Napoli, 22 Giugno – Con un’azione militare ad alta precisione, gli Stati Uniti hanno bombardato tre impianti nucleari in Iran – Fordow, Natanz e Isfahan – utilizzando ordigni bunker buster progettati per penetrare infrastrutture sotterranee. L’operazione, condotta in coordinamento operativo con Israele, segna una svolta drammatica nella già fragile architettura di sicurezza del Medio Oriente e pone fine, almeno temporaneamente, a ogni prospettiva di negoziato diplomatico sul programma nucleare iraniano.
L’attacco, avvenuto nell’ambito dell’operazione “Rising Lion”, è stato descritto dal presidente Donald Trump come «un’azione necessaria per la pace». In un discorso solenne alla nazione, Trump ha dichiarato che «l’Iran deve accettare la fine di questa guerra», ma il messaggio appare contraddittorio alla luce della portata dell’offensiva. Secondo fonti israeliane, l’azione è stata pianificata a lungo e ha ricevuto il via libera diretto dallo stesso presidente statunitense, in piena sinergia con il premier israeliano Benyamin Netanyahu.
L’attacco ha colpito impianti noti per essere al centro del controverso programma nucleare iraniano. Tuttavia, l’efficacia dell’operazione è oggetto di versioni contrastanti. Fonti iraniane, tra cui il deputato Mohammad Manan Raisi, affermano che il sito di Fordow non ha subito danni gravi e che il materiale nucleare era stato evacuato in anticipo. La difesa aerea iraniana, sostiene Teheran, avrebbe intercettato parte degli ordigni.
L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha confermato l’assenza di aumenti di radiazioni nei pressi degli impianti, un dato che rassicura sul piano ambientale ma non riduce il peso politico dell’attacco.
Il governo iraniano ha denunciato l’azione come «una guerra pericolosa» e una «violazione flagrante del diritto internazionale». Il ministero degli Esteri di Teheran ha accusato gli Stati Uniti di aver «tradito la diplomazia» proprio mentre erano in corso trattative informali. L’Iran ha promesso ritorsioni, definendo l’attacco «un crimine efferato con conseguenze eterne».
Già nelle ore successive all’operazione, razzi sono stati lanciati contro Israele, colpendo la città di Tel Aviv. La possibilità di un conflitto su più fronti – che coinvolga milizie filoiraniane in Libano, Siria e Iraq – diventa sempre più concreta.
L’Italia, come altri Paesi europei, osserva con preoccupazione l’evoluzione della crisi. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato una riunione straordinaria con i ministri della Difesa e degli Esteri, insieme ai vertici dell’intelligence. Il ministro Guido Crosetto ha parlato apertamente di «un cambiamento radicale dello scenario», avvertendo che l’Iran potrebbe colpire obiettivi americani anche in teatri lontani dal Medio Oriente.
L’attacco statunitense pone numerosi interrogativi. È stato concepito come un’azione deterrente, o si tratta dell’inizio di una nuova fase bellica? Quali saranno le conseguenze sul fragile equilibrio regionale? L’improvvisa accelerazione militare rischia di disintegrare anni di diplomazia sul dossier nucleare iraniano, riportando la regione in una spirale di conflitti che coinvolgono potenze globali. In un contesto di alta tensione e dichiarazioni bellicose da entrambe le parti, resta da vedere se prevarrà la logica della dissuasione o quella dell’escalation.
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