Napoli, 11 Ottobre – Il Napoli cercava una vittoria. Ha trovato qualcosa di più importante: una direzione. Il 3-0 al Frosinone, davanti al Maradona, pesa certamente per la classifica, ma soprattutto per ciò che racconta. Per la prima volta dopo settimane di dubbi, esperimenti e prestazioni poco convincenti, la squadra di Massimiliano Allegri ha mostrato una fisionomia precisa, una logica, una struttura. In una parola: un’identità.
E la notizia non è nemmeno il risultato. La notizia è che Allegri ha cambiato. Ha messo da parte il 4-3-3 scelto a inizio stagione, ha accantonato convinzioni che non stavano producendo quanto sperato e ha ridisegnato il Napoli con un 3-4-2-1 molto più aderente alle caratteristiche della rosa. Una scelta semplice solo a posteriori. Perché cambiare modulo significa spesso ammettere che qualcosa non ha funzionato. E gli allenatori, come tutti, non sempre amano farlo.
Allegri invece ha corretto la rotta. E il Napoli lo ha seguito. Lo ha fatto nonostante un’infermeria affollata, con Buongiorno, Favasuli, Olivera, Anguissa, Vergara e Alisson Santos indisponibili. Sei assenze che avrebbero potuto rappresentare una giustificazione preventiva. Sono diventate invece lo sfondo di una partita giocata con ordine, sicurezza e una qualità che nelle precedenti uscite si era vista soltanto a tratti.
Poi c’è Kevin De Bruyne. Anzi, forse bisognerebbe cominciare da lui. Perché quando un campione del genere entra davvero dentro una squadra, non si limita a migliorarla: ne cambia il ritmo, la personalità, perfino la percezione che gli avversari hanno del pericolo. Contro il Frosinone il belga ha segnato due gol, ma ridurre la sua partita alla doppietta sarebbe quasi ingeneroso. Il rigore trasformato con freddezza e la conclusione da centravanti raccontano soltanto il tabellino. Il resto racconta il calcio. De Bruyne ha pensato prima degli altri. Ha accelerato quando serviva, rallentato quando il Napoli aveva bisogno di respirare, cercato la profondità, dialogato con gli attaccanti, occupato zone di campo diverse senza mai perdere il filo della partita.
Allegri gli aveva chiesto di affiancare Lobotka in mezzo al campo. Lui ha fatto molto di più. È partito da centrocampista, ha ragionato da regista, ha rifinito da trequartista ed è arrivato in area da attaccante. In pratica, non ha avuto una posizione precisa perché la sua posizione è stata ovunque ci fosse bisogno di qualità. È questa, probabilmente, la grande ricchezza del nuovo sistema.
Il 3-4-2-1 consente al Napoli di essere più compatto senza diventare rinunciatario. Di Lorenzo e Spinazzola possono abbassarsi e trasformare la linea difensiva in una struttura a cinque quando c’è da soffrire, ma allo stesso tempo hanno spazio per accompagnare la manovra quando la squadra avanza. Davanti, Neres e Lang giocano più vicini a Hojlund. E il danese, finalmente, non sembra più abbandonato al proprio destino. Nelle gare precedenti era capitato troppo spesso di vederlo lottare da solo contro due centrali, ricevere palloni sporchi, girarsi e non trovare nessuno. Contro il Frosinone è successo il contrario. Attorno a lui c’erano uomini, soluzioni, linee di passaggio.
In sostanza: c’era una squadra. Ed è proprio questo il dettaglio più importante. Il Napoli non ha soltanto giocato meglio. Ha dato l’impressione di sentirsi meglio dentro il proprio sistema. Quando una squadra conosce le distanze, sa chi deve coprire e chi deve accompagnare, anche il talento individuale viene liberato. E quello del Napoli, inutile nasconderlo, è abbondante. Naturalmente il Frosinone non può rappresentare il giudice definitivo della stagione. Tre gol non cancellano le difficoltà precedenti e una sola partita non può trasformare un’intuizione tattica in una certezza assoluta. Ma il calcio vive anche di segnali. E quello arrivato dal Maradona è difficile da ignorare.
Il Napoli è sembrato più equilibrato, più corto, più pericoloso. Soprattutto è sembrato più convinto. Allegri, in fondo, ha fatto ciò che ci si aspetta da un allenatore di esperienza: ha guardato i giocatori che aveva a disposizione e ha costruito attorno a loro, invece di costringerli dentro un’idea. Può sembrare una banalità. Nel calcio, molto spesso, è la differenza tra una squadra che funziona e una squadra che continua a cercarsi.
Adesso arriva Villarreal. E lì il discorso cambierà. La Champions League non perdona le esitazioni e il livello dell’avversario alzerà inevitabilmente il grado di difficoltà. Sarà quella la prova più attendibile per capire se il Napoli visto contro il Frosinone è stato un episodio o l’inizio di una nuova fase. Allegri potrebbe recuperare Anguissa e Olivera, mentre per Alisson Santos servirà ancora qualche giorno. Più lunghi i tempi per Buongiorno, Favasuli e Vergara. Ma, in questo momento, la questione principale non riguarda soltanto chi tornerà. Riguarda ciò che il Napoli ha ritrovato. Un assetto. Una fiducia. E forse anche una convinzione: quella di poter essere davvero una squadra da vertice. Il 3-0 al Frosinone finirà negli archivi come una vittoria netta. Ma se il nuovo Napoli dovesse davvero nascere da questa partita, allora tra qualche mese nessuno ricorderà soltanto il risultato. Ricorderà il momento in cui Allegri ha avuto il coraggio di cambiare. E il momento in cui De Bruyne ha cominciato a prendersi il Napoli.
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