Cultura

“Codice Aureo” nella storica città romena di Alba Iulia: chiese, monumenti e fortezza da visitare

Napoli, 7 Aprile – Il presente articolo propone ai lettori uno spaccato di uno studio più complesso, che riguarda l’Ecologia Umana che studia l’ambiente come insieme di Natura e Cultura. Per la Romania, dove la naturalità è più diffusa dell’Italia, almeno settentrionale, la sua cultura non è da meno e ad essa è dedicato l’articolo sul “Codice Aureo” e i segni storici e architettonici di Alba Iulia, città simbolo dell’unificazione romena, colta e bellissima. In questa città trovano armonia anche due chiese vicine: una ortodossa e l’altra cattolica dedicata a san Michele. Ma leggiamo ciò che scrive l’Arch. S. Vasilescu (direttore degli studi post-universitari della Università di Architettura e Urbanistica “Ion Mincu” di Bucarest) sula cultura architettonica della bellissima Romania. Tale città è nostrana almeno per me, che vi sono stato 5 anni in Transilvania ed immerso anche nella cultura romena, anche perché avevo applicato il monito espresso 2 millenni prima dal massimo poeta latino di Roma, nato a Sulmona, Ovidio Publio Nasone, là esiliato in “relegazio perpetua” (cioè condannato a vita in esilio a Tomis, attuale Costanza, sul Mar Nero romeno) da Augusto e Tiberio: ”Non si può parlare della cultura di un popolo se non dal di dentro della sua cultura”. Ma leggiamo il loro Architetto in cattedra  di studipostuniversitari: “L’architettura romena, espressione viva della nostra latinità, è sensibilmente differente sia dai prodotti simili dei paesi neo-latini, circoscritti al mondo occidentale e cattolico, sia da quelli dei vicini slavi e magiari. L’architettura romena, rappresentata per la prima volta sulla Colonna di Traiano a Roma, vero atto di nascita del popolo romeno, è una delle testimonianze della straordinaria continuità. Le forme architettoniche che i legionari romani di Marcus Ulpius Traianus hanno incontrato nella Dacia Felix sono sopravvissute e si ritrovano nell’architettura rurale dei Carpazi. Benchè durante tutta la nostra storia si sia affermato, con piena legittimità ed orgoglio, che “de la Ram ne tragem” (le nostre origini sono a Roma), il mondo romeno ha guardato verso Bisanzio e verso l’ortodossia, verso l’Impero Romano d’Oriente sopravvissuto un millennio a quello Occidentale. Questa particolare romanità, denominata dallo storico romeno Nicolae Iorga “Byzance après Byzance”, sarà l’elemento fondamentale della nostra intera cultura e civiltà, dell’intero processo di “divenire” dell’architettura romena che potrebbe essere caratterizzato in modo sintetico come appartenente all’universo formale bizantino letto in chiave latina”.

Tra gli aspetti peculiari dell’ambiente culturale romeno vi sono le numerose e quasi sacrali biblioteche, che sono ricche di scritti poco noti all’estero, almeno in Italia. Tra essi si segnala il Codice Aureo esistente nella biblioteca della storica città di Alba Iulia, in Transilvania, dove è avvenuta la unificazione della Romania. Infatti Il 1º dicembre del 1918, dopo la sconfitta dell’impero austroungarico nella Grande Guerra, un’assemblea di 1.228 delegati riunita ad Alba Iulia si espresse per l’unificazione della Transilvania con il resto dell’attuale Romania e successivamente, il 15 ottobre 1922, la città ospitò la cerimonia di incoronazione di Re Ferdinando I, il primo monarca della Romania unita. La città estesa 104 km ed abitata da 68 mila persone in epoca romana fu sede di un grande accampamento fortificato della Legione XIII Gemina, che divenne il nucleo iniziale dell’antica Apulum (interessante è il Museo Apulum che testimonia scambi transumanti della Dacia con l’alta Puglia), dal precedente toponimo Apoulon usato dai Daci. Dopo la visita al Museo Apulum di Alba Iulia, volli festeggiare gli Appuli italiani, portando una bottiglia di vino doc pugliese, ”Vecchia Apulia”, al ritorno delle vacanze natalizie dall’Italia. Brindammo in biblioteca della scuola di servizio a Deva, con l’anziano collega e scrittore Gligor Hasa presentatomi dal suo amico, letterati entrambi, Ioan Bodreanu. Fu un brindisi culturale con Gligor Hasa, da poco deceduto e compianto, ma che lascia una memoria culturale notevole per i saggi scritti e pubblicati per l’Unione degli Scrittori della Romania nonché dell’Associazione Scrittori della Judet Hunedoara dove anche lo scrivente si iscrisse nel 2006 e che cura la rivista Ardeal Literar. La città attuale però risale al Medievo, quando viene creato il principato ungherese di Transilvania. La città viene citata per la prima volta in un documento del 1276 con i nomi Bãlgrad (slavo) e Gyulafehérvár (ungherese). Fu anche sede vescovile ed un importante centro politico, militare ed ecclesiastico, la città raggiunse l’apice della sua potenza tra il 1542 e il 1690, quando fu la capitale del Principato Indipendente di Transilvania e residenza dei Principi. Questo fu anche un importante periodo dal punto di vista culturale, in particolare per merito di due vescovi, Laszlo Gereb e Ferenc Varday, e soprattutto del Principe Gabriel Bethlen, che diedero una spinta alla cultura ed all’istruzione di alto livello.

Risale infatti al 1622l la fondazione del Collegium Academicum, che fu la culla dell’Umanesimo e del Rinascimento in Transilvania e del quale l’attuale Università di Alba Iulia cerca di continuare la tradizione. La produzione letteraria dell’epoca, favorita anche dalla presenza di diverse tipografie, è testimoniata dai reperti conservati nella biblioteca detta Batthyaneum, che dispone di una ricca collezione di incunaboli e libri antichi e rari, oltre ad ospitare il più antico osservatorio astronomico della Romania. Nel 1599 con l’ingresso vittorioso di Michele il Bravo, Alba Iulia divenne la capitale della prima unione politica di tutte le terre che oggi compongono la Romania, accrescendo ancora la propria importanza politica e culturale, tanto da essere tuttora considerata da molti romeni la capitale morale del Paese. Conquistata dagli austriaci dopo il 1700, la città ha subito dal punto di vista architettonico importanti cambiamenti tra il 1714 ed il 1738, con la costruzione di imponenti fortificazioni e di monumenti in stile barocco. Ancora resiste al tempo la conservata fortificazione dell’epoca in Romania, divenuta quasi il simbolo della città e visitata da molti turisti che là trovano un ristorante con ricette tipiche della Transilvania e guardiani in abiti tradizionali nel bel piazzale esterno alla imponente fortezza, da visitare con calma.

Nel periodo della dominazione austriaca, ad Alba Iulia, vi furono notevoli rivolte sociali, come la “Rivolta dei servi”, sedata nel sangue il 28 febbraio 1785 (ho osservato i monumenti dei 3 eroi nazionali, giustiziati ad Alba Iulia, con l’ottima guida, nel 2004, del collega romeno, Ion Bodreanu, bibliotecario del Collegio Tecnico”Transilvania” di Deva (Hunedoara), dove, per il MAE (Ministero Affari Esteri), insegnavo, all’annessa sezione italiana di Liceo straniero, e fino al 2008. La rivolta di Horea, Cloșca e Crișan del 1874 fu una ribellione transilvana dei servi della gleba in opposizione ai vincoli feudali a cui si trovavano sottoposti. Tra i rivoltosi spicca il nome di Horia, nome di battaglia del capo rivoluzionario romeno Vasile Nicola, detto Ursu (nato ad Albac nel 1730 e martoriato ad Alba Iulia nel 1785). Questo contadino, si recò, come era consuetudine politica nell’Impero Asburgico, 4 volte a Vienna, per presentare all’imperatore Giuseppe II le rivendicazioni nazionali e sociali delle oppresse popolazioni romene di Transilvania. Falliti questi interventi, insieme a Cloşca (Ion Oargă) e a Crişan (Marcu Giurgiu), si mise a capo della rivolta che scoppiò, all’inizio del novembre 1784, contro i nobili magiari e le truppe imperiali. Tradito e consegnato alle autorità, subì il supplizio della ruota pochi mesi dopo l’inizio della rivolta. La rivolta scoppiò il 2 novembre 1784 a Curechiu/HD, piccolo comune con molte frazioni posto si monti metalliferi, e si diffuse velocemente nei comuni posti sui monti Apuseni, ricchi di miniere d’oro potenziate dai Romani, che ad Alba Iulia avevano un’intera Legione,la XIII Gemina, comandata dal mio conterraneo d’origine, Rufo di Venafro (IS), che controllava bene tutto l’oro che veniva estratto dai monti Apuseni ed inviato a Roma imperiale. Ho visitato i fossili dei Koson (monete d’oro dedicate alla divinità dacica) e le antiche miniere dei Romani a forma trapezoidale su più piani nonchè visto le moderne cave d’oro degli Apuseni.

A Deva dipendevo dall’Ambasciata d’Italia a Bucarest e dal Consolato Generale di Timisoara. Era quasi il mio cursus honorem del tempo di Roma, che in Dacia vi giunse, con 14 delle 28 legioni di cui disponeva, l’Imperatore Traiano nel 106 d. C. per sottomettere i Daci guidati dal Re Burebista, che si suicidò per non cadere prigioniero dei Romani e che al collega di storia, Vlaic Sorin, piace ricordarlo con una leggenda dell’ultimo re dacico, ancora vivente -o presente con un urlo ai turisti- in una grotta dove trovò rifugio o sepoltura.

 

 

Come poi ho scritto in uno dei 4 saggi più delle memorie in corso di stampa (su Vox Libri, rivista di Deva della biblioteca regionale di Hunedoara), dedicati alla Romania, Traiano conquista la Dacia e al rito del trionfo a Roma seguirono 112 giorni di festa con 10 mila gladiatori in combattimento e 11 mila animali uccisi. Il suo bottino di guerra in Dacia fu di 1.635 tonnellate d’oro e 3.270 tonnellate d’ argento. Dopo la sconfitta di Decebalo i 500 mila prigionieri maschi furono in parte uccisi perché si rifiutarono di andare soldati nelle legioni romane. Restarono in Dacia, con capitale Sarmizegetusa Ulpia Traiana, Provincia Romana di Dacia, solo donne, vecchi e bambini. Nacquero così molti daco-romani che ancora oggi esistono e hanno inserito nell’inno nazionale romeno  parole significanti come “nostro condottiero Traiano” e “nel nostro sangue scorre quello romano”. Ma ritorno, alla rivolta romena dei servi per sottolineare la lunga evoluzione culturale dell’Homo sapiens: da tribale nel paleolitico, a servo della gleba dal neolitico a Roma (tranne dapprima i Consoli e poi i cittadini Romani) al medioevo fino alla rivoluzione francese che dà spazio all’individuo come cittadino di uno stato democratico in tutti gli attuali quasi 200 stati esistenti globalmente. Non in tutti ma nella maggior parte di essi però, la strada di rendere il suddito in cittadino è ancora lunga da percorrere dell’Uomo o Homo sapiens sapiens. Tutt’ora e a mio parere, prevale in Italia e Romania ancora un cittadino suddito spesso di sua maestà la burocrazia con conseguente scaricabarile delle responsabilità in molti uffici pubblici non esente la scuola, che soffre della secolarizzazione o indifferenza alla trasmissione culturale aggiornata e spendibile anche digitalmente. Alba Iulia, disse il collega Ioan Bodreanu, mi piace e vorrei viverci da pensionato!

La rivolta servile romena (coinvolse 30 mila ribelli con 1500 morti causati dai soldati dell’esercito austriaco che, soprattutto tra i civili, ebbero 4 mila morti) dei servi si concluse alla fine di gennaio 1785, in seguito alla cattura da parte delle autorità dei capi della rivolta: Horea, Closca e Crisan. La rivolta ebbe luogo a causa delle miserevoli condizioni dei contadini nel principato di Transilvania, vi parteciparono contadini romeni, magiari, sassoni delle tenute nobiliari e statali, i minatori dei monti Apuseni e delle miniere di sale del Maramures (grande fiume Mures), artigiani, preti e altri. . Tra l’autunno e l’inverno del 1784, fino all’inizio del 1785, le vittime civili furono circa 4.000 persone provenienti da 133 insediamenti, per lo più ungheresi. Mentre il Gubernium e la leadership militare discutevano di un possibile intervento, in attesa dell’ordine da Vienna, la nobiltà ungherese organizzò la sua difesa, catturando, processando e giustiziando 56 contadini a Deva (città che onora i martiri davanti al palazzo della Magna Curia (con dentro l’attivo Museo della Civiltà Dacica e Romana). Quando Giuseppe II d’Asburgo-Lorena ordinò l’intervento dell’esercito, la rivolta venne fatta cessare dallo stesso Horea il 14 dicembre 1784, (a Topesdorf o Càmpeni). Successivamente, nel gennaio 1785, i capi furono catturati, dopo essere stati traditi da alcuni compagni. Degli oltre 600 ribelli catturati, 120 vennero condannati. Inizialmente furono comminate 37 condanne a morte, ma vennero commutate in pene detentive a seguito dell’amnistia dell’imperatore. I tre capi furono esclusi da questo beneficio. Horea e Cloșca furono giustiziati dalle autorità locali e sottoposti al supplizio della ruota il 28 febbraio 1785 a Dealul Furcilor (“La collina dei forconi”), presso Alba Iulia. Crișan si impiccò in cella qualche giorno prima dell’esecuzione. Dopo la repressione della ribellione, Giuseppe II reagì emanando un decreto di abolizione della servitù della gleba in Transilvania. La rivolta riecheggiò in tutta l’Europa occidentale. Gli eventi non furono necessariamente motivati da tensioni etniche, sebbene venne messo in discussione dai romeni il loro status di “nazione tollerata”, che li rendeva privi dell’uguaglianza politica di cui godevano le altre 3 nazioni transilvane. Questa rivendicazione ha conferito alla rivolta un carattere nazionale. Come importante centro culturale e religioso, Alba Iulia ospitò importanti manifestazioni e convegni nel XIX sec., tra cui si ricordano in particolare 3 Sinodi della Chiesa nazionale ortodossa di Romania (1866,1875 e 1886). La mole è imponente e tutto il complesso attira immediatamente l’attenzione quando si entra nella “stella” della Cittadella. Alba Iulia è famosa proprio per questo suo straordinario patrimonio artistico e culturale che l’accompagna dai tempi del dominio di Roma attraverso il medioevo e fino alla realizzazione della fortezza settecentesca che ancora oggi si può ammirare. La cattedrale ortodossa e la chiesa di san Michele sono due gioielli storico-architettonici di della bellissima città di medie dimensioni di Alba Iulia. La sua Cattedrale, abbellita da ciò che gli sta attorno, si inquadra nel movimento realista, iniziato tra il XIX e XX sec., da un gruppo di architetti romeni ispirati dai leaders, Ioan Mincu e Petre Antonescu, che volevano un ritorno alle forme tradizionali. La costruzione è una sintesi di elementi architettonici e decorativi dei tempi dei principi valacchi M. Basarab e San Constantin Brâncoveanu e simboleggiano l’unità del popolo romeno realizzata per la prima volta da Michele il Vecchio (Mihai Viteazul) nel 1600. Il progetto della Cattedrale è quello della Chiesa principesca di Tárgoviste, a croce greca e si deve all’architetto Victor Gh. Stefanescu con la direzione dei lavori da parte dell’ingegner Tiberiu Eremie. La cattedrale è consacrata alla Santissima Trinità ed ai Santi Arcangeli Michele e Gabriele; è cattedrale episcopale dal 1975, quando fu rifondata la Diocesi ortodossa di Alba Iulia e nel 1998 è stata elevata a rango di Arcivescovado. La cattedrale rimane nel contempo, simbolo e monumento dell’unità nazionale come anche un santo luogo di pellegrinaggio.

Con il suo altissimo campanile e una simmetria che la rende un capolavoro architettonico, la Cattedrale arcivescovile ortodossa romena sorveglia il territorio al pari della più antica e prospiciente chiesa di San Michele, altro capolavoro di pietra costruito nel XIII secolo in stile romanico gotico, ugualmente uno dei monumenti più importanti della Transilvania. Lungo l’antica Via Principalis – la strada che nella Cittadella di Alba Iulia collegava la porta sud della fortezza romana con la porta settentrionale e dunque straordinaria testimonianza del passato della città di Apulum – sorge un autentico baluardo della storia della Romania: la Cattedrale arcivescovile ortodossa. Siamo nel cuore della Transilvania, in Romania, e questa è il simbolo dell’unità cristiana e romena e il Monumento dell’Unione. Il periodo storico in cui la cattedrale ortodossa è stata costruita, tra il 1921 e il 1922, in occasione dell’incoronazione di re Ferdinando I e della regina Maria, questa chiesa ha finito con l’assumere un significato speciale per la nazionale: è il simbolo dell’unità cristiana e romena. In pratica con l’integrazione della Transilvania (insieme a Bessarabia e Bucovina) alla Romania nel 1918 e la corona in mano a Ferdinando di Hohenzollern-Sigmaringen grazie ad una sapiente strategia militare che aveva visto la Romania in guerra a fianco della Triplice Intesa, il Paese era uscito dalla prima guerra mondiale rafforzato e potenziato. Tanto che lo stesso Ferdinando potrà essere incoronato Re della Grande Romania il 15 ottobre 1922 con una cerimonia spettacolare nella storica sede principesca di Alba Iulia. Esiste là un interessate Codice Aureo, forse il più famoso e prestigioso manoscritto medievale. Esso è un frammento di vangelo latino su pergamena dell’810 d. C.. (MS II.1). Dal punto di vista paleografico e stilistico, il manoscritto completo, tetraevangelico, appartiene alla serie di sette evangelici della Scuola di corte / Scuola palatina / Aquisgrana, realizzata al comando di Carol il Grande (768-814). Il manoscritto è giustamente famoso sia per l’eccezionale qualità dell’illustrazione sia per il fatto, non meno famoso, che è stato interamente scritto con inchiostro d’oro. Nella letteratura occidentale, il manoscritto è riconosciuto come Das Lorcher Evangeliar, perché, dopo la morte dell’imperatore, il manoscritto divenne proprietà del monastero benedettino di San Nazar di Kiamch. Poco prima dell’abolizione del monastero (1556), la ricca biblioteca benedettina di Kiamch fu portata a Heidelberg e integrata nella Biblioteca della Corte / Bibliotheca Palatina. Nel 1623, l’intero patrimonio del Palatino prenderà a sua volta la strada da Roma per essere incorporato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Il manoscritto condivide lo stesso destino ma raggiunge parzialmente Roma (parte 2, Pal. Lat. 50). Per duecento anni, non si sa nulla su dove fosse conservata la prima parte. All’inizio del XVIII secolo, sebbene entrambe le parti fossero a Roma, solo la seconda parte, in Vaticano. È certo, tuttavia, che a metà del XVIII secolo, la prima parte del manoscritto apparteneva alla biblioteca dell’arcivescovo di Vienna, Christoforo Migazzi (1714-1803) e che dal 1782, per acquisizione, diventa proprietà del vescovo della Transilvania, Batthyány Ignác. La connessione originale è scolpita in avorio e oro ed è conservata al Victoria and Albert Museum di Londra (copertina 1, collezione Solttikoff-Webb, inv. 138-1866, come acquisto dal 1866) e al Museo Sacro in Vaticano. (copertina 2, 1623). Due facsimili del manoscritto completo furono realizzati su iniziativa tedesca, a Monaco nel 1967 e a Lucerna nel 2000. Nella letteratura ungherese e rumena, il frammento di Alba Iulia è anche noto come Codex aureus. Il frammento di Alba Iulia ha 111 fogli [= 222 pagine] in folio, forma regale, 365×265 mm. Il testo è scritto con inchiostro dorato su due colonne con 31 righe in caratteri uniali (uncialis). L’inizio dei capitoli è scritto in bicchieri di colore rosso. La scrittura maiuscola (la capitale elegans) è stata utilizzata per le formule di inizio e fine dei capitoli introduttivi e dei testi introduttivi dei Vangeli. La parte conservata di Alba Iulia è sorprendentemente riccamente illustrata: i 101 fogli di testo (202 pagine) sono decorati con bordi policromi. Sono anche illuminate le 12 pagine dei canoni, nonché i quattro dipinti che rappresentano il ritratto dell’evangelista Matteo (p. 26), dell’evangelista Marco (p. 148) il ritratto del Salvatore (Majestas Domini, p. 36) e un frontespizio che rappresenta la genealogia di Gesù (p. 27). Aggiungi pagine con scritte ornamentali dell’inizio dei Vangeli, in particolare Cornucopiae (p. 37), dall’inizio del Vangelo dopo Matteo. In questo manoscritto, come in tutta la produzione della Scuola della Corte, si intrecciano i motivi stilistici dell’arte anglo-irlandese e franco-tedesca e bizantina, a dimostrazione del fatto che l’arte carolingia segnò il passaggio dall’arte tradizionale ornamentale astratta dei popoli nordici all’arte espressiva. più libera, più umanizzata dall’arte bizantina e mediterranea; le influenze sono anche spiegate dal ristabilimento delle relazioni con Bisanzio che ebbe luogo durante il Carol il Grande. Il certificato di nascita della Biblioteca Nazionale di Romania era un decreto del 1955, che decise di istituire la Biblioteca di Stato centrale, con il grado e le attribuzioni della biblioteca nazionale. Fin dai primi anni di attività, la Biblioteca Nazionale si è occupata dell’organizzazione dei fondi bibliofili, istituendo il Servizio Collezioni speciali, che includeva, secondo le norme stabilite da Pierre Breillat nella sua opera ben nota “La réserve precieuse dans les bibliothèques”, manoscritti, libri opere d’arte antiche e rare, come francobolli, incisioni e disegni, documenti d’archivio, corrispondenza, fotografie, materiali cartografici, vecchi periodici rumeni, stampe e registrazioni musicali. Il nucleo di questa preziosa collezione detenuta dalla Biblioteca Nazionale di Romania era costituito da una serie di fondi raccolti con passione, nel corso del tempo, da famosi collezionisti, interessati a trovare in tutto il mondo e portare nel paese opere sulle grandi civiltà del mondo: la biblioteca di Ion IC Brătianu, la raccolta di documenti di Alexandre Saint-Georges, i fondi Scarlat Rosetti, i fondi Exarcu e Gheorghe Adamescu, completati e arricchiti, nel tempo, attraverso donazioni e acquisizioni. La politica di approvvigionamento aveva e si basa permanentemente sul criterio di qualità delle informazioni dei documenti da acquistare. Così, nelle raccolte della Biblioteca Nazionale di Romania sono entrati fondi di grande valore storico e documentario, come la biblioteca dell’illustre bibliologo e collezionista di bibliofili Costantino Karadja, acquistata nel 1962. Questa biblioteca aveva 34 libri incunaboli, libri antichi e rari stampati tra i secoli. XVI-XX, stampe e mappe. Allo stesso modo, sono stati acquisiti archivi personali, manoscritti e corrispondenza, appartenenti a Valeriu Branişte, Sextil Puşcariu, Cezar Petrescu ecc. Il servizio Collezioni speciali è strutturato in base al contenuto specifico di ciascuna collezione in sette scomparti distinti, come segue: Bibliophilia, Manoscritti, Archivio storico, Periodici rumeni antichi, Stampe, Foto, Cartografia. A questi si aggiunge il compartimento audio-video, che ha una collezione di stampe musicali, registrazioni su vari media, dalle registrazioni a CD e DVD. La Romania ha tesori inestimabili che pochi turisti conoscono soprattutto se sono esterni a quell’ambiente carpatico che ha isolato la comunità latina in un mare di lingue slave. Spetta all’Unione Europea far riscoprire la ricchezza ambientale romena. L’Eurpa dei 27 Paesi è una ricchezza immensa, la prima al mondo, ma le sue divisioni interne, le sue nazionalità, anglosassone, slave e latine non permettono ancora di compiere gli Stati Uniti d’Europa, ma speriamo ed agiamo culturalmente in tale direzione, per ora in salita dura!

 

Giuseppe Pace (Già prof. del MAE al CT”Transilvania” di Deva/HD, Romania)


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