Napoli, 26 Agosto – La chiamano “viralità”, ma dietro il successo delle challenge sui social media si nasconde spesso un meccanismo perverso: la pressione a mostrarsi originali, estremi, disposti a rischiare tutto pur di guadagnare visualizzazioni e like. È un linguaggio che parla soprattutto ai più giovani, quelli che vivono gran parte delle relazioni nel mondo digitale, dove popolarità e riconoscimento passano attraverso un algoritmo.
Le sfide social non nascono con cattive intenzioni. Alcune si presentano come semplici giochi o balli di gruppo, altre come prove di resistenza o scherzi goliardici. Ma il confine tra intrattenimento e autolesionismo è sottile, e la logica della viralità tende a spingerlo sempre più in là.
Quando i genitori del 27enne di Roseto degli Abruzzi lo hanno trovato senza vita nella sua abitazione, non hanno trovato solo il silenzio di una tragedia familiare. Hanno trovato anche il riflesso di una realtà che si sta imponendo con forza inquietante: quella delle sfide social. Non è certo che il giovane fosse coinvolto in una challenge, ma il sospetto basta a riaprire il dibattito su un fenomeno che ha già lasciato troppe vittime lungo la strada.
Il meccanismo è semplice e perverso al tempo stesso. Una prova nasce come gioco – sdraiarsi rigidi come una tavola in luoghi insoliti, ballare su una base musicale conosciuta, resistere a cibi piccantissimi. Poi arriva la competizione, il bisogno di distinguersi, di osare un passo in più. Così il planking game si è spostato dalle stanze di casa ai binari ferroviari. Così il train surfing ha trasformato tetti di treni e metropolitane in palcoscenici per video mozzafiato. Così la blackout challenge ha portato bambini e adolescenti a sperimentare il soffocamento, illudendosi di fermarsi in tempo. Ogni passaggio è accompagnato dalla telecamera di uno smartphone e dal palcoscenico globale dei social. Più il gesto è estremo, più il video conquista like e condivisioni.
Gli esperti parlano di una miscela esplosiva: la naturale propensione degli adolescenti alla sperimentazione, la percezione ridotta del rischio e il bisogno di approvazione sociale. A questo si somma l’effetto pandemia, che ha moltiplicato le ore trascorse online e alimentato l’ansia di visibilità in un tempo di isolamento. Non sorprende che, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, il 6% dei giovani italiani tra 11 e 17 anni abbia preso parte ad almeno una sfida pericolosa.
Le piattaforme provano a correre ai ripari, rimuovendo video segnalati e introducendo avvisi di sicurezza. Ma la logica degli algoritmi resta la stessa: i contenuti che generano interazioni – e quindi più profitto pubblicitario – sono quelli che giocano sull’emozione forte, sullo shock, sul rischio. E allora, mentre si eliminano i video più evidenti, altri nascono e si diffondono con la stessa rapidità.
Le famiglie delle vittime chiedono maggiore vigilanza, e in diversi Paesi hanno avviato azioni legali. Ma resta aperta la domanda cruciale: fino a che punto un colosso privato può essere investito del compito di tutelare milioni di adolescenti?
Non si tratta solo di “giochi estremi”. Le food challenge, che spingono a ingerire quantità pericolose di cibo o spezie, hanno un pubblico che va ben oltre i giovanissimi. E la cosiddetta cosmeticoressia, l’ossessione delle bambine per make-up e skincare promossa da baby influencer, dimostra che il meccanismo delle sfide non è solo fisico, ma tocca anche il piano psicologico e culturale. Alla fine, il problema non sono le sfide in sé, ma ciò che rappresentano: un rito di passaggio moderno, che sostituisce prove di coraggio di un tempo con performance davanti a una telecamera. In passato erano giochi di quartiere o prove goliardiche; oggi è la rete a trasformarle in spettacolo globale, amplificando rischi e conseguenze.
La vera sfida non può essere delegata solo alle piattaforme: riguarda le famiglie, che devono imparare a entrare nei mondi digitali dei figli; le scuole, che hanno il compito di integrare l’educazione digitale nei programmi; la società, che dovrebbe interrogarsi su un modello di intrattenimento che trasforma in spettacolo anche la sofferenza e la morte. E riguarda, infine, i ragazzi stessi, chiamati a distinguere tra ciò che li fa sentire vivi e ciò che li può uccidere. Un compito enorme per chi ha quindici anni e spesso non possiede ancora gli strumenti per valutare. Forse è qui che bisogna ripartire: dal riconoscere che la sfida più grande non è filmarsi in equilibrio sul tetto di un treno in corsa, ma imparare a crescere in un mondo digitale che tende a premiare l’estremo e a dimenticare la fragilità.
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