Rinascita Festival, Pomigliano riscopre le sue radici tra fabbrica e tradizioni popolari

Pomigliano d’Arco, 26 Settembre – Rinascita Festival per una Pomigliano che guarda al futuro conservando e le tradizioni popolari e la storia dei luoghi e delle radici. Rinascita festival non annulla ma valorizza la Pomigliano industriale intrisa delle radici contadine tra canti popolari e di contestazione operaia. L’occasione è stata offerta dalla presentazione del libro di “Pomigliano cinquecento anni di tradizioni popolari” a cura di Marco Melito, la cui intuizione è stata di racchiudere mezzo secolo di storia locale in un unico volume. Marco doveva fare un lavoro di catalogazione delle tradizioni perché nell’ oralità il ricordo svanisce e si altera. Da qui l’ idea di renderle patrimonio collettivo e consultabile. Un’idea che ha subito entusiasmato l’ex sindaco Michele Caiazzo, a cui Pomigliano deve davvero tutto. Fu colui che avviò e attuò una stagione di opere pubbliche che cambiò il volto di Pomigliano.

Parco pubblico, Parco delle Acque, Piste ciclabili, Castello Baronale, Università, Piscina comunale, centro Rita Atria, asili nido, scuole. Recupero ex distilleria, museo della Memoria. Si fa prima a dire cosa non fece Michele Caiazzo che coinvolse il meglio delle professionalità. Pomigliano e la stagione di lotte e di uguaglianza restano nell’ impegno di chi sa che Pomigliano ha fatto scuola in tal senso. Con l’autore è intervenuto Giovanni Vacca – Docente; Università Roma Tre che ha curato la prefazione del libro. Mi sono entusiasmato perché si parlava di tradizioni intrise dalla dignità e dalla grinta di una classe operaia che ho avuto modo di conoscere da vicino. Ho conosciuto Giovanni Sgammato che di sicuro sarà felice che lo stiamo ricordando .Marcello poi e il suo essere fedele e coerente alle tradizioni e ai valori che mai ha svenduto. Grazie a loro entrai in un capannone ed ebbi modo di vedere questi uomini asserviti alla macchina che producevano in serie sempre con le stesse azioni. La cosa che li rendeva unici era che riuscivano a mantenere la loro identità contadina.

Qualcuno in fabbrica aveva piantato i pomodorini. La Fiat arrivò in una Pomigliano che già conosceva l’industria con Aerfer, Aeritalia ma qui la figura professionale era di operai borghesi che comunque erano operai specializzati con titoli e competenze. In Fiat entrano i contadini attratti dallo stipendio e che non dovevano avere competenze. Entra una massa di forza lavoro che comunque contava perché il comunismo riteneva l’operaio la figura più importante dell’economia capitalista. Oggi con la fabbrica robotizzata l’operaio non conta più e si perde sempre più lavoro e anche tradizioni e radici. Gli operai di allora erano quelli che nel canto contestavano contro le ingiustizie e mantenevano i canti popolari misti alle tradizioni sacre.

Albachiara De Lucia – Presidente Ass. ‘A Sunagliera invece ha sottolineato che le scuole sono veicolo di conservazione e valorizzazione delle tradizioni laddove la politica non si impegna per mantenere il proprio patrimonio demoetnoantropologico”. A stimolare il dibattito è stata Roberta Manfrecola. Si può perdere la memoria? A rispondere è Michele Caiazzo: “Tutto si può perdere se non se ne parla..Bisogna mantenere viva la memoria. Le istituzioni dovrebbero investire sulla cultura che forma menti libere e pensanti”. C’è ancora speranza? Risponde l’ex sindaco Michele Caiazzo: “Il bene comune non può essere piegato alle logiche personali e prima o poi esploderà”.

Anita Capasso

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