Il ddl Nordio passa in terza lettura con 243 sì e 109 no. Non raggiunti i due terzi: il percorso si chiuderà con la quarta lettura in Senato e, con ogni probabilità, con una consultazione popolare nel 2026
Roma, 18 Settembre – La Camera dei Deputati ha approvato oggi, in terza lettura, il disegno di legge costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e istituisce l’Alta Corte disciplinare. Con 243 voti favorevoli e 109 contrari, il provvedimento ha superato la maggioranza assoluta necessaria, ma non la soglia dei due terzi (267 voti) che avrebbe evitato il ricorso al referendum confermativo.
Ora la riforma dovrà affrontare l’ultimo passaggio al Senato. Solo se anche a Palazzo Madama dovesse ottenere i due terzi dei voti — ipotesi ritenuta improbabile — si eviterebbe la consultazione popolare. Diversamente, la parola passerà agli elettori, con un referendum che il governo punta a convocare nella primavera del 2026.
Una riforma storica e divisiva – Il ddl n.1917, promosso dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, riscrive una parte fondamentale dell’ordinamento giudiziario. Il cuore della riforma è la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, ossia tra giudici e pubblici ministeri, oggi uniti da un percorso professionale comune che consente il passaggio da un ruolo all’altro.
Il nuovo assetto prevede due Consigli superiori della magistratura: uno per i giudici e uno per i pm, entrambi presieduti dal presidente della Repubblica e composti attraverso un sistema di sorteggio che coinvolge professori universitari di diritto, avvocati di lunga esperienza e magistrati.
Sul fronte disciplinare, viene istituita l’Alta Corte di giustizia, organo misto formato da magistrati, avvocati e accademici, chiamato a giudicare le responsabilità dei magistrati. I suoi membri resteranno in carica quattro anni senza possibilità di rinnovo immediato.
La maggioranza ha salutato il voto con entusiasmo. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato di una “grande vittoria politica” dedicata a Silvio Berlusconi, sottolineando come la riforma intenda rafforzare le garanzie dei cittadini e il ruolo della magistratura. La premier Giorgia Meloni, sui social, ha definito il passaggio parlamentare un “passo storico” verso un sistema giudiziario più efficiente e trasparente.
Di segno opposto il giudizio dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), che ha annunciato mobilitazioni e una campagna di informazione in vista del referendum: “Questa riforma toglie diritti ai cittadini e mette a rischio l’equilibrio tra i poteri definito dalla Costituzione”, ha dichiarato la Giunta esecutiva centrale.
Il nodo politico: Parlamento o referendum? – Il mancato raggiungimento dei due terzi dei voti conferma che la riforma dovrà concludersi davanti agli elettori. L’articolo 138 della Costituzione prevede infatti che, in mancanza della maggioranza qualificata in entrambe le Camere, ogni modifica costituzionale debba passare dal vaglio popolare.
Per il governo, la prospettiva del referendum rappresenta un’occasione per rafforzare il consenso attorno a una delle bandiere storiche del centrodestra, la separazione delle carriere, da anni oggetto di scontro politico e giuridico. Per l’opposizione e per l’Anm, invece, la consultazione sarà il terreno per denunciare i rischi di un assetto che, a loro avviso, potrebbe minare l’indipendenza della magistratura e alterare gli equilibri tra i poteri dello Stato.
Il calendario politico segna già una data: la primavera del 2026, quando gli italiani potrebbero essere chiamati a esprimersi sulla riforma. Da qui a quella scadenza, maggioranza e opposizione si preparano a un lungo confronto che non sarà solo tecnico-giuridico, ma inevitabilmente politico e simbolico.
La separazione delle carriere, che in Italia non è mai stata introdotta nonostante decenni di dibattiti e proposte, si candida così a diventare uno dei temi centrali del confronto politico dei prossimi anni.
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