Napoli, 19 Luglio – Palermo, 19 luglio 1992. È una domenica d’estate, il caldo si posa sull’asfalto di via D’Amelio come un sudario. Sono le 16:58 quando una Fiat 126 parcheggiata davanti al civico 21 esplode, sollevando un’enorme colonna di fumo e riducendo tutto in macerie. In quella deflagrazione muoiono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Oggi, a trentatré anni esatti da quella strage, il tempo sembra essersi fermato. Non solo per le vite spezzate, ma per le verità mai emerse, per i nomi che ancora mancano all’appello, per le ombre che continuano a infestare le istituzioni.

Chi era Paolo Borsellino? Un magistrato d’altri tempi, un uomo di Stato rigoroso, mai incline al compromesso. Con Giovanni Falcone, il suo compagno di lotta e di destino, aveva rivoluzionato il modo di indagare la criminalità organizzata, mettendo in crisi Cosa Nostra con l’arma più potente: il metodo. La creazione del Pool antimafia fu una svolta culturale prima ancora che giudiziaria, un’alleanza tra uomini che credevano nella giustizia come servizio e non come carriera.

Ma la mafia non perdona. E lo Stato – o almeno una sua parte – rimase a guardare. Dopo la strage di Capaci, Borsellino sapeva che sarebbe toccato a lui. Ne era consapevole, lo confidò ai suoi cari. Aveva appreso che a Palermo era già arrivato l’esplosivo destinato a lui. In quei giorni, chiamò il suo padre spirituale per ricevere la comunione: voleva essere pronto.

Il 19 luglio, l’agenda rossa in cui annotava pensieri, nomi, intuizioni, sparì. Era nella sua borsa, lo confermano i familiari. Ma di quella agenda non c’è traccia. “Conteneva informazioni troppo scomode – afferma Vincenzo Musacchio, criminologo e testimone diretto di quella stagione – se non fosse stato così, sarebbe riapparsa. Invece è sparita. E con essa, pezzi di verità.”

Perché Borsellino fu ucciso appena 57 giorni dopo Falcone? Perché aveva capito. Aveva compreso che dietro le bombe non c’era solo la mafia. C’erano mani esterne, poteri deviati, complicità inconfessabili. Lo disse anche a sua moglie: i mafiosi lo avrebbero ucciso, ma altri avrebbero deciso. Falcone parlava di “menti raffinatissime”. Musacchio, oggi, parla di “nuovo sistema politico-istituzionale mafioso”. Un potere silenzioso e trasversale che, eliminando i due magistrati, mise a tacere l’unica vera minaccia.

Oggi, a distanza di trentatré anni, resta un vuoto doloroso. I mandanti eccellenti sono rimasti impuniti. I depistaggi – clamorosi, documentati – non hanno portato a verità né a giustizia. La memoria di Borsellino è diventata un dovere civile, ma rischia di trasformarsi in rituale, in cerimonia senza contenuto. E allora, viene da chiedersi: cosa ne abbiamo fatto di quel sacrificio? Abbiamo davvero meritato l’esempio di Borsellino?

“I giovani – ricordava – sono i più adatti a sentire il fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale”. A loro si affidava. A loro tocca oggi raccogliere l’eredità. Ma a noi – adulti, istituzioni, cittadini – spetta un altro compito: pretendere la verità. Perché senza verità, la memoria diventa rassegnazione. E la democrazia, solo una parola stanca. A trentatré anni dalla strage di via D’Amelio, il ricordo di Paolo Borsellino non può restare confinato alla ritualità delle commemorazioni. Deve essere la miccia di una domanda collettiva e scomoda: cosa abbiamo fatto, in questi decenni, del suo sacrificio?

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.