L’arcivescovo di Napoli interviene al premio dedicato al cardinale Michele Giordano e richiama la responsabilità della comunicazione: raccontare il dolore senza trasformarlo in spettacolo, parlare dei conflitti senza alimentarli e sottrarre il confronto pubblico alla logica della paura.

Napoli, 29 Settembre – Disarmare le parole prima ancora che diventino muri. Sottrarre il linguaggio alla paura, all’aggressività e alla rappresentazione dell’altro come una minaccia. E restituire alla comunicazione la sua capacità di costruire relazioni, comprensione e speranza.

È una riflessione che riguarda il giornalismo, la politica e, più in generale, il modo in cui la società sceglie di raccontare se stessa quella proposta dall’arcivescovo di Napoli, cardinale Domenico Battaglia, intervenuto al premio intitolato al suo predecessore, il cardinale Michele Giordano, nella basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio, a Napoli.

Al centro delle parole del presule c’è il peso del linguaggio. Perché le parole non si limitano a descrivere la realtà: possono contribuire a determinare il modo in cui quella realtà viene percepita, possono avvicinare o allontanare, riconoscere una persona oppure ridurla a una categoria.

«Oggi abbiamo bisogno di una comunicazione che disarmi il linguaggio», ha affermato Battaglia, richiamando in particolare espressioni entrate con forza nel dibattito pubblico: «invasione, orde, muri, clandestini, sostituzione etnica, remigrazione». Parole alle quali il cardinale ne contrappone altre, «nate per edificare speranza»: «dignità, inclusione, libertà, giustizia, cooperazione, uguaglianza e fraternità».

Non è soltanto una questione terminologica. Nelle riflessioni dell’arcivescovo emerge un interrogativo più profondo sulla responsabilità di chi comunica. Ogni parola porta con sé una rappresentazione dell’altro e può incidere sul clima nel quale maturano giudizi, paure e contrapposizioni.

Da qui il richiamo a una comunicazione che non trasformi la paura in uno strumento per ottenere consenso e che rifiuti la necessità di individuare continuamente un avversario. «Abbiamo bisogno di comunicare in modo che non si alimenti la paura, che non si possa cercare il consenso attraverso l’aggressività, che non si veda l’altro come un nemico o un concorrente», ha ribadito Battaglia.

Il suo appello assume una particolare forza in un tempo nel quale il linguaggio pubblico tende spesso a diventare rapido, polarizzato e conflittuale. “Disarmare” le parole, nella prospettiva indicata dal cardinale, significa allora sottrarle alla logica dello scontro e recuperare la responsabilità che accompagna ogni racconto della realtà.

Una responsabilità ancora più delicata quando si raccontano sofferenza e conflitti. Per Battaglia occorre infatti una comunicazione «capace di raccontare il dolore evitando di fare uno show, di presentarci il conflitto senza alimentarlo».

È questo uno dei passaggi più significativi della sua riflessione. Raccontare il dolore senza spettacolarizzarlo significa riconoscere che dietro una notizia esistono persone, storie e ferite che non possono diventare soltanto immagini da consumare. Raccontare un conflitto senza alimentarlo vuol dire, invece, non rinunciare alla complessità e non trasformare automaticamente la cronaca in un ulteriore terreno di contrapposizione.

Il richiamo di Battaglia finisce così per interrogare direttamente anche il mestiere di chi informa. Non chiede di nascondere ciò che divide, né di attenuare la durezza della realtà. Invita piuttosto a raccontarla senza aggiungere altra violenza alla violenza, senza fare della sofferenza uno spettacolo e senza trasformare le parole in armi.

Perché tra “invasione” e “dignità”, tra “muri” e “cooperazione”, tra la costruzione di un nemico e il riconoscimento dell’altro passa una diversa idea di comunicazione. E, in fondo, anche una diversa idea di società.

Le parole possono scavare distanze oppure aprire uno spazio d’incontro. Possono esasperare le paure oppure aiutare a comprenderle. Possono alimentare un conflitto oppure raccontarlo senza diventarne parte. È in questa scelta quotidiana che l’appello del cardinale Battaglia trova il suo significato più ampio: disarmare il linguaggio non significa renderlo più debole. Significa restituirgli la responsabilità e la forza di costruire, anziché dividere.

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.