Dal monastero di clausura una voce femminile che interroga la Chiesa

Napoli, 2 Febbraio – Nel cuore del centro antico di Napoli, dietro le grate di uno dei monasteri di clausura più antichi della città, arriva una presa di posizione destinata a far discutere il mondo ecclesiale. Dal monastero delle Monache Cappuccine di Santa Maria in Gerusalemme, detto delle “Trentatré”, la superiora Rosa Lupoli apre a un cambio di paradigma nella Chiesa: riconoscere alle consacrate la possibilità di celebrare messa.

«Il celibato è una scelta e va rispettato – chiarisce – ma guardare la Chiesa da un punto di vista femminile aiuterebbe a modificare il modo di vedere il mondo». Parole che non nascono da una provocazione esterna, ma da una comunità di clausura attiva dal 1535, radicata nel quartiere alle spalle dell’ospedale degli Incurabili e quotidianamente a contatto con la sofferenza, le domande e le ferite della città.

A guidare il piccolo monastero è una donna dal profilo tutt’altro che stereotipato. Sessantun anni, originaria di Ischia, una laurea in Lettere Moderne, un passato da pallavolista e una passione mai nascosta per il Napoli calcio, Rosa Lupoli è oggi alla guida di cinque religiose impegnate in una forma di clausura che lei stessa definisce “aperta”. Aperta all’ascolto, alle relazioni, alle necessità concrete di chi bussa alla porta del monastero.

Quel luogo di incontro è la storica “ruota”, il cilindro ligneo che per secoli ha rappresentato l’unico contatto tra il chiostro e l’esterno. Oggi, in piena era digitale, continua a girare. «È il nostro modo di gestire le relazioni – spiega la badessa – qui passano richieste di aiuto, di preghiera, di ascolto. C’è chi chiede l’assoluzione, chi semplicemente di essere accolto».

Per suor Rosa la clausura non è isolamento, ma immersione profonda nell’umanità. «Se qualcuno entra in monastero per fuggire dal mondo, sbaglia strada. La clausura oggi è relazione, è stare davanti a Dio portando con sé il dolore degli altri». Una visione che si riflette anche nella sua posizione sul ruolo delle donne nella Chiesa. L’ipotesi che le suore possano celebrare messa, afferma, sarebbe «un’applicazione concreta della teologia di genere» e un segnale di rinnovamento reale.

Non c’è rottura, nelle sue parole, ma continuità con una tradizione che lei rilegge alla luce del presente. «Non siamo residui di oscurantismo medievale – sottolinea – la nostra missione resta la preghiera, ma una preghiera incarnata nella vita reale».

Intanto il monastero affronta anche sfide molto concrete: i fondi pubblici non bastano per completare il restauro della chiesa e degli ambienti storici. La comunità si affida allora alla solidarietà del quartiere e a iniziative culturali che aprono le porte del complesso monumentale alla città, tra visite guidate, concerti e incontri. «Viviamo di Provvidenza – dice suor Rosa – che passa attraverso uomini e donne capaci di guardare oltre le grate». E forse proprio da dietro quelle grate, da uno dei luoghi più antichi e silenziosi di Napoli, arriva oggi una delle riflessioni più audaci sul futuro della Chiesa.

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.