Napoli, 2 Giugno – È il due di giugno: esattamente ottant’anni fa, la radio comunicava agli Italiani l’esito del referendum sulla forma di governo, prima tornata elettorale della nostra storia cui parteciparono, finalmente, anche le donne.  Il divario tra monarchia e repubblica fu tutt’altro che ampio, complici parecchi fattori che esercitarono una significativa influenza sulle scelte degli Italiani: da un lato, v’era chi, nonostante i misfatti del Ventennio, continuava a riporre fiducia in Casa Savoia (dopotutto, l’Italia, stando a quel che insegnano a scuola, era nata sotto la loro egida), mentre dall’altro prendeva piede la corrente di pensiero che, condivisibilmente, ascriveva la colpa della rovina mussoliniana alla condotta ambigua di Vittorio Emanuele III, sovrano che, ben lungi dal poter essere considerato uno “statista” (come è da taluni ancora definito), si rivelò un autentico fantoccio, privo di quel carisma che, dopo vari lustri di regno, avrebbe dovuto incarnare.  Esemplificando, la monarchia s’era data la zappa sui piedi già nel periodo a cavallo tra le due guerre mondiali (che alcuni storici, non a torto, definiscono “grande crisi”), dacché aveva servito su un piatto d’argento la pienezza dei poteri ad un certo Benito Mussolini, le cui politiche, come noto, generarono diseguaglianze e tanta povertà.
Tra i primi Savoia (Vittorio Emanuele II ed Umberto I) – che hanno realmente costruito l’Italia – e gli ultimi due (Vittorio Emanuele III, che portò il Paese alla Seconda Guerra Mondiale, ed Umberto II, il quale, pur essendo partito volontariamente per l’esilio dopo il referendum, non abdicò mai formalmente) v’è, pertanto, una differenza abissale!
Uno scenario non dissimile si verificò nell’epoca immediatamente anteriore all’Unità, con particolare riguardo al Mezzogiorno: com’è noto, i sovrani della dinastia borbonica – tuttora osannati da qualche fanatico che, evidentemente, non è abbastanza preparato in storia -, non si premuravano minimamente di risolvere i problemi che le classi meno agiate eran chiamate a fronteggiare nel quotidiano, ma…erano fermi nell’adozione di misure aventi l’obiettivo d’agevolare la proprietà terriera (in primis, i latifondisti della Trinacria) e, soprattutto, il contributo da essi fornito nella lotta al brigantaggio fu senz’altro magro, con conseguenti danni per i più umili, costantemente depredati di quel poco che gli necessitava per sopravvivere.
A comprendere appieno questa drammatica situazione fu il figlio cadetto di un allora nobiluomo Partenopeo, la cui intelligenza è da considerarsi mostruosa senz’ombra di dubbio: alludo a Carlo Pisacane, il quale, dopo una lunga peregrinatio fra lo Stivale, la Svizzera, la Francia e l’Inghilterra, partecipò attivamente – insieme con Giuseppe Mazzini, Goffredo Mameli, Giuseppe Garibaldi ed Aurelio Saffi – all’impresa della Repubblica Romana (realtà statale che, però, ebbe una durata brevissima), esperienza che lo indusse a comprendere che l’Italia unita giammai avrebbe potuto essere retta da un monarca accentratore come Francesco II di Borbone.
Al contrario, era d’uopo procedere ad una tempestiva mobilitazione delle masse contadine, finalizzata a rovesciare dal trono i sovrani delle Due Sicilie per poi spingersi gradualmente verso il settentrione e creare in tal modo un’Italia unita e repubblicana.  Mazzini, tuttavia, non era tanto favorevole alla cennata mobilitazone, essendo convinto che, prima di agire, si sarebbe dovuto procedere ad impartire agli umili un’istruzione adeguata, avente il proposito di far comprendere loro che, a lungo andare, la frammentazione della Penisola sarebbe stata foriera di confusione ed ostilità (a onor del vero, questa tesi è da condividere quasi del tutto).
Il 25 giugno del 1857, Pisacane, complice la tenacia che lo contraddistingueva, riuscì abilmente – aiutato da Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone – a dirottare verso Ponza il piroscafo di linea che collegava Genova con Tunisi: giunto sull’isola, liberò, sventolando il Tricolore, trecentoventitré individui, detenuti nelle carceri borboniche per reati comuni (solo pochi di essi avevano commesso crimini politici) e, al tempo stesso, sottrasse diverse armi al presidio locale.
La sera del 28, i congiurati approdarono a Sapri, ma il tanto anelato appoggio dei villani non arrivò: difatti, gli esponenti del ceto contadino li scambiarono per briganti, dunque – insieme con i gendarmi borbonici, informati per tempo dello sbarco – ne massacrarono venticinque a colpi di falce; i superstiti fuggirono alla volta di Sanza, ma anche lì la popolazione insorse e ne uccise ottantatré.
Sulla causa mortis di Pisacane, invece, v’è tuttora un giallo, poiché non è certo se egli (come Falcone) si sia suicidato o se, invece, a porre fine alla sua vita sia stato un sottocapo urbano, tale Sabino Laveglia; sta di fatto, però, che – come affermato da Luigi Mercantini nel celebre componimento – «eran trecento, eran giovani e forti e sono morti!».
L’excursus storico finora articolato deve stimolare ciascuno di noi ad un accurato ragionamento: se, da una parte, la genialità ed il coraggio del Pisacane avrebbero potuto dar vita ad una repubblica già prima del 17 marzo 1861, dall’altra non va trascurato che, se egli avesse preso in debita considerazione anche il punto di vista espresso da Giuseppe Mazzini, non solo si sarebbe avuta una celere ricucitura del Paese, ma si sarebbe anche potuta instaurare anzitempo la Gloriosa Repubblica che quest’oggi orgogliosamente celebriamo; cionondimeno, non si può affermare con certezza se l’apporto di Pisacane avrebbe o meno consentito la nascita della Nostra Costituzione, poiché costui, sebbene avesse a cuore i ceti meno abbienti, propagava delle idee sin troppo vicine a quello che sarebbe stato il comunismo Sovietico (prima) ed il maoismo (poi). 
La soluzione più corretta sarebbe stata – torno a ribadirlo – una piena sinergia con Mazzini e gli altri padri della Repubblica Romana; ma…«quel che è stato, è stato», affermava saggiamente Jacques Prevert: i nostri patrioti hanno risvegliato le coscienze avìte, mentre gli antenati…per così dire più “prossimi” hanno dato vita ad una Repubblica Democratica e, contestualmente, cristallizzato princìpi, diritti e libertà in una Carta Costituzionale che è tuttora la migliore del mondo. Buon compleanno alla Nostra Repubblica e onore a chi, sacrificando la libertà e/o la vita, ci ha sempre fatto sentire Italiani!
Scisciano Notizie è orgoglioso di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. Per questo chiediamo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, fondamentale per il nostro lavoro. Sostienici con una donazione. Grazie.
 
SciscianoNotizie.it crede nella trasparenza e nell'onestà. Pertanto, correggerà prontamente gli errori. La pienezza e la freschezza delle informazioni rappresentano due valori inevitabili nel mondo del giornalismo online; garantiamo l'opportunità di apportare correzioni ed eliminare foto quando necessario. Scrivete a redazione@sciscianonotizie.it . Questo articolo è stato verificato dall'autore attraverso fatti circostanziati, testate giornalistiche e lanci di Agenzie di Stampa.