Napoli, 5 Maggio – Gli annunci di lavoro, elaborati da privati ed aziende, riescono a raggiungere il monitor dei potenziali candidati in poco meno di un secondo; purtuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi…il tenore di tali avvisi contiene una miriade di termini avente il fine di sottolineare che, per raggiungere l’apice del successo, bisogna impegnarsi ai massimi livelli.
Orbene, questa è una delle panzane più colossali del mercato del lavoro, dal momento che la sorte cui vanno spesso incontro i giovani promettenti, con un background di tutto rispetto ed una voglia matta di fornire il proprio contributo alla creazione di un contesto sociale potenzialmente più favorevole alle generazioni future, si rivela il più delle volte alquanto crudele.
Già, perché non basta dare il massimo per guadagnarsi una posizione apicale nei ranghi di un’azienda o di una realtà professionale, ma occorre, altresì, mostrare un atteggiamento di costante sottomissione verso chi comanda, se non addirittura intrattenere legami profondi con le personalità di spicco.
Napoleone Bonaparte, della cui dipartita si commemora quest’oggi il duecentocinquesimo anniversario, era pienamente consapevole che una prassi del genere fosse altamente suscettibile di demotivare gli elementi valevoli e, contestualmente, di far sprofondare la governance dell’impero in un burrone da cui sarebbe stato a dir poco arduo risalire: tale ragione lo spinse ad abbandonare qualsiasi logica di nepotismo, tanto in àmbito militare quanto per ciò che inerisce all’amministrazione dello Stato.
Egli sosteneva, condivisibilmente, che l’accesso alle posizioni prestigiose andasse conquistato dimostrando merito, capacità ed effettiva comprensione di quanto sia complesso governare, ragion per cui disprezzava enormemente chiunque sosteneva di aver talento per governare per il solo fatto di occupare lo scranno più alto. Questo graduale abbandono del nepotismo costituisce senz’altro una rivoluzione copernicana rispetto all’Antico Regime, sistema in cui non c’era spazio per alcuna scalata sociale. Orbene, pare che l’insegnamento napoleonico non sia stato opportunamente recepito dai “posteri”, cioè proprio da coloro che il Manzoni, nell’ode menzionata in apertura, ha deputato a rendere “l’ardua sentenza” circa l’autenticità della gloria del Bonaparte. In altri termini, nella società attuale – e, in primis, nel mercato del lavoro – il merito tende marcatamente a passare in secondo piano, dal momento che all’impegno reale viene tuttora preferito lo status, come anche quella che si suole definire la perdita graduale d’identità.
L’esempio più lampante va individuato nell’organizzazione dei grandi studi legali (comunemente noti come “studi-boutique”), nel cui organigramma son presenti i soci (partners), gli associates e, alla base, i professionisti “comuni” (indicati con il termine “collaboratori”) ed i praticanti (trainees): ebbene, malgrado l’esperienza presso queste realtà professionali sia potenzialmente foriera di prestigio, coloro che hanno speranza di far carriera in seno ad esse non sono i trainees “comuni” che, lavorando indefessamente dalla mattina alla sera – e, talvolta, finanche la notte, percependo compensi da fame, che spesso non gli permettono una vita dignitosa -, forniscono al team un supporto concreto, bensì quelli “privilegiati”, che magari son stati presi a lavorare lì soltanto per conoscenza, ma, nella sostanza, scaldano la sedia (tanto, sono i cocchi del “capo”). Chi osa “lamentarsi”…rischia seriamente di essere sbattuto fuori, nonostante il contributo fornito. Ho reso bene l’idea, vero? È una vergogna, o no?
Che Napoleone fosse una persona controversa è cosa ormai nota; c’è, però, da riconoscergli che l’impegno gli stava molto a cuore, diversamente da parecchi nostri contemporanei che perseverano nel puntare sulle persone che conoscono (o su chi appare propenso a sottomettersi) piuttosto che su chi, mercé il proprio talento, potrebbe diventare il futuro capitano della squadra. Apriamo, dunque, gli occhi e guardiamo ai fatti: non rischiamo di commettere errori che potrebbero penalizzare i nostri giovani valenti (e ce ne sono una marea!), molti dei quali si vedono, loro malgrado, costretti ad emigrare per vedersi, finalmente, riconoscere i propri meriti.
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