Nell’udienza generale dedicata alla Gaudium et spes, il Papa richiama l’attualità del Vaticano II e indica le contraddizioni del presente: progresso tecnologico per pochi, ricchezza che convive con la miseria, consumo senza limiti e la convinzione che le armi possano costruire la pace.
Roma, 2 Settembre — Un mondo tecnologicamente sempre più avanzato, ma incapace di garantire a tutti gli stessi benefici. Società più ricche, nelle quali continuano però a esistere fame e miseria. Una crescente consapevolezza dei rischi per il futuro del pianeta accompagnata dalla difficoltà di modificare modelli di consumo consolidati. E, soprattutto, l’idea ancora radicata che la guerra possa diventare uno strumento per raggiungere la pace.
È attorno a queste contraddizioni che Leone XIV costruisce la sua riflessione sul rapporto tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Nell’udienza generale del 2 settembre in piazza San Pietro, il Pontefice ha avviato la parte del ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II dedicata alla Gaudium et spes, la Costituzione pastorale promulgata nel 1965.
Il punto di partenza è un principio conciliare che, nella lettura del Papa, conserva intatta la propria forza: la Chiesa non può considerarsi estranea alla storia degli uomini. Condividerne speranze e sofferenze significa anche assumersi la responsabilità di leggere ciò che accade e di «smascherare le contraddizioni» della società contemporanea.
È qui che il discorso di Leone XIV acquista un significato che supera la dimensione strettamente ecclesiale. Il Papa mette infatti in discussione l’equazione secondo cui maggiore progresso corrisponda automaticamente a maggiore benessere collettivo.
La scienza e la tecnologia aprono possibilità un tempo impensabili, ma i loro vantaggi, osserva, non raggiungono necessariamente tutti. Il nodo non è dunque il progresso in sé, quanto la sua destinazione: chi ne beneficia, chi ne rimane escluso e chi decide in quale direzione debba essere orientato.
Lo stesso vale per l’economia. A una disponibilità crescente di ricchezze e capacità produttive continua a corrispondere una parte dell’umanità segnata dalla fame e dalla povertà. Per Leone XIV è uno dei paradossi che rendono la Gaudium et spes, a oltre sessant’anni dal Concilio, ancora uno strumento per interrogare il presente.
Ma è sulla guerra che il richiamo assume il tono politicamente più forte. Il Pontefice parla dell’«illusione» che il conflitto armato possa rappresentare una via efficace per costruire la pace. Non è soltanto una condanna della violenza: è la contestazione di una logica secondo cui sicurezza e stabilità possono essere garantite principalmente attraverso la forza.
Accanto alla guerra, Leone XIV colloca il «consumo egoistico» e la difficoltà di cambiare comportamenti nonostante la consapevolezza che sia in gioco il futuro del pianeta. Pace, ambiente, sviluppo e giustizia sociale finiscono così per appartenere alla stessa domanda: quale modello di progresso può dirsi realmente umano?
La risposta affidata ai cristiani non è quella del disimpegno. Il Papa chiede di uscire dalla «passività e indifferenza» e afferma che non è possibile limitarsi a essere spettatori degli avvenimenti. La Chiesa è chiamata ad ascoltare, a lasciarsi coinvolgere e soprattutto a stare accanto a chi subisce ingiustizia, discriminazione e violenza.
È una concezione della presenza cristiana che non coincide né con la fuga dal mondo né con la pretesa di dominarlo. La Gaudium et spes viene riproposta da Leone XIV come invito a leggere i «segni dei tempi» alla luce del Vangelo e, nello stesso tempo, come richiesta alla Chiesa di sottoporre continuamente sé stessa a verifica e conversione.
Il messaggio che emerge dall’udienza è quindi meno rassicurante di quanto possano suggerire le parole “gioia e speranza” che danno il nome al documento conciliare. La speranza evocata dal Papa non coincide con l’ottimismo. Richiede piuttosto la capacità di riconoscere le fratture del presente e di assumersene una parte di responsabilità.
Per Leone XIV, davanti a guerre, disuguaglianze e trasformazioni tecnologiche, la neutralità dell’osservatore non basta più. Ed è forse proprio questa la domanda che il Papa consegna alla Chiesa contemporanea: non soltanto che cosa dire al mondo, ma quanto sia disposta a condividerne davvero le ferite.
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