Inquinamento atmosferico, la Campania divisa in due: emergenze diffuse e modelli positivi
Napoli, 9 Febbraio – Nove comuni campani indossano la maglia nera dell’inquinamento atmosferico in un quadro regionale che continua a mostrare più ombre che luci. È quanto emerge dai dati delle centraline Arpac, rielaborati nel rapporto “Mal’aria di città” di Legambiente, che confermano una diffusa difficoltà nel rispetto delle normative sulla qualità dell’aria, soprattutto per quanto riguarda le polveri sottili.
Sono nove, infatti, i centri che superano la soglia consentita dei 35 giorni annui oltre il limite di PM10, un valore che, quando si ripete con frequenza, non rappresenta soltanto una violazione normativa ma può trasformarsi in una vera e propria emergenza sanitaria. In testa alla classifica negativa c’è Acerra, con ben 92 sforamenti in un solo anno, seguita da San Vitaliano e Teverola. Tra i grandi centri urbani spicca Napoli, che si colloca al quinto posto, a conferma delle difficoltà strutturali del capoluogo nel contenere l’inquinamento atmosferico.
Numeri che appaiono ancora più allarmanti se confrontati con gli obiettivi fissati dall’Unione europea per il 2030, che prevedono limiti più stringenti e impongono un cambio di passo deciso. Senza interventi rapidi e strutturali – dalla mobilità sostenibile alla riconversione industriale – il divario rischia di ampliarsi ulteriormente.
Accanto alle criticità, però, il rapporto fotografa anche realtà virtuose, spesso rappresentate da piccoli centri. Polla emerge come esempio positivo, dimostrando come una gestione attenta del territorio possa tradursi in una migliore qualità dell’aria. Tra le città di dimensioni maggiori, Avellino si distingue per risultati incoraggianti.
Particolarmente delicata resta la situazione legata al PM2,5, la frazione più fine del particolato e quindi la più pericolosa per la salute, capace di penetrare in profondità nei polmoni. In questo caso i segnali più critici arrivano da San Vitaliano e Casoria. Non mancano, tuttavia, esempi positivi anche tra i grandi centri: Battipaglia, Caserta e Pozzuoli rientrano tra i comuni che mostrano livelli più contenuti.
Il biossido di azoto, inquinante strettamente legato al traffico veicolare, conferma invece le difficoltà croniche della piana a nord di Napoli, l’area più esposta. Il capoluogo regionale si colloca al terzo posto per concentrazioni elevate. Eppure, anche su questo fronte, non mancano segnali incoraggianti: sono già numerose le città campane che rispettano i limiti previsti per il 2030, tra cui Marcianise, Pozzuoli, Battipaglia, Caserta e Benevento.
Il quadro che emerge è quello di una regione divisa, in cui emergenze ambientali e buone pratiche convivono spesso a pochi chilometri di distanza. I dati delle centraline Arpac non raccontano solo un problema tecnico, ma pongono una questione politica e culturale: la qualità dell’aria è il risultato di scelte urbanistiche, industriali e di mobilità. La sfida per la Campania sarà trasformare le esperienze virtuose in un modello diffuso, prima che i limiti superati diventino la normalità e non più l’eccezione.
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