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Gli anziani e il coronavirus, la sfida di guardare l’altro lato della vita: testimonianze e aneddoti di nonna Maria

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Palma Campania, 27 Marzo – La signora Maria Boccia, classe 1924, è giunta alla sua veneranda età potendo vantare una lucidità fuori dal comune, ed è un piacere ascoltarla nel raccontare le storie del suo vissuto: una macchina del tempo ricca di aneddoti e testimonianze. È così che intrattiene chi le fa visita.

Sono settimane che non vede più nessuno in casa, non riceve abbracci, né sorrisi. Smania nonna Maria, ed è fortunata ad avere il calore della figlia Raffaella, preoccupata per il coronavirus, deve stare molto attenta a salvaguardarle la salute, a rincuorarla che passerà il brutto periodo di quarantena e poi potrà ricevere chiunque. I genitori, sebbene vecchi, sono affetti preziosi e maestri di vita. Per chi ha la fortuna della loro vicinanza, danno compagnia e sono fonte di amore incondizionato. Il coronavirus non ha creanza, agli anziani il contagio velocizza la morte.

Nessun tampone gli viene somministrato, nessun ospedale li accoglie per assisterli con la ventilazione meccanica e si muore senza estrema unzione, senza esequie e degna sepoltura. La paura stringe Raffaella in una morsa, il sistema sanitario non è sufficientemente preparato per l’emergenza e mamma Maria rappresenta la categoria degli anziani che in questo periodo sono un’ “eccedenza” e la loro vita non equivale ad essere vissuta come quella di tutti. Eppure la morte di uno di loro non è meno desolante di altre vite umane. Mai come in questo momento di pandemia, dove tutti devono stare a casa, la tecnologia viene in aiuto anche della nonnina, accontentata da sua figlia che la mette a contatto con la persona che ha sempre ascoltato compiaciuta le sue chiacchiere. Le si fa visita con videochiamata e dà sfogo al suo stato.

Ho vissuto tutta la mia vita a Castello, – afferma –  una piccola frazione di Palma Campania. Lì ho trascorso una vita tranquilla, circondata dagli affetti e goduto della bellezza del paesello e della sua aria pura. Ho vissuto la fame, rubavamo un tozzo di pane, ma era una festa, perché stavamo tutti insieme, vecchi, giovani e bambini. Dividevamo lo stesso letto e mangiavamo nella stessa pentola. Andavamo in campagna a fare fascini e li portavamo a vendere a Sarno, in cambio sempre di un pezzo di pane da portare a casa e consumarlo insieme a tutta la famiglia.

Ho vissuto i terribili anni della seconda guerra mondiale, ci nascondevamo nelle cantine e nei sotterranei per proteggerci dalle bombe, ci abbracciavamo stretti accomunati dalla stessa paura. Ricordo ancora le urla dei più piccoli, le facce dei miei genitori e i rumori degli aerei che sovrastavano le nostre case. Ho visto i miei fratelli andare al fronte, uno dei quali è stato prigioniero, ma tornato sano e salvo. Non ho dimenticato ancora il suo abbraccio e i pianti di mia madre nel rivederlo. Ho vissuto il terremoto dell’ottanta, quando la paura ci tormentava con violenza, ma l’unione ci rendeva più forti. Vivo da anni con mia figlia a S. Gennaro, lei è la mia ombra, le mie mani, le mie gambe. Fino ad ora la nostra vita scorreva normale tra alti e bassi, ma adesso sento parlare di una strana malattia, la chiamano Coronavirus. È partita dalla Cina e si è diffusa in tutto il mondo, dicono che è una “pandemia”.

 Io non sono istruita – precisa la signora Maria –  e non conosco questi paroloni ma ho capito che è una cosa grossa assai, perché tutto il mondo si sta fermando. Guardando il telegiornale, sento che ogni giorno muore tanta gente, sembra peggio della guerra, gli ospedali sono pieni e medici e infermieri stremati. Non capisco proprio tutto, ma mi è chiaro che dobbiamo stare a casa, non possiamo toccarci, né baciarci, stare a un metro di distanza. Qui, non viene più nessuno “sul ò sole trase dint’ a casa”. Mi mancano le carezze e i baci di mia figlia. Solo di sera, lei pensa che non me ne accorga, mi copre con la coperta e mi bacia da lontano.

Spesso la sento singhiozzare, – conclude con un filo di voce –  forse è molto preoccupata per me. Ho sentito che per le persone anziane questo virus è molto aggressivo, anche se non risparmia i più giovani. La cosa più straziante è che le persone, in ospedale muoiono da sole, senza un conforto o un abbraccio, solo qualche infermiera che le stringe la mano. Ho una parte del mio cuore a Bologna dove vivono i miei cari e non voglio morire senza riabbracciarli, li vorrei al mio fianco, voglio un funerale con la banda di musica e in corteo voglio tutti i castellani e le persone che mi amano. Mia figlia dice che dobbiamo stare distanti oggi per abbracciarci domani.  Io ci voglio credere”.

 

 

 

 

 

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