Roma, 10 Settembre — Nel cuore della Capitale, la memoria si fa voce e denuncia. In una piazza carica di silenzio e significato, Roma ha ricordato i giornalisti uccisi in Palestina, vittime di una guerra che non risparmia chi cerca solo di raccontare la verità. Con candele accese, immagini, striscioni e nomi pronunciati uno ad uno, la città ha voluto dire forte e chiaro: “La libertà di stampa non si uccide.” L’iniziativa, promossa da associazioni per i diritti umani, sindacati di giornalisti e cittadini comuni, ha visto la partecipazione di centinaia di persone. Un omaggio a quei professionisti dell’informazione che hanno pagato con la vita il coraggio di testimoniare. Secondo i dati più recenti, sono oltre 140 i giornalisti uccisi in Palestina solo nell’ultimo anno: numeri che raccontano una strage silenziosa, spesso ignorata. Al centro della cerimonia, un microfono simbolico è rimasto acceso per tutta la durata dell’evento.
Nessuno ha parlato, ma ogni presenza ha fatto rumore. Alcuni hanno letto estratti degli ultimi reportage scritti da colleghi uccisi, altri hanno deposto taccuini, fotocamere e penne ai piedi di un grande pannello su cui campeggiava la scritta: “Senza testimoni, muore la verità.” Tra i presenti anche esponenti del mondo della cultura, dell’università e dell’informazione, uniti dalla consapevolezza che il giornalismo non è un crimine, ma una forma di resistenza.
“Ogni volta che viene ucciso un giornalista, viene colpito il diritto di tutti noi a sapere. Oggi Roma si ferma per ricordare, ma anche per chiedere giustizia,” ha detto una giornalista presente all’evento. L’iniziativa si è conclusa con la lettura, in diverse lingue, dell’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che sancisce il diritto alla libertà di espressione e di informazione. Un modo per ricordare che, anche a migliaia di chilometri di distanza, la verità resta un dovere universale. Roma ha acceso una luce. Ora tocca al mondo non spegnerla.
Ferrante Rosa
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