Nella Villa degli Schiavi emergono le vite sospese di Civita Giuliana
Pompei, 5 Dicembre – Una manciata di fave conservate dentro un’anfora. Un grande cesto ancora colmo dei resti essiccati di frutta. Sono tracce minime, eppure potentissime, della quotidianità di chi, duemila anni fa, non possedeva neppure sé stesso. L’ultima campagna di scavi nella cosiddetta Villa degli schiavi di Civita Giuliana, alla periferia di Pompei, riporta alla luce frammenti di vita rimasti sigillati dall’eruzione del 79 d.C.: il cibo – bene prezioso e misurato – dei lavoratori schiavizzati che i Romani definivano senza esitazione instrumenta vocale, “strumenti parlanti”.
Il ritrovamento è avvenuto in un ambiente al primo piano del complesso, parte del quartiere servile esplorato negli ultimi anni. Qui, in stanze di appena sedici metri quadrati, trovavano posto fino a tre giacigli: spazi angusti dove uomini, donne e bambini trascorrevano gran parte della loro esistenza, ammassati come parte della dotazione funzionale della villa.
Eppure quei resti alimentari raccontano una realtà più complessa. Il Ministero della Cultura sottolinea come in alcuni casi gli schiavi potessero disporre di una dieta più ricca rispetto ad alcuni cittadini liberi. Una contraddizione solo apparente: gli schiavi rappresentavano un capitale vivente, il cui valore poteva raggiungere diverse migliaia di sesterzi. Alimentarli con frutti ricchi di vitamine o legumi ad alto contenuto proteico non era generosità, ma strategia economica: mantenere efficiente lo “strumento”, garantirsi forza lavoro sana, duratura, produttiva.
Gli scavi – finanziati con un contributo di 140.000 euro nell’ambito della Campagna nazionale di scavi 2024 – offrono dunque un nuovo tassello per comprendere non solo la vita materiale degli schiavi, ma anche la logica spietata che regolava il loro mondo.
“È in casi come questo che l’assurdità del sistema schiavistico antico diventa palese”, afferma il direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, co-autore dello studio dedicato al quartiere servile. “Esseri umani trattati come attrezzi, come macchine. Ma l’umanità non si può cancellare così facilmente. Il confine tra schiavo e libero rischiava continuamente di svanire: respiriamo la stessa aria, mangiamo le stesse cose; a volte gli schiavi mangiano persino meglio dei cosiddetti liberi”.
Questa scoperta non offre soltanto un dato archeologico: ci costringe a guardare negli interstizi di una società che fondava la propria grandezza anche sulla spoliazione sistematica della vita altrui. Le fave, la frutta, gli oggetti minimi di un pasto sono ciò che resta di esistenze che la storia ha per secoli ridotto a funzioni. Osservare queste tracce significa interrogare il nostro sguardo sul passato: su ciò che scegliamo di ricordare e su ciò che, troppo spesso, preferiamo non vedere.
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