Napoli, 19 Ottobre – La Grecia ha vissuto, nel corso dei secoli, parecchie vicissitudini, a séguito delle quali diverse etnie ne hanno assunto il governo: il riferimento è, innanzitutto, alle varie egemonie narrate dagli storici, prime tra tutte quelle di Atene, Sparta e Tebe di Beozia, la quale ultima ha veduto il tramonto con l’ascesa del sovrano Macedone Alessandro Magno.
Tralasciando tutte le parentesi che vanno dall’età post-alessandrina ad oggi, è d’uopo rimarcare che l’Ellade (così i locali gradiscono che la si chiami) è reduce da vari periodi critici, con particolare riguardo al profilo economico: la crescita del debito pubblico e la cattiva gestione da parte dei Governi avvicendatisi – che, per far sì che il Paese potesse entrare nell’Eurozona, falsificarono i bilanci – è culminata, nel duemilanove, con una crisi senza precedenti, complice soprattutto la crescente sfiducia nutrita dagli investitori.
Questa mattina, intorno alle sette, ho riguardato tutte le notizie dei giorni scorsi, apprendendo che il Parlamento Greco ha approvato una più che discutibile riforma in tema di lavoro: più precisamente, la nuova legge prevede la possibilità, in capo ai lavoratori, di prestare la propria attività per un monte ore giornaliero pari a tredici.
Vi confesso, cari Lettori, che son balzato dalla poltrona, perché una normativa del genere, pur comportando – apparentemente, beninteso – significativi incrementi stipendiali (sino al quaranta per cento, se non vado errato), pone i datori nelle condizioni di reperire più agevolmente risorse a basso costo, proponendo contratti con all’interno clausole a dir poco umilianti.
Esemplificando, laddove un individuo dichiari, durante il colloquio, di trovarsi in condizioni di bisogno, il titolare di una qualsiasi azienda – come anche lo Stato o le Istituzioni territoriali Elleniche – potrebbe approfittare di tale situazione, proponendogli una busta paga apparentemente dignitosa, ma…da sudare giornalmente.
A colpo d’occhio, si può affermare che la Legge in commento contrasta, benvero, con il Syntagma (ossia la Costituzione Greca), entrato in vigore nel 1975, il cui articolo 22, al comma primo, impone allo Stato di vigilare affinché siano create le condizioni di piena occupazione per tutti i Cittadini e per il progresso morale e materiale della popolazione, tanto di campagna quanto di città: ebbene, com’è possibile parlare di «progresso» in contesti ove si spiana, di fatto, la strada ad una…quasi-schiavitù legalizzata?
Ma non è tutto! Bisogna, altresì, rammentare che la Grecia è un Paese membro dell’Unione Europea, nella quale ha fatto ingresso nel 1981: ebbene, gli esponenti del partito al governo – la cui denominazione «Néa Dimokratía» trae in inganno -, promotori della cennata Legge, hanno dimenticato che dal 2009 è in vigore la Carta dei Diritti Fondamentali, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, la quale sancisce, all’art. 31, il diritto, in capo a ciascun lavoratore, a vedersi applicare condizioni rispettose della sua salute, sicurezza e dignità (comma primo), nonché alla previsione di una durata minima della giornata, al riposo giornaliero e settimanale ed alle ferie retribuite (comma secondo).
Ditemi Voi se, lavorando tredici ore al dì – o pressappoco -, si possa o meno parlare di rispetto della salute, della sicurezza e della dignità: così facendo, carissimi pseudo-democratici, costringete i lavoratori a vivere unicamente in funzione del proprio impiego e, contestualmente, non gli permettete di crescere serenamente la loro prole!
Auspico, dunque, con fervore che la Corte Superiore Speciale (è così denominato il Collegio che, ai sensi dell’art. 100 del Syntagma, giudica la conformità o meno delle leggi al dettame di quest’ultimo) si pronunci quanto prima, tacciando d’incostituzionalità il provvedimento normativo recentemente varato: la Grecia è la culla della cultura Europea, e non bisogna permettere che la patria della democrazia si tramuti, di colpo, in una fucina di nuovi schiavi!
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