Napoli, 22 Aprile – La mesta notizia, giuntaci questa mattina, ha lasciato pressoché sconvolta la popolazione mondiale: Jorge Mario Bergoglio, asceso al Soglio Petrino poco più di dodici anni or sono col nome di Francesco (scelta dettata dall’ammirazione verso il Santo d’Assisi), ha esalato l’ultimo respiro fra le mura della Domus Sanctae Martae, sita poco distante dall’Aula Paolo VI. 
Confesso che non mi riuscirà facile contenere il mio ricordo in poche righe, ma cercherò comunque di non dilungarmi nel rendere onore al Sommo Pontefice: porrò, quindi, in risalto gli aspetti più salienti che hanno caratterizzato il Suo magistero, unitamente alle testimonianze di Fede che egli ci ha consegnato.
Ero di rientro dall’Università quando, nel pieno di una bomba d’acqua abbattutasi su Pozzuoli, mi giunge notizia che la fumata proveniente dal comignolo della Sistina era, finalmente, bianca: decisi di fare un bagno caldo in fretta, in quanto desideroso di conoscere il nome del nuovo Successore di Pietro e, soprattutto, di udire il suo discorso d’insediamento e ricevere, insieme con tutti i Fratelli e Sorelle del mondo, la solenne benedizione Urbi et Orbi.
Alla loggia della Basilica Vaticana s’affaccia un uomo che aveva superato da poco i settantacinque anni d’età, ma, cionondimeno, giovanile e colmo di gioia: aveva scelto di chiamarsi “Francesco”, poiché aveva compreso il reale significato della missione cui i Sacerdoti e la Chiesa tutta sono chiamati ad assolvere, da individuarsi nel supporto – materiale e morale – a chi è segnato dalla povertà.
Bergoglio ha messo le cose in chiaro sin dal primo istante: intendeva guidare una «Chiesa povera e per i poveri», preoccupandosi non solo di assicurare i viveri necessari a coloro che ne fossero sprovvisti, ma anche di riavvicinare alla Fede gli smarriti di cuore, che si credevano, in un modo o nell’altro, in preda all’abbandono.
Ecco perché gli stava molto a cuore ciò che molti di noi, purtroppo, stentano a riconoscere e rispettare, benché ciò sia imposto dalla totalità delle Costituzioni democratiche in vigore nel Vecchio Continente e, soprattutto, dal Vangelo: la dignità di ogni essere umano (in quanto Creatura di Dio, come San Francesco rammentava) e l’eguaglianza di tutti al cospetto del Signore e della Legge.
Da ciò deriva la ferma condanna che il Compianto ha sempre rivolto verso ogni azione violenta, in particolare nei confronti di una pratica – conosciuta col nome di «guerra» – che a nulla serve se non a massacrare innocenti e fomentare odio, rancore e brame di vendetta: l’assenza materiale di Francesco rappresenterà senz’altro un vuoto incolmabile per il mondo, considerato l’impegno instancabile da lui profuso nello spingere i leaders mondiali a porre fine ad ogni ostilità, preoccupandosi piuttosto della vita e del benessere dell’uomo e del Creato; ma un messaggio del genere, come noto, si stenta a recepirlo: in ogni angolo del mondo si continua a vedere il Prossimo come «nemico», come parassita da debellare, quando la forma di composizione delle controversie che andrebbe prediletta è il dialogo attraverso una diplomazia che, allo stato, sembra vistosamente posseduta dal Maligno.
È per tale motivo che il Papa, mettendo in luce la sua inestimabile umanità e bontà d’animo, esortava ciascuno di noi a non permettere ad altri di rubarci la speranza. Sì, la speranza, quella virtù tanto cara a San Giovanni Paolo II (canonizzato da Bergoglio) che, a dispetto di qualsiasi apparenza, non conosce tramonto: a lasciarla trasparire è quel sorriso che, anche dopo le sette e trentacinque di oggi, è rimasto stampato sul volto di un uomo straordinario, che ha guidato la Chiesa di Cristo con alacrità ed abnegazione.
Ringraziamo, dunque, il Buon Dio per il dono di Papa (anzi, direi proprio…Papà) Francesco e chiediamoGli, al contempo, la grazia di poterne seguire l’esempio luminoso. A-Dio, Santità!
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