Napoli, 31 Luglio – Che io sia un accanito sostenitore dell’Inter è circostanza oramai risaputa, come anche la “rivalità” sportiva che, da più di un secolo, caratterizza il rapporto che intercorre fra la tifoseria dell’anzidetta compagine e quella che sostiene, invece, l’Undici Meneghino in Rossonero; tuttavia, l’evento nefasto verificatosi agli albori di questa mattina è foriero di dolore per ogni appassionato di calcio – a prescindere dalla sciarpa che s’indossa e dai vessilli sventolati -, dal momento che il compianto Franco Baresi, difensore straordinario e bandiera del Milan (oltreché della Nazionale, con cui si laureò Vice Campione del Mondo nel 1994), ebbe il merito di unire le due “fazioni”. E, Ve lo assicuro, ci riuscì egregiamente!
Sebbene all’epoca avessi poco più di un anno e mezzo, ricordo quasi perfettamente ogni partita del Mondiale disputatosi negli USA durante la seconda estate della mia esistenza terrena, in particolar modo quella Finale che vide il Brasile prevalere ai rigori sui Nostri: tra questi ultimi, a sbagliare furono Roberto Baggio e lo stesso Baresi, che, pur essendo riusciti a spiazzare l’allora estremo difensore Verdeoro, Claudio André Taffarel, calciarono alto sopra la traversa.
Tutti gli storici del calcio si sono soffermati sull’amarezza del Divin Codino, ma anche il Compianto non celò la sua profonda delusione: considerata la professionalità che lo contraddistingueva, egli non esitò ad esternare d’essere stato il primo ad aver sofferto, vuoi in virtù del ruolo di capitano che illo tempore ricopriva, vuoi soprattutto perché era orgoglioso d’essere Italiano e vestire la Maglia Azzurra. 
A tale attaccamento alla Casacca della Nazionale ha fatto riferimento Paolo Maldini nel condividere il ricordo di Baresi, suo amicus maior a livello di club e rappresentativa nazionale; e la chiara dimostrazione di tutto questo fu l’impegno instancabile profuso da Franco durante la summenzionata Finalissima, quando, nonostante fosse reduce dalla riabilitazione seguita alla rottura del menisco rimediata poco prima del Torneo Iridato, riuscì abilmente a vanificare parecchie azioni offensive de Brasiliani: la sua tecnica, infatti, contribuì significativamente a plasmare quella tecnica difensiva prefiggentesi l’obiettivo di fermare l’avversario per poi far ripartire la squadra, poi portata avanti da altri calciatori illustri come Fabio Cannavaro (si allude al ruolo del cosiddetto “stopper“).
Non va, poi, trascurato che il calcio d’allora – di cui Franco fu testimone, insieme con altre bandiere come suo fratello Beppe, che militò, invece, nelle fila Nerazzurre – era ben lungi dall’assumere i connotati del puro business e della fonte di violenza in cui s’è tramutato oggigiorno: all’epoca regnava, benvero, la cortesia, unitamente ad una lealtà di cui, nei tempi recenti, è pressoché difficile intravedere finanche l’ombra.
Qualche piccolo sfottò tra tifoserie ci può pure stare, ma l’importante è non mancare mai di rispetto al proprio avversario: desidero, pertanto, ringraziare vivamente Franco Baresi per l’esempio di civiltà e di dedizione che ha trasmesso a chi è vissuto vedendolo giocare e, contestualmente, m’auguro che i calciatori del futuro guardino ai valori che questo sport è in grado di trasmettere e se ne facciano portavoce. Riposa in pace, Piscinìn (It.: “piccolino”, storico soprannome di Franco)!
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