Napoli, 6 Febbraio – «Gli ospedali nascono per ridonare la salute alle persone!», esclamano – tanto con orgoglio quanto in modo vanaglorioso, come il soldato protagonista di una commedia di Plauto – parecchi membri del personale sanitario in servizio presso le varie strutture; purtuttavia, una frase del genere, seppur in parte vera, non s’attaglia minimamente al contesto d’oggigiorno, considerato che i nosocomi stanno gradualmente tramutandosi in luoghi ove si consumano molteplici delitti – ed illeciti civili – e, contestualmente, la figura del medico secondo la concezione d’Ippocrate è destinata (salvando l’onore di pochi) a scomparire del tutto.
A tal riguardo, c’è da porre in risalto l’esponenziale moltiplicarsi della casistica – oggetto di contenzioso curato dai professionisti dello Studio Vizzino – riguardante gli episodi di malasanità di cui i nostri conterranei partenopei, loro malgrado, stanno pagando lo scotto: a titolo esemplificativo, giova menzionare la triste vicenda che ha veduto coinvolta una signora, la quale, in preda ad un forte malore, è stata, per così dire, «sballottata» fra varie strutture del Capoluogo Campano, ove i Medici – beninteso, senza comprendere minimamente la gravità della situazione – si sono «divertiti» ad agire per tentativi. Ebbene, la malcapitata aveva una sepsi in atto, della quale ci si sarebbe potuti avvedere con tempestività se si fosse adoperato appropriatamente il cervello (specie dopo sì tanti anni trascorsi a sgobbare sui libri ed in laboratorio); ma…quando l’han capito era troppo tardi: la donna, imbottita di cure palliative a volontà, ha poi esalato l’ultimo respiro di lì a poco, suscitando la profonda disperazione dei propri cari.
Il team Vizzino, però, ha spronato questi ultimi ad andare sino in fondo: è stato, infatti, adìto il Tribunale competente e, dopo qualche tempo, s’è deciso anche di presentare un esposto alla Procura Regionale della Corte dei Conti, sì da poter accertare la responsabilità erariale in capo a questa gente insensibile che non ha la minima idea degli insegnamenti impartiti da Ippocrate durante l’età greco-classica. Si spera, quindi, che una barbarie del genere non rimanga impunita!
La vicenda appena narrata, in realtà, impone riflessioni più profonde: al di là dei profili di colpa medica destinati ad essere accertati nelle opportune sedi, il caso rappresenta un triste esempio di trascuratezza ed indifferenza rispetto alla dignità del paziente ed alla sofferenza psico-fisica che investe non solo il malato ma anche i di lui familiari.
La paziente, nel caso di specie, in preda ad atroci ed ingravescenti sofferenze è stata del tutto abbondonata per ore dal personale medico e paramedico su una barella. A nulla sono valsi i continui e disperati tentativi dei familiari di sollecitare l’intervento dei sanitari, l’esecuzione celere di indagini e di esami specifici, il trasferimento presso altra struttura dotata di reparto competente alla cura della patologia.
La struttura in questione non era dotata nemmeno di un termometro che avrebbe potuto subito rilevare l’aumentare dello stato febbrile e quindi il progredire dello stato settico, tanto che un familiare della vittima si vedeva costretto ad acquistarlo all’esterno.
Tempo prezioso perso, angoscia e sofferenza fino al tragico extitus della malata si sarebbero potuti evitare? Sarebbe stato opportuno operare controlli sulle condizioni della degente e sulle azioni (rectius inazioni) del personale che l’aveva in cura).
Ed ancora: quante volte accade che un paziente, ricoverato presso cliniche o strutture ospedaliere, venga trovato privo di vita durante la visita medica mattutina e dopo diverso tempo dall’ora effettiva del decesso, stroncato da malore nella notte?
È possibile ed accettabile- come l’evidenza mostra- che durante la notte il paziente possa non avere le cure necessarie, possa non essere monitorato e non ricevere, dal personale di turno, le visite previste o non vi sia nessuno che possa identificarne i bisogni?
Chi dovrebbe controllare ed accertarsi del buon agire del personale sanitario, come anche di improvvisi aggravamenti dei degenti?
Interventi tempestivi, nell’urgenza medica, sono fondamentali per la vita del paziente!
Non è poi trascurabile la negligenza del personale sanitario nel trattamento delle piaghe da decubito: spesso il tempo dedicato all’assistenza di chi ne soffre è troppo poco. Eppure, quando si parla di piaghe da decubito, il legislatore pone subito l’accento sui concetti e di prevenzione ed assistenza. Il D.P.R. 14/1/95 introduce una serie di indicatori atti a misurare l’efficacia delle strutture ospedaliere, il rispetto del diritto degli utenti e la qualità dell’organizzazione.
Uno degli indicatori del decreto fa riferimento al numero di utenti con lesione e valuta la qualità dell’assistenza che riceve, ponendo l’accento sulla necessità che tutti gli operatori sanitari utilizzino le linee guida nel trattamento delle piaghe da decubito al fine di ridurre l’insorgenza di questo fenomeno e prestare un buon servizio
Con l’introduzione del D. lgs n.42/99 “Disposizioni in materia di professioni sanitarie” la responsabilità dell’infermiere ha assunto un ruolo cruciale atteso che per effetto della norma non riferisce soltanto alle prestazioni erogate, ma si estende anche ai bisogni che l’utente ha e che non riesce a soddisfare in modo autonomo, alla pianificazione e messa in atto degli interventi infermieristici, nonché alla valutazione dei risultati ottenuti.
Nella prevenzione e trattamento delle piaghe da decubito, come stabilisce il D.M. n.741/94 la responsabilità è anche del fisioterapista che “svolge in via autonoma, o in collaborazione con altre figure sanitarie, gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione nelle aree della motricità, delle funzioni corticali superiori e di quelle viscerali conseguenti ad eventi patologici, a varia eziologia congenita o acquisita” (art. 1, comma 1).
È chiaro, perciò, che sia l’infermiere che il fisioterapista hanno responsabilità professionale nella prevenzione delle piaghe da decubito in soggetti costretti ad allettamento prolungato.
Tuttavia, la responsabilità è anche del medico poiché le piaghe da decubito sono correlate a fenomeni come le macerazioni, pressioni e frizioni e da tutti altri fattori legati allo stato di salute generale del paziente.
Insomma, per il paziente, esiste un vero e proprio danno da piaga da decubito. Nonostante il chiaro riconoscimento del paziente ad una assistenza appropriata, il fenomeno dei danni da decubito è persistente e ne soffrono numerosi degenti, il che porta a ritenere, senza che possa adombrarsi dubbio, che personale medico e paramedico sia troppo spesso distratto, negligente e non curante dei suoi obblighi e delle sofferenze dei pazienti. Se tanto accade, è evidente che non vi siano controlli adeguati
C’è, poi, da segnalare che una cospicua maggioranza di truffe assicurative prende le mosse proprio dai verbali che vengono redatti allorquando la finta vittima viene dimessa dal Pronto Soccorso. Esemplificando, v’è chi, mosso dal proposito di racimolare diversi quattrini a scapito della collettività, si diverte a bazzicare fra i nosocomi (ritardando od impedendo, de facto, le cure a chi ne ha realmente bisogno) a fare messe in scena della cui turpitudine non va dubitato.
Il sanitario di turno, redigente il referto, se non compiacente (non è infrequente imbattersi in referti di PS redatti a mano e/o con sospette correzioni/ incompleti e compilati con dati errati/ privi di obiettività, diagnosi, terapie) è quanto meno gravemente negligente rispetto agli obblighi che la professione gli impone.
Il certificato rilasciato da un esercente la professione sanitaria, ben vero, costituisce l’atto scritto che dichiara conformi a verità fatti di natura tecnica di cui il certificato è destinato a provare l’esistenza. Tale dichiarazione scientifica presuppone che i fatti oggetto della certificazione siano di competenza medica e che il sanitario li abbia personalmente accertati a causa e nell’esercizio della professione medica. I certificati rilasciati da un medico presuppongono un’attività di accertamento diretto compiuta dal medico stesso, in uno alla correlazione del contenuto e della finalità della certificazione stessa che deve contenere i seguenti elementi:
1)-Una scrittura formata a mano od ottenuta con mezzi meccanici indelebili;
2)-L’autore dell’attestazione risultante dalla sottoscrizione dell’atto comprensivo delle sue generalità e qualifica;
3)-Il destinatario cui la certificazione è diretta;
4)-La data dalla quale risulti il tempo ed il luogo in cui il certificato è stato compilato.
Requisiti essenziali del certificato sono la chiarezza e la veridicità.
La prima consiste nel redigere l’attestazione scritta in modo esattamente e compiutamente comprensibile per chiunque, in particolar modo per coloro che, non essendo esperti nell’arte medica, possono interpretare erroneamente, anche in buona fede, il pensiero e la volontà del certificante.
La seconda consiste nella conformità di quanto descritto dal medico in relazione a quanto da egli constatato di persona in modo obiettivo. Essa attiene al vero e proprio contenuto del certificato, non essendo semplicemente limitata alla dichiarazione inerente il singolo fatto, ma altresì agli altri elementi quali l’identità della persona interessata, la data, il luogo della certificazione, nonché la firma del dichiarante.
Tali fatti risultano dall’obiettività clinica unitamente ai giudizi diagnostico, prognostico e terapeutico che conclude una corretta e completa attività certificativa.
In particolar modo si sottolinea come, in specie in relazione a certificazioni attinenti fattispecie lesive occorse in occasione di incidenti del traffico dalla dubbia veridicità, la certificazione sia redatta in maniera incompleta, poiché contenente, nella maggior parte dei casi, un giudizio diagnostico e prognostico non accompagnato da una opportuna e dettagliata terapia.
In mancanza di tali elementi il certificato è da considerarsi privo di veridicità e quindi falso sotto il profilo ideologico.
La falsità ideologica in certificati commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità è, d’altra parte, prevista dal Codice Penale, all’articolo 481, nei termini seguenti:
“Chiunque, nell’esercizio di una professione sanitaria o forense o di un altro servizio di pubblica necessità, attesta falsamente, in un certificato, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, è punito con la reclusione fino a 3 anni o con la multa da euro 51,65 a 516,46.
Il medico, in qualità di pubblico ufficiale, qualora rilascia attestazioni non veritiere nell’esercizio delle sue funzioni, risponde del reato di “falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in certificati” (art. 480 del Codice Penale).
In definitiva, quindi, il medico certificatore è tenuto civilmente responsabile di rispondere o rendere ragione di una sua azione, omissiva, in questo caso, in ottemperanza ai princìpi ed alle regole sanciti all’art. 1 del Codice di Deontologia Medica relativamente all’esercizio della professione medica in qualsiasi ambito o stato giuridico in cui venga svolta.
Nel discorrere di “certificazione medica critica-compiacente”, non possiamo non rammentare i recenti fatti di cronaca che hanno avuto luogo tra Nocera Inferiore e Marcianise, ove diversi sanitari risultano, allo stato, sottoposti ad indagini da parte della Procura: su costoro grava, invero, l’accusa di non essersi accertati tanto della reale identità dei pazienti quanto della causa concreta che ha dato luogo ai traumi ch’essi riferivano (si erano, invece, limitati a chiedere indirizzo e recapiti telefonici). In soldoni, lo stesso individuo si presentava in ospedale più di una volta…dichiarando generalità diverse a seconda del caso.
Il risultato? Semplice: la Magistratura – specialmente se di Pace – ci casca, anche perché i sanitari…mica si curano di controllare i documenti, o di esaminare con accuratezza chi si rivolge loro? Assolutamente no (e noi paghiamo)!
In altri termini, queste persone non hanno fiuto: questo ci può stare, ma è intollerabile permettere, per facta concludentia, che l’intera Civitas lo prenda sistematicamente a quel servizio, ragion per cui…un briciolo di sale in zucca non nuocerebbe affatto.
Che dire, invece, delle aggressioni subìte giornalmente da medici ed infermieri ad opera di bestie camuffate da uomini?
Malgrado la vigenza dell’art. 2087 del Codice Civile, nonché del Testo Unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro (TUSSL), l’Amministrazione stenta a muovere un dito, infischiandosi del benessere dei propri dipendenti: mancano le Guardie Giurate, i presìdi di polizia sono insufficienti e, soprattutto, i varchi secondari d’accesso – generalmente riservati al personale – non vengono adeguatamente chiusi.
Merita, infine, un cenno la triste vicenda – conclusasi, però, con un lieto fine – occorsa in una clinica di Cosenza, dove una signora, che vestiva l’uniforme ed i dispositivi di protezione individuale, s’è finta puericultrice per portar via una neonata: non c’era un presidio a regola d’arte, dunque…costei è riuscita a raggiungere lo scopo prefissato, consistente nel far credere che la bimba fosse sua e…che si trattasse di un maschietto.
La differenza abissale fra le strutture ospedaliere «comuni» e la clinica cosentina risiede nel fatto che quest’ultima è dotata tuttora – come anche il Policlinico «Gemelli» di Roma – di un sistema di sorveglianza a circuito chiuso molto sviluppato, grazie al quale le Forze dell’Ordine son riuscite, con tempestività, a rintracciare la rapitrice ed assicurarla alla Giustizia: ecco perché sarebbe d’uopo installare le telecamere in tutti i reparti ospedalieri (cosa che, sia chiaro, non integra alcuna violazione della privacy, dacché sono in ballo dei diritti costituzionalmente garantiti, tra cui quello alla vita ed alla salute), in particolar modo nei Pronto Soccorso, dove molta gente riesce ad attuare i propri loschi disegni ricorrendo a continui cambi d’identità!
Dopotutto, una norma di recente introduzione – segnatamente, le Linee Guida per gli esercenti le attività da bar ed i gestori di locali pubblici, dettate dal Ministro dell’Interno con Decreto dello scorso 21 gennaio – ha imposto, al fine di scongiurare il verificarsi di eventi dall’epilogo spiacevole, l’installazione, all’interno degli esercizi interessati, di un sistema di videosorveglianza (oltre, ovviamente, alla relativa manutenzione), tramite il quale verrà operata, altresì, una valutazione tanto degli operatori quanto degli avventori.
Perché, dunque, non si dovrebbe provvedere in tal senso anche nelle strutture sanitarie, che son preposte per loro natura a far sì che l’essere umano riacquisti la salute o (nelle ipotesi più delicate) non perda la vita?
A fronte di quanto sinora descritto, chi scrive s’appella alle Istituzioni affinché prendano in seria considerazione il potenziale rimedio testé menzionato: una ripresa potrebbe non solo identificare i responsabili di condotte turpi da ogni punto di vista, bensì anche (anzi, soprattutto) a salvare la vita e/o la salute – fisica e psichica – di una persona e l’integrità di una famiglia, oltreché a far sì che la collettività non si veda, suo malgrado, costretta a diverse rinunzie per via della considerevole lievitazione degli oneri fiscali a suo carico.
Soluzioni in merito alle denunciate problematiche
L’Avv. Riccardo Vizzino, dopo aver passato in rassegna le varie problematiche denunciate all’interno del presente documento, propone una proposta di Legge innovativa e risolutiva in grado di poter soddisfare i principali obiettivi che ha posto alla base della propria iniziativa:
- Tutela e garanzia del malato;
- Garanzia per il malato di ottenere cure adeguate ( anche dal punto di vista della nutrizione) e sostegno da parte di medici, infermieri e operatori socio – Sanitari;
- Dignità del malato, anche attraverso la possibilità concreta di ottenere il sostegno e la presenza fisica dei propri familiari;
- Incremento delle principali figure ospedaliere quali medici, infermieri e operatori socio – Sanitari;
- Monitoraggio continuo del malato attraverso apparecchiature ad hoc in grado di riportare i parametri vitali del paziente in ogni momento;
- Tutela del medico che ha agito nel rispetto della professione.
- Monitoraggio e controllo truffe assicurative
Riccardo Vizzino, Emma Vizzino ed Adriano J. Spagnuolo Vigorita
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