Napoli, 11 Gennaio – Sale ad almeno 192 il bilancio delle vittime delle proteste contro il governo iraniano scoppiate due settimane fa in diverse città del Paese. A fornire i dati è l’organizzazione non governativa Iran Human Rights, con sede in Norvegia, che parla di “almeno 192 manifestanti uccisi dall’inizio delle proteste”. L’ong avverte tuttavia che il numero reale potrebbe essere significativamente più alto, a causa del blackout di Internet imposto dalle autorità iraniane, che rende difficili le verifiche indipendenti sul terreno.

Nonostante le restrizioni alle comunicazioni digitali, l’opposizione iraniana è riuscita a far circolare sui social media video e immagini delle manifestazioni in corso a Teheran e in numerosi altri centri urbani, documentando una repressione definita “feroce” e attribuita ai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, e alle forze di sicurezza del regime.

Sul fronte interno, le autorità iraniane rivendicano un inasprimento della linea dura. Il comandante in capo della polizia nazionale, Sardar Radan, ha dichiarato che “il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato” e ha parlato di “arresti importanti”, sostenendo che “i principali elementi dei disordini di ieri sera sono stati arrestati”. Le dichiarazioni sono state riportate da Sky News.

Ancora più esplicito il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, che ha invitato la magistratura a intervenire “con decisione” contro i manifestanti. “La magistratura dovrebbe occuparsi con fermezza dei responsabili della situazione di insicurezza”, ha affermato, secondo quanto riferisce il quotidiano Tehran Times.

Dura anche la reazione della Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, che ha respinto le prese di posizione del presidente statunitense Donald Trump. In un messaggio pubblicato in francese sul suo account X, Khamenei ha accusato Trump di aver incoraggiato i manifestanti, invitandolo a “occuparsi del suo Paese”.

Negli Stati Uniti, intanto, il dossier iraniano è al centro di valutazioni politiche e militari. Secondo quanto riportato da New York Times, Washington Post e Wall Street Journal, l’intelligence e il Pentagono avrebbero presentato al presidente Trump diverse opzioni di intervento in Iran, nel caso in cui la repressione dovesse intensificarsi ulteriormente.

Fonti dell’amministrazione citate dal Wall Street Journal precisano tuttavia che, pur includendo anche l’ipotesi di un attacco aereo su vasta scala contro obiettivi militari iraniani, “non c’è consenso su una linea d’azione” e “non ci sono segnali di un attacco imminente”. Si tratterebbe, sottolineano le stesse fonti, di una pianificazione ordinaria e preliminare.

In attesa di eventuali decisioni della Casa Bianca, secondo indiscrezioni sarebbe stato posto in stato di allerta il dispositivo aeronavale statunitense della Quinta e della Settima Flotta nel Golfo Persico, nel Mar Rosso e nel Mediterraneo orientale, così come le basi di Al Udeid in Qatar e di Camp Arifjan in Kuwait. Un livello di allerta elevato sarebbe stato registrato anche in Israele, dopo una telefonata del segretario di Stato americano Marco Rubio al primo ministro Benyamin Netanyahu. Le autorità israeliane non hanno fornito dettagli sulle modalità della pre-attivazione militare.

A commentare la situazione è stato lo stesso Trump, che sui social media ha scritto: “L’Iran sta guardando alla libertà come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!”. Mentre la repressione continua e il bilancio delle vittime resta incerto, la crisi iraniana si conferma un punto di forte tensione regionale e internazionale, con sviluppi che potrebbero avere conseguenze ben oltre i confini del Paese.

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