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Cambiamenti climatici, accordo di Parigi e ambiente locale italiano e globale fino al 2100 ed oltre

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Napoli, 13 Febbraio – La mia tesi in Vulcanologia all’Università Federico II di Napoli con l’apprezzato divulgatore scientifico e relatore Prof. Lorenzo Casertano, mi induce a entrare nel dibattito sulle variazioni climatiche senza allarmismi da ecocatastrofismo né sottovalutare le preoccupazioni ecologiche. Ridurre di più l’emissioni di gas in atmosfera è un problema ecologico aperto che per risolverlo investe tutti i governi, non escluso il prossimo italiano. Nella squadra del neonata governo, guidato dal liberale Mario Draghi, 3 ministri su 4 vengono dall’ambiente del Nord. In particolare, nove vengono dalla Lombardia e quattro dal Veneto. Il centro Italia è rappresentato solo dai romani Draghi e Giovannini. Dal Sud vengono Lamorgese e Speranza (lucani); Carfagna e Di Maio (campani). Nessun ministro pare sia di Calabria, Sicilia, Sardegna, Molise, Friuli VG, Trentino AA, Liguria, Marche e Puglia. Che molti siano dell’ambiente settentrionale è un bene perché dovrebbero essere più efficientisti poiché vissuti in un ambiente post-industriale e non post-agricolo come il Mezzogiorno, il centro, invece, è una via di mezzo per caratteri ambientali legati pure al terziario della capitale.

Ma il Governo Draghi saprà affrontare e risolvere anche il tanto dibattuto problema ecologico, in particolare energetico e climatico? Sul riscaldamento climatico non è il caso di drammatizzare ma neanche sottovalutare il problema del riscaldamento globale e locale confortati dal fatto che si è chiuso, intanto, il “buco dell’ozono”, che tanto allarmò il mondo della scuola con molti docenti ecocatrastofisti.  Oltre 5 anni fa, per la prima volta nella storia, più di 190 Paesi hanno firmato  gli Accordi di Parigi sul clima. L’esito è stato di un’importanza scientifica e politica senza precedenti: approvato a grande maggioranza, il testo prevede che tutti i firmatari si impegnino per contenere la temperatura media globale entro +2 gradi centigradi, facendo tutto il possibile per non superare i +1.5. A seguito dell’accordo, Paesi che non si erano di certo distinti per l’impegno nell’affrontare la crisi climatica, come ad esempio la Cina, hanno annunciato di voler raggiungere la neutralità climatica entro il 2060 e il picco di emissioni nel 2030. Nel complesso, Climate Action Tracke rileva che 127 nazioni responsabili del 63% delle emissioni, tra cui anche Sudafrica, Giappone, Canada, Corea del Sud, stanno prendendo in considerazione o hanno adottato obiettivi netti zero. La Conferenza tenutasi in Francia nel 2015 ha segnato il culmine di 25 anni di dibattito sui cambiamenti climatici, e un grande successo del multilateralismo e della cooperazione internazionale. O meglio, un successo apparente. A più di 5 anni di distanza, la comunità scientifica evidenzia come i leader mondiali non stiano mantenendo gli impegni presi a Parigi. L’aumento medio della temperatura è già pari a 1.2 gradi. Ad oggi, solo tre nazioni hanno approvato un piano per ridurre le proprie emissioni di biossidi di carbonio a un livello coerente con la limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi.

Per il clima, nessun Paese del G20 è in linea con gli accordi di Parigi e fa abbastanza contro il global warming: la peggiore è l’Australia, La Svezia o un altro paese del Nord Europa, penserete voi. Al contrario, sono tre Stati che non ci aspetteremmo di vedere in cima alla lista dei buoni: il Marocco, la Costa Rica e il Gambia. Invece la Svezia è tra i dieci Paesi al mondo con il più alto impatto ecologico pro capite. L’obiettivo dell’Accordo di Parigi è considerato un traguardo ambizioso, ma in realtà, per non pochi, significherebbe fermarsi sull’orlo del baratro. Quand’anche fossimo miracolosamente in grado di raggiungerlo – al momento dovremmo avere una probabilità del 4 o 5%– vivremo in un mondo molto meno ospitale di quello che conosciamo e molti dei cambiamenti in corso, come abbiamo visto in uno degli ultimi post sul blog, saranno nella migliore delle ipotesi irreversibili.Per il 2100 le città costiere del Mediterraneo resteranno immutate oppure andranno in gran parte sommerse dal mare per l’aumento del livello marino? La scienza cosa dice in merito visto che l’Unione Europea, ma anche gli USA di J. Biden, stanno per spendere somme notevoli per i cambiamenti climatici in atto aderendo all’accordo di Parigi. In occasione della Conferenza sul clima tenutasi a fine 2015 a Parigi è stato stipulato un nuovo accordo sul clima per il periodo dopo il 2020 che, per la prima volta, impegna tutti i Paesi a ridurre le proprie emissioni di gas serra. In tal modo è stata di fatto, a mio parere alquanto demagogica, abrogata la distinzione di principio tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. L’Accordo di Parigi, uno strumento giuridicamente vincolante nel quadro della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Convenzione sul clima, UNFCCC), comprende elementi per una riduzione progressiva delle emissioni globali di gas serra e si basa per la prima volta su principi comuni validi per tutti i Paesi:  l’Accordo di Parigi persegue l’obiettivo di limitare ben al di sotto dei 2 gradi Celsius il riscaldamento medio globale rispetto al periodo preindustriale, puntando a un aumento massimo della temperatura pari a 1,5 gradi Celsius. Inoltre mira a orientare i flussi finanziari privati e statali verso uno sviluppo a basse emissioni di gas serra e a migliorare la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici. I Paesi che hanno già annunciato un obiettivo di riduzione fino al 2030 possono confermarlo per il periodo 2025-2030 senza dover aumentare la prestazione di riduzione. L’Accordo impegna tutti i Paesi, in forma giuridicamente vincolante, a presentare e commentare ogni cinque anni a livello internazionale un obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contribution, NDC). Il raggiungimento dell’obiettivo è vincolante solo dal punto di vista politico, mentre sono giuridicamente vincolanti l’attuazione delle misure nazionali e la rendicontazione sul grado di raggiungimento degli obiettivi. Ogni comune adotta restrizioni automobilistiche e di riscaldamento atte a contenere emissioni gassose nell’atmosfera, un esempio è dato dai motori Diesel  (da 1 a 4 E.), che non possono più circolare in strade, giorni ed ore. Il riscaldamento di ambienti chiusi è di massimo 19 gradi Celsius per case ed uffici e 15 gradi per altro. Così dopo un trionfale secolo di evoluzione dal punto di vista sociale, scientifico e tecnologico, nel 2019-20 la pandemia è diventata una realtà fortemente attuale, facendo precipitare la globalizzazione e i sistemi di comunicazione di massa, da un lato un pericolo, dall’altro uno strumento di informazione maggiore per la sopravvivenza. Nell’ambiente culturale di Padova, davanti al Municipio ed Università, di 8 secoli meno 1 d’esistenza, gruppi di attivisti per il riscaldamento climatico globale manifestano ponendosi su pezzi di ghiaccio che non messi in frigoriferi si riducono e sciolgono.

Bisogna anche cominciare a pensare che il comportamento umano è soprattutto dettato dalla Cultura che si trasmette veloce con la digitalizzazione e l’Uomo stesso non è più Natura ma Cultura. L’aumento di 1,2 della temperatura media globale con punte di 5 gradi all’artico, nell’ultimo secolo, non deve allarmarci molto perché potrebbe rientrare, in gran parte, nei cicli naturali delle glaciazioni che fanno avanzare o ritirare i ghiacciai, ma non deve neanche essere sottovalutato il fenomeno. Fuori di ogni dubbio bisogna riconoscere che l’attenzione degli studiosi è crescente verso i possibili cambiamenti climatici, in qualche misura, causati dalle attività umane. Con la ratifica dell’Accordo di Parigi del 2015, i singoli impegni climatici presentati all’ONU passarono dall’essere Intended Nationally Determined Contribution (INDC) ossia “Contributi promessi stabiliti a livello nazionale”, ai cosiddetti Nationally Determined Contributions (NDC) o “Contributi Nazionali Determinati”. Si trattava degli obiettivi climatici che le Nazioni si erano date, in maniera autonoma e volontaria, per contribuire a mantenere la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi. Per l’Unione Europea, ad esempio, questo impegno è definito dal quadro per il clima e l’energia 2030 adottato dal consiglio europeo nell’ottobre 2014 e che prevede: meno 40% di emissioni, più 27% di rinnovabili nel consumo finale di energia e più 27% d’efficienza energetica. In molti casi tra INDC e NDC, non vi alcuna differenza, in altri il passaggio ha determinato un aumento dell’impegno. Questi NDC rappresentano il vero cuore del Paris Agreement e allo stesso tempo uno delle più grandi falle dell’intesa. Come ha mostrato la stessa analisi delle Nazioni Unite, allo stato attuale, gli NDC non sono in grado di garantire la “vittoria climatica”. O meglio, gli obiettivi che si sono dati gli Stati sono troppo deboli e anche eseguendoli alla lettera, la temperatura globale crescerà oltre l’obiettivo di mantenere la crescita inferiore appunto ai 2 gradi centigradi. Sull’entità di tali cambiamenti non si concorda facilmente e si possono dividere in due grandi gruppi, gli ottimisti e i pessimisti. I primi vedono una crescita meno alta dei secondi della temperatura media globale da qua ad un secolo circa. Nella Terra dei Fuochi “Lo stato non riesce ancora a controllare il disastro della Terra dei fuochi. Dalla Lega: presto report Procura-Iss in Parlamento. Napoli, 10 feb – “Porteremo presto all’attenzione del Parlamento il rapporto conclusivo stilato da Procura di Napoli Nord e Istituto Superiore di Sanità.

Ora che sono emersi strette connessioni tra tumori e rifiuti incontrollati nella Terra dei fuochi le istituzioni devono fare la loro parte. I cittadini del territorio compreso tra le province di Napoli e Caserta, che per anni hanno subito danni gravissimi alla propria salute – anche irrimediabili – a causa della convivenza forzata con rifiuti di ogni genere, attendono risposte concrete”, scrive P. Mesolella nel media digitale che dirige. Da qualche anno mi giungono questionari per valutare le migliori università “domestiche” ed extra. Mi piace il termine inglese domestiche per dire nazionali come negli aeroporti: voli domestici e internazionali. Cerco sempre nel compilare i citati questionari di essere ponderato, ma anche valutare sulla base esperienziale. Tra le Università a me più note inserisco le otto che mi hanno rilasciato il Certificato Internazionale di Ecologia Umana del corso biennale postlaurea all’Università di Padova. Tra le altre pongo sia l’Università “Federico II” di Napoli, che mi rilasciò la laurea in Scienze naturali che quelle salentine, territorio che ho conosciuto con uno scambio culturale tra scuole nel 2006 tra Galatina (LE) tramite il collega F. Masi e Deva (HD) Romania. Detto ciò mi giunge gradita l’informazione che è stato assegnato il premio ”Nord Sud” 2020 del Consiglio d’Europa al “Mediterranean Experts on Climate and Environmental change network. Tra i vincitori vi sono due dell’Università del Salento-Unisalento- P.Lionello studioso di oceanografia e fisica dell’atmosfera e S. Rossi studioso di zoologia. Tale premo è stato assegnato al network MedECC – Mediterranean Experts on Climate and environmental Change, che ha redatto il “Mediterranean Assessment Report”, il primo rapporto scientifico su clima e cambiamenti ambientali nel bacino del Mediterraneo. Visitando le coste egiziane, tunisine turche e italiane del nostrano Mediterraneo ho notato non pochi segnali di preoccupazione di inquinanti diffusi dalla moderna economia consumistica. Tali inquinanti, più vistosi come le bottiglie di plastica ed altri oggetti similari, erano maggiori sulle coste marine dei Paesi ad economia più attardata. Ciò significa che l’educazione al riciclo e non inquinare lo spazio pubblico è più bassa o almeno è meno diffusa anche tra i giovani che frequentano le scuole. Prima dato dunque: non sono i Paesi ad economia più avanzata i primi responsabili dell’inquinamento dei mari o dell’idrosfera, ma anche dell’atmosfera, litosfera e biosfera. Accanto a loro vi sono gli ambienti locali, spesso con meno informazioni possedute dal cittadino sui pericoli che causano danni ambientali non minimali. Più di qualche studioso della natura ribadisce che un vulcano, non piccolo, che erutta, emette tanto di quel biossido di carbonio che neanche dalla prima rivoluzione industriale ad oggi è stato emesso dalle attività umane. Ciò per dire che bisogna andarci piano con l’allarmismo generato da certa cultura ecocatrastrofista. Nel contempo però non bisogna sottovalutare l’azione negativa sui fenomeni ciclici geobiochimici prodotta dall’ambiente economico dell’Homo sapiens, che ha raggiunto quasi gli 8miliardi di individui sul pianeta Terra. Le temperature misurate alla sommità della nube vulcanica generata dalla eruzione del vulcano indonesiano Anak Krakatau, nel dicembre 2018, per sei giorni hanno raggiunto i -80 °C ad un’altezza di circa 18 km, generando fino a dieci milioni di tonnellate di ghiaccio e innescando circa 100.000 fulmini Il 22 dicembre 2018 una violenta eruzione esplosiva ha interessato il vulcano indonesiano Anak Krakatau. L’eruzione ha generato enormi quantità di ghiaccio e fulmini e causa del parziale collasso dell’edificio vulcanico in mare si è verificato uno tsunami. Il caso è stato oggetto dello studio Anak Krakatau triggers volcanic freezer in the upper troposphere, condotto da un team internazionale di cui fanno parte i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e pubblicato sulla rivista Nature Scientific Reports. Utilizzando dati satellitari, osservazioni da terra e un modello di colonna eruttiva, è stata per la prima volta messa in relazione l’altezza della nube vulcanica con la frequenza della generazione dei fulmini. “Per sei giorni”, spiega Stefano Corradini, ricercatore dell’INGV, “la tempesta, alimentata dal calore generato dall’attività vulcanica ha portato la colonna eruttiva a raggiungere altezze comprese tra sedici e diciotto chilometri con temperature alla sommità fino a -80 °C”. Pertanto ben giungano riconoscimenti per quegli studiosi dei cambiamenti climatici come quei due dell’Unisalento. Tali vincitori del premio, prima specificati, sono i membri del consiglio scientifico e i “leading authors” del rapporto, tra cui due studiosi dell’Università del Salento citati. Il premio “Nord Sud” è assegnato ogni anno dal 1995 dal Consiglio d’Europa a due candidati che si sono particolarmente distinti per il loro impegno a favore della promozione della solidarietà tra il Nord e il Sud (diritti umani, difesa della democrazia, sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulle questioni dell’interdipendenza e della solidarietà mondiale). L’elenco dei vincitori comprende personalità come Kofi Annan, Simone Veil, Roula Dashti, Souhayr Belhassen, Rania di Giordania, Bob Geldof, Emma Bonino e Danielle Mitterrand. Nel 2020 il premio è stato assegnato alla “International Commission against the Death Penalty” e al network “Mediterranean Experts on Climate and environmental Change. La giuria del premio ha riconosciuto che lo studio prodotto da MedECC “rappresenta un esempio lampante del potenziale di collaborazione tra Stati e società per affrontare le sfide del cambiamento climatico e della sostenibilità ambientale, nonché la risposta alla necessità di una cooperazione scientifica ed esperta per produrre analisi basate sulla conoscenza come solida base per la pianificazione delle politiche”. Lo studio “costituisce anche un esempio concreto della visione del Mar Mediterraneo come spazio condiviso di pace, sviluppo e diritti umani”.  Il “Mediterranean Assessment Report” è infatti un documento che mette a disposizione di cittadini, politici e decisori valutazioni scientifiche rigorose utili a ragionare sulle problematiche legate a cambiamenti climatici, inquinamento, utilizzo di risorse e specie “invasive”; descrive gli impatti sull’ambiente, sulla società e sui settori produttivi e le strategie di adattamento per limitare i rischi. I principali fattori includono il cambiamento climatico, l’aumento della popolazione, l’inquinamento, l’utilizzo insostenibile del suolo e del mare e l’introduzione, secondo alcuni ecologi integralisti, di specie non indigene. Nella maggior parte delle aree, sono coinvolti sia gli ecosistemi naturali che i mezzi di sussistenza della popolazione umana. A causa delle tendenze globali e regionali, gli impatti saranno esacerbati nei prossimi decenni, soprattutto se il riscaldamento globale supererà di 1,5-2°C il livello preindustriale. Sono necessari significativi e maggiori sforzi per adattarsi ai cambiamenti inevitabili, mitigare i fattori di cambiamento e aumentare la resilienza. Nel bacino del Mediterraneo: le temperature regionali medie annuali sono attualmente di 1,5° C più elevate rispetto al periodo preindustriale, e potrebbero aumentare fino a oltre 5° C alla fine del secolo in uno scenario con elevate concentrazioni di gas serra.

L’aumento della frequenza, dell’intensità e della durata delle ondate di calore comporta significativi rischi per la salute delle fasce vulnerabili della popolazione, specialmente nelle città, e per gli ecosistemi; le precipitazioni diminuiranno, sia pure con differenze fra le varie aree. Le precipitazioni (in particolare quelle estive) saranno probabilmente ridotte del 10-30% in alcune aree alla fine del secolo, aggravando la carenza idrica esistente, favorendo la desertificazione e diminuendo la produttività agricola, posta a rischio, inoltre, da più frequenti e intensi eventi estremi e degrado del suolo. È verosimile che la domanda di irrigazione aumenti dal 4 al 18% entro il 2100. Il cambiamento demografico, inclusa la crescita dei grandi centri urbani, contribuiranno ad aumentare significativamente la domanda idrica complessiva; le risorse ittiche sono minacciate da pesca eccessiva, specie non indigene, riscaldamento, acidificazione dei mari, inquinamento, che possono portare nel Mediterraneo all’estinzione di oltre il 20% dei pesci e degli invertebrati marini di utilizzo commerciale entro il 2050; nel 20mo secolo il livello del mare nel Mediterraneo è cresciuto di circa 14cm. Ci si attende un innalzamento compreso fra 20 e 110 cm entro il 2100, con un impatto potenziale su 1/3 della popolazione nella regione. In periodo di pandemia da covid19 sto usando di più la tecnologia digitale anche per scrivere un saggio che delinea l’evoluzione dell’ambiente dal locale al globale connessa all’evoluzione del suddito a cittadino, grazie anche all’aiuto, non sempre, del sistema d’istruzione scuole ed università comprese.

A tale proposito mi piace ricordare ancora “La Giornata mondiale per la sicurezza in ReteSafer Internet Day, istituita e promossa per il 9 febbraio dalla Commissione Europea, con il consueto motto “Together for a better Internet (Insieme per un Internet migliore)”. Tale celebrazione farà riflettere ed applicare meglio gli studenti dell’ambiente locale dell’intero territorio italiano, ed in particolare lungo il tratturo della novella Transumanza appenninica? Oppure resteranno dei nostalgici afflitti dal territorialismo biologico e dunque legati mani e piedi alla tradizione tanto osannata da non pochi cultori di archeologia e storia locale che spesso vedono il pericolo di perdere un’isola felice che non c’è mai stata? Penso che la nuova rivoluzione digitale, quarta della serie: “voglio l’innovazione e non la tradizione”, va verso uno stato globale federale degli oltre 196 stati locali attuali. Nel mio prossimo saggio “Canale di Pace…” scrivo proprio dell’evoluzione ambientale dal locale al globale e del suddito a cittadino.  A Padova, mia città elettiva e non adottiva, Sir Herbert Butterfield, in “Le origini della scienza moderna” 1962, scrive: “Ammesso che l’onore di essere stata la sede della rivoluzione scientifica possa appartenere di diritto a un singolo luogo, tale onore dovrebbe essere riconosciuto a Padova”. L’università di Padova il prossimo anno compie 8 secoli in una città definita da W. Schakespear “culla delle arti e della scienza”. Eppure qua si discute di paure da dipendenza da internet, i minori che ne sono succubi, ecc.. Prima del covid19 il vicentino d’origine F. Faggin, dr. in Fisica a Padova del 1965 con 110 e lode, ed Alumno dell’Università dove insegnò quasi 20 anni Galileo Galilei 1592-1610, venne a parlare di tecnologia digitale e di Silicon Valley dove ha lavorato e lavora ancora nonostante si sia messo a studiare la consapevolezza o coscienza dalla meccanica quantistica. Faggin desidera che anche lo spirito sia messo sotto la lente d’ingrandimento della scienza e non solo dominio dei saperi umanistici come la Filosofia, le Religioni, ecc..

Da Naturalista mi trova concorde anche perché sono convinto che con un solo sapere non si studia più niente di niente come ad esempio l’Ambiente, insieme di Natura e Cultura, di cui mi occupo da decenni in Italia e all’estero. Da tempo si parla e si scrive di quarta rivoluzione industriale e si intende la crescente compenetrazione tra mondo fisico, digitale e biologico. È una sorta di integrazione e di somma dei progressi in intelligenza artificiale, robotica, internet delle cose, stampa 3D, ingegneria genetica, computer quantistici ed altre tecnologie del presente. È la forza collettiva che sta dietro molti prodotti e servizi che stanno rapidamente diventando indispensabili per la vita moderna. Pensa ai sistemi GPS che suggeriscono il percorso più veloce per raggiungere una destinazione, agli assistenti virtuali ad attivazione vocale come Siri di Apple, ai suggerimenti personalizzati di Netflix e alla capacità di Facebook di riconoscere il tuo volto e taggarti nella foto di un amico. Anche se la quarta rivoluzione industriale (detta anche 4IR o Industria 4.0) sta cambiando la società come mai prima d’ora, si basa su fondamenta gettate dalle prime 3 rivoluzioni industriali. L’avvento del motore a vapore nel XVIII secolo ha portato alla prima rivoluzione industriale, consentendo per la prima volta la meccanizzazione della produzione e promuovendo un cambiamento sociale spinto dall’urbanizzazione delle persone. Nella seconda rivoluzione industriale, l’elettricità e altri progressi scientifici hanno portato alla produzione di massa. La terza rivoluzione industriale, iniziata negli anni ’50, ha visto la nascita dei computer e della tecnologia digitale. Questo ha portato alla crescente automazione della produzione e allo sconvolgimento di settori come quello bancario, dell’energia e delle comunicazioni. Klaus Schwab ha etichettato i progressi odierni come nuova rivoluzione. Egli è il fondatore e direttore esecutivo del World Economic Forum e autore di un libro intitolato “La quarta rivoluzione industriale”.  In un articolo del 2016, ha pure scritto che “come le rivoluzioni che l’hanno preceduta, la quarta rivoluzione industriale ha il potenziale di innalzare i livelli globali di reddito e migliorare la qualità della vita per i popoli di tutto il mondo”. Ha affermato anche: “Nel futuro, le innovazioni tecnologiche porteranno anche a un miracolo sul lato dell’offerta, con benefici a lungo termine per l’efficienza e la produttività. I costi di trasporto e comunicazione caleranno, la logistica e le supply chain globali diventeranno più efficienti e il costo del commercio diminuirà; tutto questo aprirà nuovi mercati e promuoverà la crescita economica”. Non ci sono solo buone notizie, però. Schwab ha suggerito anche che la rivoluzione potrebbe portare a una maggiore disuguaglianza, “specialmente nel suo potenziale di sconvolgere i mercati del lavoro”. Inoltre, il mercato del lavoro potrebbe diventare sempre più fossilizzato sui ruoli “bassa competenza/basso stipendio” e “alta competenza/alto stipendio”, e questo potrebbe esacerbare le tensioni sociali. Secondo Schwab, “i cambiamenti sono tanto profondi che, dal punto di vista della storia dell’uomo, non c’è mai stato un periodo più promettente o potenzialmente pericoloso”. L’ombelico del mondo, fino a pochi anni fa, sia per la nascita che per la crescita della tecnologia digitale, era la Silicon Valley. Essa non ha confini, né una capitale, ma è al centro dell’attenzione di imprese e governi di tutto il mondo: la Danimarca ha addirittura istituito un’ambasciata con sede a Palo Alto, tra l’Università di Stanford e i campus di Google e Facebook. L’ambasciatore, C. Klynge, studia le nuove tecnologie e il loro impatto sulla società e la politica. L’esempio danese è stato seguito di recente da altri Paesi europei: dalla Francia alla Germania alla Slovacchia.Ma sono soprattutto le grandi imprese ad aver creato teste di ponte nella Bay Area: grossi centri di ricerca sono stati aperti dai gruppi automobilistici europei — Mercedes, Renault, Audi, ecc. Non solo nell’industria, ma anche in campo bancario e finanziario», dice A. Promutico che a San Francisco dirige l’osservatorio tecnologico di una grande banca.  Ma Atelier, la start up della quale è amministratore delegato, appartiene a un istituto francese, Bnp Paribas, non a una banca italiana. Anche il World Economico Forum di Davos si è convinto che la rivoluzione tecnologica in atto, destinata a cambiare tutto, lavoro, gestione dell’energia, servizi professionali, ma anche il modo di viaggiare e consumare, perfino l’alimentazione, parte da qui. Così ha creato a San Francisco il Centro per la Quarta Rivoluzione Industriale nel quale lavorano una settantina di scienziati ed esperti di varie discipline che cercano, come spiega il suo vicedirettore, Zvika Krieger, di trovare soluzioni ai problemi tecnici, giuridici e amministrativi posti dalle varie tecnologie e dal loro utilizzo. «L’ambizione — dice Krieger — è quella di sviluppare piattaforme con le quali affrontare le complesse questioni nate dall’uso delle tecnologie più avanzate, dal riconoscimento facciale alla blockchain, mettendole, poi, a disposizione delle imprese e delle autorità con poteri regolatori: governi, parlamenti, agenzie indipendenti». L’Italia ha la presidenza del G-20, ma sembra essere l’unico Paese del G-7 a non far parte del gruppo di 27 nazioni che ha fatto nascere questo centro, anche se il Porto di Genova, collabora per sviluppare l’uso della blockchain nella distribuzione delle merci. Eppure l’Italia è uno dei 3 grandi dell’Unione Europea e i suoi scienziati, come F. Faggin, dicono che come impostano i problemi gli italiani su scala mondiale, non sono da meno ad altri anzi sono più armoniosi e completi i risultati progettuali. Da poco tempo si discute col Vaticano di alcuni aspetti della cosiddetta precision medicine, le cure mediche personalizzate ». In effetti l’Italia, presente sulla West Coast con alcune start up e con manager che hanno ruoli di punta nei giganti Usa (da Luca Maestri di Apple a Paolo Bergamo di Salesforce), non ha investito come Paese nell’hub tecnologico californiano. Si danno un gran fa dare il console a San Francisco, Lorenzo Ortona, e Alberto Acito che, nell’ambito dell’Ice, promuove gli investimenti diretti americani nel nostro Paese: un ruolo creato dal governo italiano due anni fa. Proprio in questi giorni sbarcano in Italia, anche grazie al loro lavoro, due società americane: Nanoracks, azienda texana delle tecnologie spaziali che apre un centro di sviluppo a Torino, e RStor, una compagnia di cloud computing della Silicon Valley, partecipata da Cisco, che inaugura un centro di ricerche a Genova con una ventina di ingegneri: punta ai mercati Ue e ad attingere a nuovi serbatoi di capitale umano, visto che ormai in California matematici e computer scientist sono quasi introvabili e, comunque, costosissimi. Ma l’osservatorio tecnologico italiano che doveva nascere a San Francisco col contributo della Cdp non ha mai visto la luce, mentre tra i gruppi industriali, solo l’Enel sta facendo qualcosa: un innovation hub gestito da Milan Poidl, un manager austriaco che in precedenza gestiva le attività elettriche in Perù che Enel ha ereditato da Endesa. Poidl, nel suo lavoro di ricerca di soluzioni tecnologiche per i problemi che gli vengono sottoposti dalle varie unità operative del gruppo energetico, si appoggia a Mind The Bridge, la società di Marco Marinucci, pioniere della promozione delle start up italiane nella Bay Area. Ora l’Enel ha aperto un hub tecnologico anche sulla costa atlantica, a Boston. Positivo, ma poco rispetto a quello che investono gli altri Paesi europei tanto per trarre vantaggio dalle tecnologie della Silicon Valley quanto per attrarre investimenti americani. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (acronimo TIC o ICT dall’inglese Information and Communications Technology), rappresentano l’insieme delle metodologie protagoniste della trasmissione, ricezione ed elaborazione di contenuti digitali ed input informatici (tecnologie digitali comprese). Costituiscono le tecnologie dell’informazione e della comunicazione tutti i settori di Business che si occupano di progettare e sviluppare tecnicamente la comunicazione digitale. La scuola compresa l’università è il luogo dove il suddito può divenire cittadino. A Simeria vicino a Deva c’è un’azienda di marmi la Marmosim, che ha cittadini che lavorano in modo digitale come lo è il logo stesso. Anche nella mia ex sede liceale il computer era molto usato dai professori e studenti, a ben ragione gli hanno modificato il nome da Colegiul Tecnic “Transilvania” a Liceo Tecnologico “Transilvania”, che ha anche una sezione di lingua italiana oltre a sezioni d’inglese e francese. Non a caso il liceo veniva diretto da una chimica, Maria Andrei, quando vi insegnavo e poi da un fisico, Demeter Sorin Marin. Nel 2006 venne a tenere una interessante lezione, in lingua inglese, sulla Democrazia il Console degli Usa a Cluj Napoca. Lo cito nel mio saggio in corso di stampa: ”Canale di Pace. Covid19, chi parla di pace vuole uno stato globale federale”. In questo saggio ambientale delineo l’evoluzione del suddito a cittadino facendo leva sulla scienza multidisciplinare, interdisciplinare e transdisciplinare dell’Ecologia Umana. In tale evoluzione, non lineare, vi è anche l’apporto della tecnologia digitale, che aiuta il cittadino del presente e del futuro stato globale federato ad essere più artefice del proprio ambiente e costruttore del proprio destino e la scuola lo aiuta se ne è capace. Prefiguro uno stato futuro unico e globale con il modello liberale e il metodo democratico pluripartitico, ma con unica bandiera a più di 196 stelle degli attuali stati federati, che non potranno più farsi guerre fratricide come l’Unione Europea ha garantito da 75 anni. Per il tipo di democrazia mi riferisco a quella liberale con l’equilibrio dei tre poteri: parlamentare, magistratura ed esecutivo. Pietro Calamandrei, padre costituzionalista, ci ricorda: “Se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento e della Magistratura e della Corte costituzionale. Ecco dunque il valore del docente- da me svolto per circa 4 decenni in Italia e all’estero- che lascia il segno nel discente, futuro cittadino e non suddito di ideologie spesso non liberali. Come Internet sta cambiando il nostro ambiente vitale, come ha già cambiato la sfera pubblica e la democrazia? Per rispondere gli esperti non sono unanimi, emergono posizioni ricche e plurali. Attraverso un’analisi ambientale dei digitali cambiamenti sociali, si cerca di comprendere per governare i problemi aperti della crisi dei partiti e dei media tradizionali, l’affacciarsi di nuovi intermediari (come le piattaforme digitali), la frammentazione e la polarizzazione della sfera pubblica, la sfida della partecipazione online fra limiti e opportunità, l’ipotesi della democrazia digitale. Se c’è uno che ha più diritto di parlare di tecnologia digitale sicuramente è il Fisico vicentino Federico Faggin. Tra i padri del microchip, ideatore della tecnologia touch, F. Faggin è il principale inventore italiano, da tempo trapiantato a Silicon Valley. Il web è il luogo dell’informazione libera e autonoma o le informazioni si stanno organizzando attorno a inediti centri di potere? Internet promuove un pluralismo dialogico o rischia di nutrire una crescente polarizzazione? La democrazia rappresentativa è da superare oppure rimane la soluzione migliore per governare? La democrazia è certamente un sistema aperto (quindi sempre imperfetto e in evoluzione), ma è anche responsabilizzante: è compito dei cittadini e delle classi dirigenti gestire al meglio gli esiti dell’innovazione tecnologica. Da anni ormai vi sono le neointermediazioni per prenotare un volo o un hotel ad esempio si va su una delle tante piattaforma digitale. Inoltre Google e Facebook scelgono che notizie darci e in che ordine, spesso con criteri legati al gusto delle persone ma comunque, secondo alcuni sociologi poco neutrali,  non obiettivi e neutrali. Già il movimento Occupy Walstreet si era già accorto di essere poco visibile su Twitter: nonostante la mole di traffico prodotto non finivano mai nei trend. Si trattava di censura? Non lo sapremo mai, dato che gli algoritmi delle grandi compagnie sono privati”. Ma leggiamo chi ha in mente la cultura che il privato è un demone e il pubblico è l’angelo. Che effetti ha tutto questo sui processi democratici? “La neointermediazione vale anche qui: gli intermediari classici come i partiti tradizionali, i sindacati e i giornali sono in crisi. C’è un calo consistente sia nella membership partitica che nella partecipazione elettorale, parzialmente compensato dal proliferare di nuovi schemi di partecipazione via internet: i filtri però rimangono, così come l’importanza di avere un gruppo dirigente. Anche solo per decidere cosa mettere ai voti e per quanto tempo, come ad esempio accade su piattaforme note. Com’è che internet sta cambiando la nostra democrazia? “Che la democrazia è sicuramente un modo per gestire la successione al potere e la pace sociale, ma oltre a questa definizione ‘minimalista’ essa serve anche a creare uno spazio per il dialogo e il confronto, al fine di prendere decisioni razionali e condivise. Le possibilità di dialogo sono sempre imperfette, ma non per questo vanno necessariamente svilite o abbandonate. Molte persone attraverso internet cercano e spesso riescono anche ad avere un confronto, come i debunker e i blogger: un dialogo altamente imperfetto ma comunque positivo, e soprattutto in continua evoluzione. È vero che sulla rete a volte si rischia di disinibire alcuni freni inibitori, ma essa è tutt’altro che quel luogo dell’odio di cui spesso si parla: dovremmo rendercene conto proprio in questi giorni”. Dunque vi sono pure aspetti positivi e finalmente si è scoperto che è l’uso della tecnologia che può essere positivo oppure negativo. Non si è padroni del mondo se prima non si è re di se stesso, diceva Antonio da Padova nel 1200, nato nobile a Lisbona. L’ambiente della costiere amalfitana si è digitalizzato come nuovo modo di stimolare il turismo. Il “Box I Love Costiera” contiene un banner stampabile su cui sarà visibile un QR-Code con collegamento diretto alla guida delle costiere, che sarà aggiornata quotidianamente. La rivoluzione digitale, o rivoluzione informatica,  è iniziata dagli anni Cinquanta nei paesi industrializzati, che ha visto il passaggio da una tecnologia meccanica ed analogica a una tecnologia di tipo digitale.  Ci si può riferire alla rivoluzione digitale anche con l’espressione rivoluzione informatica, dove la parola rivoluzione non è usata casualmente, o con leggerezza, ma viene adoperata per esprimere l’impatto dei colossali cambiamenti sociali operati dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). L’ambiente del territorio del Mezzogiorno è vario e diversificato per almeno due delle sue parti principali. Vi è l’ambiente naturale montuoso di buona parte del territorio appenninico dove l’economia è più tradizionale, bassa è la densità demografica e alto è il tasso d’emigrazione soprattutto giovanile e professionalizzato, di cui molti laureati. Di complementare vi è un ambiente pianeggiante e costiero ricco di risorse naturali, ma economicamente e socialmente non bene organizzato e ad elevata densità demografica. Nell’ambiente del Mezzogiorno d’Italia, in area non solo metropolitana, i problemi sociali sono inficiati anche dall’amplificatore della malavita organizzata più di altre parti dell’ambiente italiano. Ad esempio sull’agricoltura digitalizzata, c’è stato l’ appuntamento online per discutere dei vantaggi della digitalizzazione nel settore agricolo e dello stato dell’agricoltura 4.0 in Puglia. Al termine dell’incontro Neetra premiò le tre organizzazioni vincitrici del bando “La Puglia non è arida”. Due anni fa rividi l’entroterra ambientale agricolo pugliese e mi rallegrai nell’osservare filari ordinati di ulivi, ed altre piante da frutto. Sembrava la silicon valley italiana, se poi si riesce a digitalizzare può anche essere e non sembrare soltanto. A me piace ricordare anche il monito di Nelson Mandela“La mia più grande ambizione è che ogni bambino in Africa vada a scuola perché l’istruzione è la porta d’ingresso alla libertà, alla democrazia e allo sviluppo”. Tutto il sud del mondo dove l’agricoltura è il settore economico basilare e trainante l’economia. Dei 51 stati africani conosco meglio il Kenya, il suo ambiente economico, sociale e religioso nonché naturale come la Rift Valley e le missioni italiane cattoliche attive come quella padovana diretta dal Vescovo Luigi Paiaro. La digitalizzazione del sud del mondo è prioritaria, soprattutto, in agricoltura e servizi, ma lo è anche per il Mezzogiorno italiano ed europeo: Bulgaria, Grecia, Spagna, Portogallo e Romania Slovenia, ecc. Ignazio Silone scriveva che conservare può significare miseria, innovare può significare distruzione. La rivoluzione digitale non fa certo eccezione, essa ha già cambiato molto le nostre vite e le cambierà ancora. Quella digitale appare, quindi, come una rivoluzione altamente pervasiva che riguarda tutti gli aspetti della nostra quotidianità. Si può vivere senza le tecnologie digitali?

Per molti, la rete e la tecnologia costituiscono un bene secondario, non direttamente necessario al benessere dell’individuo, mentre considera prioritari beni quali l’elettricità, senza la quale non si potrebbe vivere, si vivrebbe isolati dalla società, soprattutto in contesti dove tutti si servono delle nuove tecnologie. Fingere che l’innovazione tecnologica, in conclusione, non esista non rende la vita impossibile, ma la peggiora. Non sono pochi quelli che si sono ostinatamente opposti al progresso che è innovazione più che conservazione, della miseria direi parafrasando Silone che mediava tra conservare ed innovare ma sceglieva di innovare pur scrivendo del suo passato e dei sudditi in territorio della Transumanza orizzontale tra Abruzzo e Puglia anche lungo il tratturo Pescasseroli-Candela dove anche mio nonno paterno omonimo conduceva le sue 1000 pecore. Forse anche mio nonno e di riflesso il nipote venivano valorizzati dal vate Gabriele d’Annunzio nella poesia pastorale autunnale: “lungo l’erbal fiume silente, lungo le vestigia degli antichi padri”. Tali tratturi, dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, sono oggi percorsi anche da tecnologia digitale.

 

 

 

 

 

Giuseppe Pace (perf. in Ing. Territorio Univ. di Padova e Consulente Tecnico d’Ecologia Tribunale di Padova)

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