Per la prima volta dopo 19 anni: il fratello di Chiara racconta il peso del silenzio

 

Napoli, 6 Giugno – Per quasi vent’anni ha scelto il silenzio. Un silenzio costruito come una barriera contro il dolore, contro le ricostruzioni, contro le polemiche che hanno continuato ad accompagnare uno dei casi di cronaca nera più discussi d’Italia. Oggi, però, Marco Poggi ha deciso di parlare.

Lo ha fatto davanti alle telecamere di “Quarto Grado”, raccontando per la prima volta il peso di una tragedia che il tempo non è riuscito a cancellare. Perché dimenticare Chiara, sua sorella, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco, non è mai stato possibile.

Le sue parole arrivano in un momento delicato. La Procura di Pavia ha infatti chiuso una nuova indagine sull’omicidio, indicando Andrea Sempio, amico di adolescenza di Marco, come possibile responsabile del delitto. Una svolta che ha riportato la famiglia Poggi al centro dell’attenzione mediatica e investigativa.

“Mi sono sempre creato una bolla”, racconta Marco. Una protezione necessaria per sopravvivere a un dolore che negli ultimi mesi è tornato a farsi sentire con forza. Non tanto per le nuove ipotesi investigative, quanto per quello che, a suo dire, è stato detto e scritto sulla sorella.

“Le cose che mi hanno ferito di più sono quelle che riguardano Chiara e il voler rovinare il suo ricordo”, afferma. Parole che restituiscono l’immagine di una famiglia costretta ancora una volta a difendere la memoria della giovane vittima, fino al punto di intervenire pubblicamente per smentire insinuazioni e ricostruzioni ritenute offensive.

Tra i passaggi più duri dell’intervista c’è il riferimento alle accuse e ai sospetti che, nel corso della nuova inchiesta, hanno coinvolto anche lui e i suoi genitori. Un’esperienza che Marco definisce difficile da accettare. “Essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, addirittura di esserne autore, è la cosa che più difficilmente mi andrà via”, confessa.

Ma il ricordo più vivido resta quello del giorno in cui la sua vita cambiò per sempre. Nell’estate del 2007 Marco era in montagna. Si trovava in un rifugio durante un’escursione quando ricevette la notizia della morte della sorella. Un momento rimasto impresso nella memoria con una nitidezza che il tempo non ha scalfito.

Paradossalmente, invece, l’ultimo saluto a Chiara prima di partire per le vacanze si è quasi dissolto. “È un ricordo sfumato completamente”, racconta. Come spesso accade nei traumi più profondi, alcuni dettagli svaniscono mentre altri restano incisi per sempre.

Marco ricorda anche lo shock provato quando gli investigatori gli mostrarono la cosiddetta impronta 33, attribuita dagli inquirenti ad Andrea Sempio e individuata sulla parete della scala che conduce alla cantina dove venne ritrovato il corpo di Chiara.

“In quel momento pensavo fosse sangue”, spiega. Una convinzione iniziale che rese ancora più difficile elaborare quanto stava accadendo. Eppure, nonostante le nuove contestazioni, continua a dichiarare la propria incredulità rispetto alle accuse rivolte all’ex amico.

La sensazione che emerge dalle sue parole è quella di un uomo stanco. Stanco delle ipotesi, delle interpretazioni, delle polemiche e di un’esposizione pubblica che si trascina da quasi due decenni. “Per quanto sia stato difficile quest’ultimo anno e mezzo, niente può essere paragonato ai primi anni”, osserva.

E proprio nel finale dell’intervista arriva forse il passaggio più significativo. Non una richiesta di verità giudiziaria, né una presa di posizione sulle indagini in corso, ma un appello semplice e profondamente umano: lasciare finalmente in pace il ricordo di Chiara. “Spero che possa essere lasciato un po’ in pace il suo ricordo. Finire questo gioco nei confronti della sua morte e della sua vita. Sono certo che non avrebbe voluto tutto questo”.

Parole che raccontano più di qualsiasi ricostruzione investigativa. Perché, al di là dei processi e delle nuove piste, resta il dolore di una famiglia che da diciannove anni convive con una perdita impossibile da colmare e con una ferita che il tempo non è mai riuscito davvero a chiudere.

 

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.