Napoli, 13 Luglio – Esattamente un anno fa, uno squillo di cellulare sconvolge una mattinata estiva all’apparenza tranquilla: a chiamarmi era un’amica del mio compianto padre, per comunicarmi che Gino Labruna, intellettuale onesto e multiforme – oltreché preziosissima guida nel mio percorso di realizzazione – era salito in Cielo all’età di ottantott’anni.
La triste notizia mi ha lasciato di stucco, e – com’è ovvio – ha suscitato in me un dolore che tuttora non riesco a superare: in altri termini, ero alquanto stupito, dacché lo spirito combattente di Gino era cosa a me oramai nota.
Il mondo aveva perduto un accademico illustre, un esempio lampante di signorilità, uno stratega capace di governare la realtà universitaria in modo da metter d’accordo molte teste (cosa difficile, beninteso!), un maestro con alle spalle un’esperienza pluriennale proficua; al tempo stesso, a me era venuta a mancare una figura…oserei dire quasi paterna, dal momento che, nell’intero periodo seguìto alla prematura scomparsa di mio padre, Gino – insieme con il mio carissimo nonno materno, ancora in vita – ha cercato di non farmi pesare tale mancanza, fornendo un contributo a dir poco significativo: sue sono, infatti, le dritte più recenti in ordine alla pianificazione del mio futuro, all’epoca fortemente compromesso da una profonda crisi che, da qualche anno, aveva colpito il settore in cui, una volta conseguita la laurea, era mia intenzione continuare ad operare.
La mia piena realizzazione è avvenuta, poi, lontano da Pozzuoli, e vivo (felicemente) a Roma da più di un biennio, durante il quale il Compianto amicus maior mi telefonava (o scriveva) a cadenza settimanale per sapere come mi sentissi dentro e come stesse procedendo la vita personale e lavorativa, comportandosi alla stregua di quel padre che, inaspettatamente, avevo veduto spirare in poco tempo.
La nostalgia m’impedisce, al momento, di condividere altri ricordi, dacché il solo battere sulla tastiera m’induce a scoppiare in un pianto terribile, come se fosse trascorso non un anno, bensì soltanto un giorno da quell’istante che ha rappresentato, per me come per tanti, una sonora batosta a livello interiore.
Tuttavia, non posso esimermi dal chiudere questo mio povero scritto commemorativo con una frase che lo stesso Gino, in un sua sua ben nota raccolta dal titolo “Semper Professor“, scelse come titolo per un articolo in memoria di un suo amico e collega: da un anno a questa parte, siamo tutti “più poveri e soli”, data la mancanza non solo di un intellettuale che conosceva ed amava Napoli, bensì anche di un uomo che, nonostante la notorietà acquisita, ha sempre dimostrato una grande umiltà.
Desidero, infine, manifestare ancora una volta la mia profonda vicinanza verso i familiari di Gino, con i quali intrattengo, da sempre, ottimi rapporti. Grazie ancora, caro Gino, per il Tuo instancabile impegno al servizio della collettività!
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