituire senso all’esperienza umana. In questa prospettiva, la poesia non appare come un linguaggio del passato, ma come uno strumento necessario per il futuro.
Anche Pasquale Gallifuoco ha colto una dimensione centrale dell’opera, definendola un “oceano di filosofia”. La definizione appare particolarmente efficace. Le poesie di Floriana Nappi non si limitano infatti a descrivere emozioni. Le interrogano. Cercano di comprenderne il significato. Tra filosofia e poesia si crea così un dialogo continuo. La prima cerca risposte attraverso il pensiero, la seconda attraverso l’intuizione. Entrambe, però, condividono la stessa aspirazione: comprendere l’uomo. Gallifuoco individua inoltre una delle grandi contraddizioni del nostro tempo: l’espansione delle tecnologie della comunicazione e il progressivo impoverimento del dialogo autentico. Paradossalmente comunichiamo di più, ma ci comprendiamo di meno.
In questo scenario la poesia torna a essere un esercizio di verità. Particolarmente significativa, infine, la riflessione di Ottavio Lucarelli, che ha affrontato il tema dell’intelligenza artificiale e del rapporto tra tecnologia e creatività. La sua provocazione è semplice quanto efficace: quale valore può avere una scrittura generata artificialmente di fronte all’autenticità di versi che nascono dall’esperienza umana? La domanda non è tecnologica, ma culturale. “Oceano Dentro” ricorda che esiste una parte dell’essere umano che nessun algoritmo può replicare completamente: la memoria delle emozioni vissute, il dolore attraversato, la speranza custodita, la fragilità accettata. È da lì che nasce la poesia.
Ed è forse per questo che il Presidente del Consiglio Regionale Massimiliano Manfredi ha voluto sottolineare il valore pubblico di un incontro come questo. Ospitare la poesia all’interno delle istituzioni significa riconoscere che la crescita di una comunità non dipende soltanto da indicatori economici o amministrativi. Esiste una dimensione culturale e spirituale senza la quale nessuna società può definirsi davvero civile.
Le domande che attraversano i versi di Floriana Nappi sono, in fondo, le stesse che attraversano ogni esistenza: chi siamo, cosa resta delle nostre ferite, come impariamo ad abitare le nostre tempeste. L’oceano evocato dalla poetessa non è un luogo geografico. È il territorio invisibile che ciascuno custodisce dentro di sé. Un territorio che non può essere dominato, ma soltanto conosciuto. Perché il rischio non è avere un oceano dentro. Il rischio è ignorarne le correnti. “Oceano Dentro” invita invece a fare esattamente il contrario: fermarsi, ascoltare, immergersi.
L’oceano evocato da Floriana Nappi non è, dunque, un luogo da raggiungere, ma una condizione dell’esistenza. È l’insieme delle domande che ci accompagnano, delle ferite che ci definiscono, delle attese che ci trasformano. È il deposito silenzioso di tutto ciò che abbiamo amato, perduto, sperato.
La forza di Oceano Dentro risiede proprio qui: nella capacità di ricordare che l’essere umano non coincide con ciò che mostra, ma con ciò che custodisce. Sotto la superficie delle abitudini, dei ruoli, delle maschere quotidiane, esiste una geografia invisibile fatta di paure, desideri, nostalgie e slanci verso l’altro. La poesia diventa allora una forma di esplorazione, uno strumento capace di illuminare quelle profondità senza pretendere di dominarle.
Floriana Nappi non offre approdi sicuri né risposte definitive. Accompagna il lettore verso una consapevolezza più rara: comprendere che non tutto ciò che conta può essere spiegato, e che alcune verità possono essere soltanto ascoltate. Verso dopo verso, il lettore scopre che quell’oceano non appartiene esclusivamente all’autrice. È il mare interiore di ciascuno di noi, con le sue correnti imprevedibili, le sue tempeste e le sue quieti.
Alla fine della serata, tra le parole pronunciate e quelle rimaste sospese nel silenzio della Sala Nassiriya, è emersa una certezza: la poesia continua a esercitare la sua funzione più preziosa, quella di ricondurre l’uomo a sé stesso.
Oceano Dentro è un invito a rallentare lo sguardo, a sostare nelle proprie profondità, ad accettare che la fragilità non sia una mancanza ma una forma di conoscenza. Floriana Nappi compie un gesto antico e necessario: restituisce dignità all’interiorità, riportando al centro ciò che troppo spesso resta ai margini del vivere quotidiano.
Perché esistono oceani che non si trovano sulle mappe. Attraversano le coscienze, custodiscono memorie, accolgono domande e generano possibilità. Sono gli oceani dell’anima. E la poesia, quando è autentica, possiede ancora il raro privilegio di insegnarci a navigarli.
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