Roma, 28 Agosto – La vacanza romana mi ha regalato bellezze travolgenti, per gli incalcolabili monumenti maestosi, per i luoghi impressionanti da amare, per la scoperta del cibo, della musica e di tutto ciò che la nostra capitale può offrire nella sua modernità. E mi ha fatto conoscere anche donne interessanti tra le quali una, così preziosa per il suo mestiere, che a cercarne di simili bisognerebbe andare con il lumicino.
In una delle passeggiate sono stata attratta da una porticina di ferro con la scritta “Riparazioni Vestiti Uomo Donna Orli e Cerniere”. Incuriosita e affascinata da quella porticina aperta scorrevole, ubicata sul muro di un antico palazzo, sbircio in quel bugigattolo di circa otto metri quadrati dove, tra abiti da cerimonia, tutù, divise dell’esercito, gonne, pantaloni, appesi in un miscuglio di colori, c’è una bella signora seduta alla sua macchina da cucito e arnesi del mestiere sparsi un po’ ovunque.
La conversazione avviene spontanea. La signora Rita, una bella donna della terza età loquace e solare è un fiume in piena quando parla. Le chiedo come mai lavori ancora.
“Sono sarta, faccio questo mestiere da quando avevo quattordici anni. Ho imparato ad usare ago e filo nel mio paese natio, dalla maestra Michela, mi affascinava vedere il suo tavolo colmo di stoffe, modelli di carta, forbici di tutte le dimensioni, spilli, gessetti, rocchetti di cotone variegato, giornali di foto di abiti, e cartamodelli. Imparavo a fare i sottopunti e ad imbastire, apprendevo osservando la maestra”
Si racconta la signora Rita ed è un piacere ascoltarla. È la storia personale, ma anche di una società andata, di un Paese di cambiamenti. È nata a Roccamonfina in provincia di Caserta, vive a Roma dal 1967. Vi approdò per trovare lavoro come sarta. Partì dal suo paese che aveva circa vent’anni con i suoi sogni in una valigia di cartone. Ha mantenuto un po’ della cadenza dialettale della sua lingua d’origine. Quando glielo faccio notare, mi sorride e risponde che le origini non si scordano.
Perché ha scelto di venire a Roma?
“Una mia amica che viveva a Roma mi invitò a venire nella capitale sapendo che sognavo di fare la sarta per persone importanti. Sapevamo entrambe che in paese non avrei potuto realizzarmi, non c’era da offrirmi tanto.
I miei genitori erano contadini, mamma Maria e papà Ernesto lavoravano in campagna, ed io non amavo accompagnarli nemmeno per raccogliere la legna per alimentare il camino o fare fascine per il forno e cuocere il pane.”
Scelse di trascorrere il tempo dopo la scuola di avviamento andando ad imparare il mestiere di sarta che le piacque subito. Era adolescente, si impegnava con passione ed imparò presto a cucire e a tagliare stoffe per confezionare in un primo momento abiti semplici. Imparò subito ad usare la macchina per cucire, era una Singer a pedale che descrive nei dettagli soffermandosi a ricordi di quegli anni. “Ho capito che quella era la mia strada da percorrere. Migliorarmi a fare sempre meglio, cucivo pensando che un giorno avrei lavorato per signore che amavano indossare abiti di classe.”

A Roma trovò lavoro come sarta presso negozi di lusso. “Avevo tra le mani stoffe pregiate, sete, ricami per clienti di un certo livello”. Il ricordo va alla signora Doriana che è stata la guida nel perfezionismo di cucito, di aggiusti e rattoppi. Il lavoro non le mancava. “A Roma ho trovato anche marito e da sposata non ho mai smesso di lavorare, nemmeno quando è nata mia figlia, che è cresciuta vedendomi sempre con ago e filo tra le mani perché poi ho continuato a lavorare da casa con passione e correttezza nel praticarlo. Ero molto richiesta per gli aggiusti dei negozi. Con l’entrata dell’euro alcuni chiusero l’attività, per cui non ricevevo più lavoro. Solo il mio mestiere sapevo svolgere ed era una droga, non sapevo starne senza. Colsi al volo l’invito della sarta che mi ha preceduta in questo stanzino, come aiutante negli aggiusti. Mia figlia Monia era sposata e viveva altrove, io volevo sentirmi viva. La proprietaria aveva una certa età e quando decise di ritirarsi, rimasi io, a riparare giacconi, abiti da cerimonia, orli seduta stante, cambiare cerniere. Non sono più giovane, sì è vero, dovrei essere in pensione, ma qui mi sento viva. E assaporo la felicità quando vedo i clienti soddisfatti del mio lavoro certosino. Ho sempre una mole di lavoro, come vede”.
I suoi clienti arrivano da tutta Roma e dintorni con un passaparola, per non parlare dei turisti che la individuano con la scritta sulla porticina. La clientela abbraccia attori, carabinieri, professionisti e persone di ogni età e estrazione sociale. Non si trovano sarte che fanno un lavoro con pazienza e precisione. In effetti fa resuscitare abiti che sarebbero dovuti andare al macero e aggiusta capi importanti di Armani Etro, Spagnoli, Dior.
Rita confida che si sofferma spesso a pensare che le piacerebbe essere più giovane per poter continuare a lavorare a lungo, a ricevere l’affetto dei clienti che le danno forza ad alzarsi la mattina e raggiungere ogni giorno, con il vento o con il freddo, con il sole o con la pioggia lo stanzino di via Britannia, che è tutta la sua vita. “Qui ricevo il buongiorno dai passanti, delle amiche che si fermano per una chiacchierata, per uno sfogo, per le confidenze”. Con orgoglio dice che è la portinaia e la confidente di via Britannia.

Durante la pandemia credo che abbia preso una pausa da questo posticino e dal suo lavoro.
“Nient’affatto. I clienti non uscivano e non avevano bisogno di aggiusti agli abiti, ma io avevo tanto di quel lavoro da portare a termine e non mi andava di impigrirmi ed essere pessimista al pensiero che non saremmo usciti da quella brutta situazione. In casa da sola soffrivo e non accendevo la Tv, che dava solo tristi notizie. Sentivo casa come una prigione e ho rischiato a uscire, percorrere il tratto di strada da via Ostiense per giungere a via Britannia dove nel mio regno c’era tutto il mio mondo. Adesso la pandemia resta solo un brutto ricordo e vado avanti. Se non fossi qui non avrei mai conosciuto una signora affabile, bella ed elegante come lei. Ed è proprio questo contatto umano che mi dà linfa per vivere. Ho messo al primo posto il mio mestiere. Non ho mai fatto una vacanza. È una droga tuttora. Non me ne sono pentita. Va bene così. Continuerò fin quando ne avrò la forza.”
Alla signora Rita brillano gli occhi e le parole danzano sotto il taglio delle forbici raccontando ancora che conserva la valigia di cartone, che sua figlia in un trasloco voleva buttarle e possiede ancora il primo cestino da lavoro, quello che si apre a scomparti, con dentro il necessario per le attività di cucito e rammento: vecchie forbici, aghi e altro, che hanno utilizzato la mamma e la nonna.
Si sente regina dell’ago e la vita le ha sorriso facendole superare gioie e dolori mentre gli abiti le si poggiavano sulle ginocchia, le stoffe attraversavano gli aghi della macchina da cucito elettrica che è subentrata a quella a pedale. Le sarte finché cuciono non sono mai sole proprio perché riescono ad “attaccare bottone” e con “filo” creare relazioni tra le persone.
E Rita è un’artigiana brava e amorevole, disponibile, e consigliera. I sarti sono artigiani sempre più rari, depositari di un mestiere antico, che va sempre più scomparendo.





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