Napoli, 30 Maggio – Di fronte a una tragedia umanitaria che ha assunto proporzioni storiche, il silenzio non è solo inaccettabile: è complice. Quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza non è più soltanto un conflitto armato. È una crisi umanitaria sistemica, una distruzione metodica di un’intera popolazione. E i numeri, per una volta, non mentono.
Secondo l’ultimo editoriale della rivista Lancet, uno dei più autorevoli riferimenti globali in ambito medico, Gaza è sull’orlo della carestia. Mezzo milione di persone rischia la morte per fame, mentre il 100% della popolazione affronta livelli estremi di insicurezza alimentare. Interi sistemi agricoli, idrici, sanitari sono stati distrutti. La classificazione globale della sicurezza alimentare parla chiaro: la Striscia è nella fase 4 su 5. La prossima è la catastrofe.
L’editoriale non usa mezzi termini: è l’azione – o meglio, l’ostruzionismo – del governo israeliano a impedire l’ingresso degli aiuti umanitari, aggravando in modo deliberato una crisi già fuori controllo. Dopo oltre 11 settimane di blocco, solo pochi convogli umanitari sono stati autorizzati. Risultato: l’apporto calorico medio è crollato al 67% del minimo vitale. La fame è diventata un’arma.
La distruzione non riguarda solo il cibo. Gaza ha subito, secondo l’OMS, più attacchi alle strutture sanitarie di qualsiasi altro conflitto nel 2024. Ospedali chiusi, ambulanze colpite, operatori sanitari uccisi. L’unico ospedale per malati oncologici non è più operativo. Il 92% delle abitazioni è stato distrutto o danneggiato. Il 90% della popolazione è sfollato, costretto in condizioni igieniche precarie e in ambienti sovraffollati. Le epidemie dilagano: i casi di epatite A sono aumentati di 384 volte, quelli di diarrea grave di 36.
Tra i simboli più atroci di questa guerra, ci sono i bambini. Secondo Lancet, sono almeno 18.000 quelli uccisi, con una media di 35 al giorno. Molti altri sono stati mutilati, come documentano le testimonianze raccolte da ONG internazionali. I sopravvissuti, segnati nel corpo e nella psiche, cresceranno in una terra devastata, senza cure, senza scuola, senza futuro.
Il caso della pediatra Alaa Al-Najja – che ha perso nove dei suoi dieci figli in un bombardamento – sintetizza l’orrore di un conflitto che sembra voler cancellare ogni traccia di umanità. Non si può più accettare che una simile distruzione venga archiviata sotto la voce “effetti collaterali”.
Lancet lancia un’accusa pesante, ma fondata: la comunità internazionale ha taciuto troppo a lungo. Anche il mondo accademico e medico, che dovrebbe difendere il diritto alla vita e alla salute, si è in gran parte voltato dall’altra parte. Quel silenzio – sottolinea l’editoriale – è moralmente inaccettabile.
Il contesto geopolitico è complesso, certo. Ma non può diventare un alibi. Le prove dell’annientamento deliberato della popolazione palestinese sono davanti agli occhi di tutti. E la storia giudicherà non solo gli autori, ma anche chi ha scelto di restare in silenzio.
Di fronte a questa tragedia, non basta più “informare”. Il giornalismo ha il dovere di nominare le cose per ciò che sono, anche quando il linguaggio sembra cedere di fronte all’orrore. Le immagini dei bambini amputati, delle madri che scavano tra le macerie, degli ospedali ridotti a cumuli di cemento non sono semplici cronache di guerra. Sono prove, visibili e documentate, di una sistematica negazione del diritto alla vita.
Rimanere neutrali dinanzi a un simile squilibrio di potere e devastazione non è oggettività: è abdicare alla responsabilità morale. Quando il diritto internazionale viene ignorato, le convenzioni umanitarie calpestate, e la sofferenza di un popolo normalizzata, il silenzio diventa parte del crimine. Non si può chiedere giustizia senza prima riconoscere la verità. E la verità, oggi, chiede voce.
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