Riflessioni in pillole Rubriche

La Pasquetta dei ragazzi di via Ritiro

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Napoli, 5 Aprile – Lo Stato italiano, nel dopoguerra, introdusse la festa di “Pasquetta” forse per dare la possibilità alle famiglie di godere di una giornata in più di spensieratezza. Religiosamente è il “Lunedì dell’Angelo”, e ricorda appunto l’incontro delle donne, Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salomè, con l’Angelo, che le tranquillizzò circa la resurrezione di Gesù, quando munite di oli aromatici per imbalsamarne il corpo, si erano recate al sepolcro e l’avevano trovato vuoto.

Ma come vivevano questa festa i ragazzi di via Ritiro?

Innanzitutto la sveglia suonava all’alba poiché in questo giorno cadeva un’altra festività molto amata, la festa della Madonna dell’Arco. Anche Calvizzano aveva il suo folto gruppo di devoti con varie sedi sparse per il paese, i fujenti, ossia i fedeli, si vestivano di bianco con una striscia azzurra di traverso e una rossa nei fianchi e scalzi, con musica e balli onoravano l’immagine della Madonna, esposta in punti chiave del paese. Il tutto era davvero suggestivo e noi non potevamo perdere questo rito, li seguivamo fino in piazza e i più devoti ascoltavano la messa. Dopodiché caricati nello spirito, iniziavamo la preparazione alla nostra gita fuoriporta.

Eravamo davvero in tanti, circa una ventina, tra sorelle, cugine, amiche, non erano ammessi i ragazzi se non i più piccoli come Salvatore e Franco. Ovviamente le più grandi, avevano il compito di sorvegliare a vista i piccoli della compagnia.

Mio padre con il suo “tre ruote” caricava pentolame, stoviglie, cibo, bevande, coperte e tutto ciò che poteva tornarci utile e lo portava in anticipo nella casa di Carmela, ovvero una vecchia cascina in disuso con un’ampia aia, nella nostra campagna di Calvizzano, che distava una manciata di chilometri da via Ritiro.

Circa mezz’ora dopo a piedi, carichi di zaini e di felicità nel cuore, attraversavamo il paese per poi inoltrarci in una stradina secondaria immersa nel verde. I piccoli si tenevano per mano e camminavano ordinatamente come soldatini. Giunti in questa via, iniziavamo a cantare a squarciagola.

Mi viene ancora nostalgia nel ricordare quelle stupende scampagnate, si respirava la libertà, cosa così rara per noi, si respirava leggerezza, i nostri genitori in quel giorno erano contenti e questo arrivava alle nostre giovani anime come un calmante.

Quando l’aia si intravedeva, iniziava una corsa folle, sembravamo farfalle che svolazzavano nel cielo azzurrissimo.

L’aia si riempiva in breve di coperte, di un chiacchiericcio disordinato, di bambini che saltellavano impazziti, mentre dalla casa iniziava ad uscire fumo, sia dalla canna fumaria che dall’uscio, accendere il fuoco per cucinare non era affatto semplice. Io e Anna normalmente cercavamo di svincolarci e inoltrarci nei campi da sole, avevamo sempre cose importanti di cui parlare, ma venivamo richiamate all’ordine e incitate a tenere sotto controllo almeno i piccoli.

Ricordo ancora il sapore degli spaghetti scotti e affumicati, con il pomodoro, erano pessimi ma al contempo così deliziosi. Mangiavamo in piedi in piatti di plastica che cedevano essendo stracolmi e poi uova sode, salumi, casatiello, pastiera, pezzi di cioccolato dell’uovo aperto il giorno prima, addentato col pane fresco.

Indossavamo gli smanicati delle nostre mamme per evitare di sporcarci visto che saremmo dovute ritornare a piedi e attraversare di nuovo il paese in un orario sicuramente molto affollato a differenza della mattina.

Finito di mangiare, ma soprattutto di ridere e scherzare, ci sdraiavamo sulle coperte all’ombra di qualche albero per riposarci un po’. Qualcuno tirava fuori un libro, ma la maggior parte continuava a dire cavolate e nel caso mio e di Anna, chiudevamo gli occhi e iniziavamo a sognare, cosa così consueta per noi.

Arrivava poi il momento cruciale della scampagnata, era la cosa proibita che non poteva mancare. Molti penseranno leggendo che a quel punto avremmo tirato fuori “una canna”, o degli alcolici, invece no, nulla di tutto ciò.

Partivamo come se davvero fossimo sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, alla volta del “lagno”, ossia l’Alveo che costeggiava la campagna da un lato e la strada dall’altro. Nei nostri occhi la malizia della trasgressione, ci appostavamo nella parte più libera dalla vegetazione in modo tale da poter vedere quando arrivavano le auto. Appena ne vedevamo una, iniziavamo ad urlare come matte: “Aiuto, aiutooo…” e poi ci nascondevamo dietro gli alberi.

Molti, spaventati dalle urla, rallentavano, alcuni uscivano dall’auto cercando di capire da dove arrivasse quella richiesta di aiuto.

Ripetevamo questo rituale per almeno mezz’ora, poi senza più voce, ritornavamo soddisfatte all’aia, in barba a quei poverini che si erano presi un bello spavento.

Erano giochi stupidi dovuti all’incoscienza della giovane età, ma che ci rendevano così felici, non tanto per lo spavento che provocavamo ai poveri automobilisti, ma per le urla liberatorie che portavano via tutte le frustrazioni accumulate nel nostro quotidiano fatto di sacrifici, di rinunce, di lavoro duro, in vista di un futuro non certo pianificato come per tanti altri.

Noi, i ragazzi di via Ritiro, morivamo ogni giorno, in attesa della resurrezione futura e orgogliosamente possiamo dire di esserci riusciti.

Ma questa è un’altra storia che un po’ alla volta vi racconterò: i traguardi raggiunti dai ragazzi di via Ritiro.

Buona Pasquetta a tutti.

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