Nel dolcissimo ricordo di Luigi (“Gino”) Labruna
Napoli, 13 Luglio – Espormi al sole mi dà sollievo, specie quando la schiena non m’aiuta; ciononostante, l’odierna giornata balneare ha avuto un epilogo senz’altro mesto, avendo ricevuto la notizia della dipartita di una persona che, per me come per molti, ha rivestito un ruolo di notevole importanza.
Mi riferisco a Gino Labruna, volto iconico della scuola giusromanistica Partenopea e, soprattutto, portavoce della Facoltà Giuridica Federiciana oltre i confini dello Stivale. Sono tuttora scosso da riscontrare seria difficoltà a trovare le parole giuste per descrivere una personalità così eminente e carismatica, che si faceva in quattro per gli altri non solo in àmbito universitario, bensì anche nella vita sociale: una cosa più unica che rara, oserei dire!
Non vivo più stabilmente in Campania da poco più di un anno, avendo trovato un impiego nella Capitale; pur tuttavia, Gino era capace di farmi avvertire, malgrado la distanza, un calore familiare quasi totalmente privo di paragoni: spesso, infatti, mi scriveva (oppure mi telefonava, specie nei tardi pomeriggi d’inverno) per aggiornarsi non soltanto riguardo ai miei progressi lavorativi, ma soprattutto per capire quale fosse il mio stato d’animo, dal momento che mi trovavo in una realtà completamente nuova.
Egli apprezzava profondamente la mia capacità di adattamento, nonché quella volontà di non fermarmi che diverse volte solevo manifestargli: «continua a percorrere il sentiero che stai tracciando, e non fermarti mai!», era solito ripetermi, specialmente in quel periodo buio vissuto a distanza di un anno dalla piena pandemia. Vederci era impossibile, considerato il serio rischio di contagio che illo tempore si correva; ma le piattaforme di audio e videoconferenza rappresentarono un grosso aiuto, dal momento che ci permettevano d’interagire in assoluta libertà, nonché in modo chiaro (in quelle circostanze…non era obbligatorio indossare i dispositivi di protezione).
Anche allorquando si trattava di rivolgermi un rimbrotto quasi paterno (lui ed il mio compianto Papà non erano semplici colleghi, ma amici per la pelle!), egli non risparmiava un briciolo d’ironia e, soprattutto, manteneva quell’encomiabile aplomb che l’ha sempre contraddistinto: difatti, a quel che mi consta, Gino ha sempre nutrito profondo rispetto per il Prossimo, evitando parole e/o frasi offensive nei confronti dei suoi interlocutori: che lezione d’umanità, non Vi pare?
Sono sopraffatto dal dolore, ma non posso di certo trascurare, a conclusione di questo breve ricordo, le occasioni (rare, per fortuna) in cui Gino, mosso dall’affetto, ha dovuto vestire i panni di quella figura paterna che ho perduto prematuramente: il salotto di casa sua, come anche le stanze virtuali che creavamo per conferire da remoto, è stato il luogo in cui il mio turbamento riusciva, grazie alla sua semplicità, a venir tempestivamente rimpiazzato dalla volontà di rialzarmi, di rimettermi in pista, di dimostrare il valore e le capacità ch’egli, sistematicamente, m’attribuiva.
Caro Gino, nelle nostre piacevoli chiacchierate avrai udito centomila volte che le parole, anche se dolci o benevole, non bastano ad esprimere i propri sentimenti: occorre, invece, dimostrarli con le azioni, esattamente come facevi Tu. Arrivederci Lassù, caro zio acquisito e secondo padre!
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