Napoli, 19 Maggio – Voglia scusarmi la platea dei nostri carissimi Lettori per la ripetitività, ma, complice un’apparente mancanza d’ispirazione commista al costante impegno da me sempre profuso per la gioventù forense – che, qualche lustro, vede il proprio futuro sempre più compromesso -, mi vedo nuovamente costretto a trattare un argomento che, purtroppo, non desta l’interesse del Legislatore, né tantomeno suscita preoccupazione in seno all’avvocatura dei veterani, tale da intendersi l’insieme dei patrocinatori legali ormai affermati e/o i titolari di qualche studio mastodontico (magari famoso anche al di là dei confini statali, se non oltreoceano) che, ostentando il proprio benessere economico ed il loro stato sociale, altro non fanno che pubblicare annunci sul web per far abboccare chi, nonostante le condizioni sfavorevoli del mercato, nutre ancora qualche vaga speranza di trovar ventura con una toga sulle spalle. 
In questi annunci allettanti leggiamo le consuete frasi-esca, prima fra tutte quella secondo cui, inserendosi gradualmente nel team ed impegnandosi, vi sarebbero delle concrete “possibilità di crescita” (dunque, anche un incremento dei guadagni). Nulla di tutto questo, purtroppo: già dal primo istante, benvero, a praticanti e neo-avvocati viene richiesta l’osservanza d’orari interminabili (la libera professione non ha orari, ma il lavoro per conto d’altri…sì) e, contestualmente, gli vengono negati diritti e tutele, vuoi per l’obsolescenza (e l’anacronismo) della legislazione vigente, vuoi a fronte del pretesto, addotto sovente dai domini, che per poter ambire al successo è assolutamente necessario fare la gavetta. 
Già, la gavetta, quel periodo destinato a non vedere mai una fine, dacché si traduce in mesi (se non anni) di umiliazioni, lavoro non pagato, pressioni psicologiche e, talvolta, la minaccia di cattive referenze che potrebbero rasentare la diffamazione.  Esemplificando, se ci si comporta da soldatini, ovvero alla stregua di uno zerbino, si progredisce; diversamente, si viene scaricati come sacchi d’immondizia, nonostante gli studi compiuti e le conoscenze assimilate medio tempore
Mi ha profondamente colpito la testimonianza, resa da una giurista Italiana a Il Fatto Quotidiano  (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/05/18/avvocata-in-svizzera-in-italia-durante-la-pratica-lavori-gratis-qui-quello-che-fai-ha-valore-economico/8386411/?shem=dsdf,sharefoc,agadiscoversdl,,sh/x/discover/m1/4): costei, dopo un intervallo temporale trascorso nel nostro Paese senza intravedere il becco di un quattrino, ha deciso di emigrare in Svizzera, ove – come ella stessa ha affermato – “Se lavori, vieni pagato. Il tuo lavoro ha un valore economico. E questo ti responsabilizza subito come adulto. Ti fa crescere professionalmente, ma anche psicologicamente e socialmente”. 
Queste parole non lasciano spazio ad ulteriori considerazioni, ma m’inducono ad esortare nuovamente i vertici dell’Avvocatura ed il Parlamento Italiano ad impegnarsi affinché i giovani promettenti che ambiscono ad esercitare la nobile professione di patrocinatore legale non debbano dire, improvvisamente, addio ai propri sogni. 
Se si continua di questo passo, il rischio che si corre è quello di una duplice paralisi: da un lato, quella del diritto – costituzionalmente garantito – all’azione ed alla difesa, che un verrebbe seriamente compromesso in assenza di avvocati, dall’altro…quella dell’intero sistema giudiziario, che (guarda caso!) il più delle volte riesce a funzionare proprio grazie al validissimo apporto dei difensori con maggior talento, le cui abilità han sovente fatto sì che i Giudici emettessero sentenze destinate a costituire precedenti di considerevole pregnanza. 
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