Nel 2025 accertati 4.002 reati e 4.744 illeciti amministrativi, per 8.746 violazioni complessive. L’emergenza più grave riguarda inquinamento, depurazione e scarichi: da sola la regione concentra il 22,6% dei reati nazionali del settore. Ma dietro i numeri di “Mare Monstrum 2026” emerge un problema più profondo, che riguarda governo del territorio, capacità amministrativa e difesa di una delle principali risorse ambientali ed economiche della Campania.
Napoli, 1 Settembre – Il mare come ricchezza e il mare come territorio assediato. Sono le due immagini, profondamente contrastanti, che continuano a convivere in Campania. Da un lato oltre quattrocento chilometri di costa, un patrimonio ambientale e paesaggistico che alimenta turismo, pesca, economia e identità delle comunità locali. Dall’altro scarichi illegali, depurazione insufficiente, cemento abusivo, occupazioni del demanio, violazioni delle norme sulla navigazione e pesca illegale.
A misurare la distanza tra queste due Campanie sono i numeri dell’ultima edizione di “Mare Monstrum 2026” di Legambiente, elaborata sui dati relativi al 2025 delle forze dell’ordine e delle Capitanerie di porto. La Campania si colloca al primo posto in Italia con 4.002 reati accertati, davanti a Puglia, Sicilia e Calabria. A questi si aggiungono 4.744 illeciti amministrativi, per un totale di 8.746 violazioni: circa 24 ogni giorno. Sono state denunciate 4.087 persone, 35 quelle arrestate e 1.094 i sequestri effettuati.
Una graduatoria che non può essere liquidata come una statistica ambientale fra le tante. Perché ciò che viene colpito non è soltanto un ecosistema: vengono messi sotto pressione il diritto alla fruizione delle coste, la qualità del territorio, la competitività turistica e, in definitiva, la fiducia dei cittadini nella capacità delle istituzioni di proteggere un bene pubblico.
Il dato più preoccupante riguarda l’inquinamento legato alla gestione illegale dei rifiuti, agli scarichi e alla cattiva depurazione. In Campania nel 2025 sono stati accertati 1.655 reati, pari al 22,6% dell’intero dato nazionale del settore. Il primato riguarda anche le persone denunciate, 1.516, gli arresti, 33, e i sequestri, 877.
È forse questo il numero che meglio racconta la natura strutturale del problema. Uno scarico abusivo può essere individuato e fermato; molto più difficile è intervenire quando a monte esiste una rete fognaria incompleta, un depuratore inadeguato, un impianto che non riesce a sostenere i carichi di un territorio oppure un sistema di controlli che arriva soltanto quando il danno si è già prodotto.
La questione della depurazione, quindi, non riguarda esclusivamente il contrasto al singolo comportamento illegale. Chiama in causa investimenti, manutenzione, programmazione e capacità degli enti locali di gestire servizi essenziali. Ed è proprio questo il punto più delicato: quando l’emergenza ambientale diventa cronica, il rischio è che venga percepita come inevitabile, quasi come un prezzo da pagare per le debolezze storiche del territorio.
Ma non può essere così. Per una regione che costruisce una parte importante della propria immagine sul mare, dalle isole al Golfo di Napoli, dalla Costiera Amalfitana al Cilento, la qualità delle acque non è una questione marginale. È un’infrastruttura invisibile del turismo e dell’economia. Tutelarla significa proteggere contemporaneamente ambiente, occupazione, imprese e reputazione dei territori.
Accanto all’inquinamento resta aperta un’altra ferita storica: quella dell’abusivismo edilizio. Nel ciclo illegale del cemento la Campania registra 1.166 reati, il 18,8% del totale nazionale, oltre a 2.129 illeciti amministrativi. Anche in questo settore la regione guida la classifica italiana.
Il problema non è rappresentato soltanto dall’edificio costruito senza autorizzazione. Ogni abuso lungo una costa fragile produce conseguenze più ampie: sottrae territorio, modifica il paesaggio, può compromettere ecosistemi e alimenta l’idea che una violazione urbanistica possa, prima o poi, essere assorbita dal tempo, dalla lentezza delle procedure o dalla speranza di una nuova sanatoria.
È precisamente questo meccanismo culturale che rende l’abusivismo difficile da estirpare. La legge può ordinare una demolizione, ma tra il provvedimento e la sua concreta esecuzione possono aprirsi anni di contenziosi, rinvii e inerzie amministrative. Una legalità che arriva troppo tardi rischia di perdere una parte della propria forza deterrente.
Non sorprende, allora, che Legambiente torni a chiedere risorse specifiche per rendere effettivi gli abbattimenti: 100 milioni di euro l’anno per il Fondo di rotazione destinato ai Comuni che demoliscono gli immobili abusivi e altri 50 milioni per Procure e Prefetture impegnate nell’esecuzione delle sentenze. L’associazione propone inoltre di rafforzare il ruolo dei prefetti quando le ordinanze comunali restano ineseguite.
Il punto, prima ancora che finanziario, è politico e amministrativo: una norma che non viene applicata finisce per produrre l’effetto opposto rispetto a quello per cui è stata scritta.
C’è poi una dimensione meno evidente dell’illegalità, ma altrettanto importante. Nel 2025 la Campania è risultata prima in Italia anche per i reati collegati alle violazioni del Codice della navigazione e alla nautica da diporto: 834 casi sui 2.646 accertati complessivamente a livello nazionale.
Dietro questa categoria convivono fenomeni diversi, ma il filo che li lega riguarda ancora una volta l’uso del mare e della costa come bene collettivo. Occupazioni abusive del demanio, irregolarità nell’utilizzo degli spazi costieri e inosservanza delle norme producono infatti un conflitto tra interesse privato e diritto pubblico alla tutela e alla fruizione del litorale.
Per questo la battaglia contro l’illegalità costiera non dovrebbe essere rappresentata esclusivamente come una questione ecologista. È anche una battaglia per l’accessibilità degli spazi, per la concorrenza leale fra operatori e per un utilizzo ordinato di un patrimonio che appartiene alla collettività.
Il dato campano assume ancora maggiore peso se inserito nel quadro meridionale. Nel 2025 Campania, Puglia, Calabria e Sicilia hanno concentrato insieme il 53,6% dei reati accertati lungo le coste italiane. Negli ultimi 26 anni, secondo Legambiente, nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa si è concentrato il 53,9% dei reati costieri rilevati a livello nazionale.
È un dato che deve essere interpretato con attenzione. Non significa, naturalmente, che ogni violazione ambientale sia riconducibile alla criminalità organizzata. Sarebbe una semplificazione impropria. Ma una concentrazione territoriale così persistente segnala condizioni di vulnerabilità che meritano attenzione: economie illegali, pressione sul territorio, debolezza dei controlli, abusivismo diffuso e difficoltà nell’esecuzione delle sanzioni possono trovare terreno comune e, nei casi più gravi, offrire opportunità anche agli interessi criminali.
C’è inoltre un’altra cautela necessaria nella lettura delle classifiche. I reati “accertati” non coincidono automaticamente con tutti quelli realmente commessi: dipendono anche dall’intensità dei controlli. La stessa Legambiente osserva che la diminuzione nazionale registrata nel 2025 è accompagnata da una contrazione del 19,8% delle attività di controllo. Il numero statistico fotografa dunque ciò che viene scoperto, non necessariamente l’intera dimensione dell’illegalità sommersa.
Ed è proprio per questo che ridurre i controlli può produrre un paradosso: meno reati registrati sulla carta senza che il fenomeno sia realmente diminuito nella stessa proporzione.
Non è casuale che Legambiente abbia diffuso il rapporto alla vigilia del sedicesimo anniversario dell’uccisione di Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Pollica assassinato il 5 settembre 2010.
Sabato 5 settembre, nel porto di Acciaroli, sarà assegnato il Premio Angelo Vassallo alle amministrazioni locali distintesi nella tutela dell’ambiente e nel contrasto alle illegalità. Il richiamo alla sua figura porta inevitabilmente il discorso oltre le cifre.
Difendere l’ambiente, infatti, significa anche assumere decisioni amministrative, imporre regole, controllare il territorio e opporsi agli interessi che traggono profitto dalla sua trasformazione incontrollata. La memoria rischierebbe di diventare soltanto rituale se non fosse accompagnata dalla capacità concreta di tradurre quei principi nella quotidianità delle istituzioni.
Mariateresa Imparato, presidente di Legambiente Campania, richiama proprio la necessità di non arretrare nella difesa del mare e di rafforzare monitoraggio, volontariato ambientale, denunce e campagne di sensibilizzazione. Ma la responsabilità non può ricadere soltanto sulle associazioni o sulle forze dell’ordine.
Le proposte avanzate da Legambiente indicano una strada: più risorse per demolire gli abusi, contrasto alle occupazioni irregolari del demanio, potenziamento delle agenzie ambientali, completamento delle reti fognarie e degli impianti di depurazione, riuso delle acque reflue, economia circolare e sanzioni più efficaci contro la pesca illegale.
Ma la vera sfida della Campania è passare dalla politica dell’emergenza alla continuità della prevenzione. Un depuratore efficiente fa meno notizia di un sequestro. Una demolizione eseguita nei tempi previsti è meno spettacolare di una maxioperazione. Una rete fognaria completata, un controllo preventivo o un tratto di demanio restituito alla collettività difficilmente producono titoli clamorosi. Eppure è proprio lì che si misura la capacità di uno Stato e delle amministrazioni locali di interrompere la catena dell’illegalità prima che diventi reato, danno ambientale o perdita economica.
Per la Campania il primato registrato da “Mare Monstrum” non dovrebbe quindi essere soltanto motivo di allarme. Dovrebbe rappresentare un indicatore con cui misurare, anno dopo anno, l’efficacia delle politiche pubbliche.
Perché il mare campano non è semplicemente un paesaggio da contemplare o una destinazione da promuovere nelle campagne turistiche. È patrimonio ambientale, spazio pubblico, economia e identità. Difenderlo significa stabilire quale modello di sviluppo si vuole consegnare ai territori costieri. E soprattutto significa decidere se la legalità debba continuare a inseguire gli abusi oppure arrivare prima di loro.
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