Saviano, 13 Febbraio – Per questo anno 2026 a Saviano non ci sarà la faraonica sfilata dei carri metaforici di Carnevale, per ostacoli che non hanno permesso alla cittadinanza di poter vivere la gioia del Carnevale tra carri allegorici, comitati, sfilate, danze e gioia irrefrenabile. Alla parola di: «Carn’val’ mij’, sì muort’ …» a qualcuno è venuta l’idea di raccontare, proprio per il giorno del martedì grasso il funerale di carnevale. ‘’Carn’val’ mij’, sì muort’’’. L’idea nasce dall’agente di viaggi e assicurazioni Rossano Gaita, ricordando una personalità locale come quella del dottore Fedele De Marino quando negli anni 60’ partendo da Sirico una piccola frazione di Saviano, metteva in scena cortei funebri esotici che animavano i rioni.
Spettacolo rimasto impresso nella memoria collettiva. ‘’Carn’val’ mij sì muort’’’ … era questo un canto recitato in una litania burlesca, dalle donne, dagli uomini e dai ragazzi nel giorno del Martedì Grasso, quando si inscenava la morte e il funerale di Carnevale, fra lamenti, urla, parolacce e finti piagnistei. Una memoria storica che riaffiora nel tempo. Un modo per esorcizzare in qualche maniera il passaggio dal vecchio al nuovo anno.
Durante questa plateale manifestazione, gli esponenti della famiglia di Carnevale (cioè gli organizzatori) intonavano il canto funebre fatto di testi tramandati da famiglia a famiglia. Si racconta che Carnevale abbia la faccia sporca di carbone, e che sia morto con la pipa in bocca, un pancione pieno, un cappello alla pulcinella ed una croce di rape sul petto. Lascia però un testamento scritto, fatto di speranze e di progetti futuri che tutti dovrebbero rispettare. Con questo rito, il savianese Rossano Gaita auspica il ritorno benaugurate di Carnevale, negli anni a venire.
”Comme si’ muorto, gioia mia! gioia, mo moro!
Ha ditto u miedeco de lu Mercato
Che Carnevale sta malato.
E gioia!
Ha ditto u miedeco de lu Pennino
Che Carnevale sta ma lato dint’i stentine.
E gioia!
Ha ditto u miedeco de vascio Puorto
Che Carnevale sta malato n’cuorpo.
E gioia!
E comme l’avite vista st’anno
Lu puzzate b’bedè a ca’a cient’anno”
(Anonimo 1882).
Il Carnevale napoletano trae le sue origini dal mondo pagano greco-romano, come molte delle festività cattoliche. Le feste pagane sono associate spesso alle tradizioni dionisiache e ai saturnali, che segnano un momento particolare dell’anno, quello dell’ingresso del solstizio invernale in onore di Saturno, il dio romano dell’agricoltura.
In questo periodo, infatti, si abbandonavano gli obblighi sociali per vivere all’insegna della spensieratezza, delle musiche, degli scherzi e dell’uso delle maschere, che così diventano il tratto distintivo della festa. Il Carnevale napoletano inizia il 17 Gennaio, nel giorno della festa di Sant’Antuono, e si chiude il Martedì Grasso. La prima traccia del Carnevale a Napoli si ha nel XVI secolo, quando la festa era riservata solo agli aristocratici e alle corti, vissuta spesso nel segno dello sfarzo e del potere. Ma il vero patrimonio è l’altro Carnevale, quello del popolo, quello delle piazze e dei vicoli. Fedele De Marino negli ’60 a Saviano.
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