Sovraffollamento penitenziario, un terzo dei detenuti con pene sotto i due anni

Napoli, 30 Gennaio – Il sovraffollamento delle carceri italiane resta una delle principali criticità del sistema penitenziario, con ricadute non solo sul piano dei diritti delle persone detenute, ma anche su quello della sicurezza e dei costi per lo Stato. A pesare in modo significativo è l’elevato numero di detenuti che devono scontare pene di breve durata, spesso inferiori ai due anni.

Secondo i dati nazionali, su 63.499 detenuti complessivi, 47.857 hanno una condanna definitiva. Di questi, 16.690 – oltre un terzo – devono espiare una pena inferiore ai due anni. Una situazione che si riflette anche a livello regionale: in Campania sono 1.820 i detenuti definitivi con una pena residua sotto i 24 mesi.

Numeri che, come evidenziato dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Campania e portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali, Samuele Ciambriello, contribuiscono ad aggravare la pressione sugli istituti di pena. “Un carcere sovraffollato è meno controllabile e più fragile”, ha sottolineato, richiamando l’attenzione sui rischi per la sicurezza interna e sulle difficoltà di gestione quotidiana.

Ma il problema non è solo organizzativo. La permanenza in carcere di persone che potrebbero accedere a misure alternative incide anche sui costi pubblici. “Tenere in carcere chi potrebbe scontare la pena in altro modo costa molto di più allo Stato”, ha osservato Ciambriello, rimarcando l’inefficienza di un sistema che fatica a distinguere tra pene lunghe e pene brevi.

Il tema è stato al centro del convegno “Magistratura di sorveglianza: ruolo, funzione e prospettive”, svoltosi nell’Aula del Consiglio regionale della Campania, alla presenza, tra gli altri, del presidente del Consiglio regionale Massimiliano Manfredi e di rappresentanti della magistratura di sorveglianza e dell’amministrazione penitenziaria.

Nel corso dell’incontro è emerso con forza il ruolo delle misure alternative al carcere, considerate non come scorciatoie o concessioni automatiche, ma come strumenti di responsabilizzazione. “Sono percorsi fondati su regole, controlli e relazioni, in cui la pena continua a esistere, ma assume un senso: quello di preparare davvero il dopo”, ha spiegato Ciambriello. L’obiettivo è ridurre la recidiva e favorire il reinserimento sociale, accettando un rischio calcolato anziché affidarsi a una risposta esclusivamente simbolica e spesso poco efficace.

In questo quadro, la magistratura di sorveglianza assume un ruolo centrale. Per il Garante campano, è necessario rafforzarne l’organico, così da consentire ai magistrati di svolgere appieno una funzione delicata e decisiva: valutare l’accesso alle pene alternative e costruire percorsi di reinserimento lavorativo e sociale capaci di produrre benefici non solo per le persone detenute, ma per l’intera collettività. La sfida, dunque, resta aperta: trasformare il carcere da luogo di mera custodia a strumento davvero orientato alla sicurezza, alla legalità e alla civiltà giuridica.

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.