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Napoli, al via l’inaugurazione della Mostra “Monne e Madonne. Il corpo e le virtù femminili”

Napoli, 8 Ottobre – Domani sera, sabato 9 ottobre alle ore 18, ci sarà un appuntamento indimenticabile per i tanti amanti dell’arte e per i curiosi di carpire la beltà di opere di grande impatto emotivo. Ebbene, nella cappella Pontano e nell’adiacente chiesa del Santissimo Salvatore, in via Tribunali a Napoli, con il patrocinio, tra gli altri, del MIBACT, dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania, della Regione Campania, dei Comuni di Napoli e di Avellino e della Provincia di Avellino, ci sarà l’inaugurazione della Mostra “Monne e Madonne. Il corpo e le virtù femminili”.

L’esposizione vuole proporre una chiave di lettura tematica per selezionare e analizzare, focalizzando l’attenzione sulle presenze femminili, le opere d’arte appartenenti alla Fondazione De Chiara De Maio. La mostra è ideata e curata dallo storico dell’arte Vincenzo De Luca. Nel catalogo, oltre ai testi di De Luca, ci sono interventi di altri studiosi e la prefazione di Vittorio Sgarbi. In San Sebastiano e le pie donne di Luca Giordano la figura di Irene, defilata rispetto al corpo del santo trafitto dalle frecce, viene ri-analizzata come se fosse la protagonista del dipinto; di conseguenza la comprensione dell’intera opera si arricchisce di altri spunti di riflessione. Allo stesso modo, per fare un altro esempio, nel Mosè salvato dalle acque di Antiveduto Gramatica si mescolano le condizioni di tre tipologie femminili diverse: la figlia del faraone, le sue serve, la sorella del bambino. Filippo Vitale nel suo Martirio di Sant’Orsola, oltre a relazionare carnefice e vittima non solo con l’altro ma con la propria coscienza, include possibili vicende personali del vissuto del pittore.

Voluta è la scelta di inserire in mostra due dipinti di autori ignoti che raccontano lo stesso tema, la Deposizione dalla Croce, dove il simbolo della donna tocca vette inarrivabili in Maria che è donna-madre-trafitta dal dolore per la perdita del figlio, climax che Michelangelo oltre un secolo prima aveva isolato nelle sue Pietà. E poi, opere di Marco Pino da Siena, Polidoro da Lanciano, Pedro Nunez del Valle, Francesco Guarini, Francesco Solimena. Queste le motivazioni che hanno spinto il Prof. Vincenzo De Luca, docente di Storia dell’Arte presso l’ISIS “Caravaggio” di S. Gennaro Vesuviano, a scegliere la cappella Pontano come sede della Mostra: “Nel gomitolo aggrovigliato di esperienze architettoniche lungo via Tribunali, decumano maggiore nel cuore antico di Napoli dove le stratificazioni vanno dal periodo greco fino al barocco e oltre coprendo due millenni di civiltà, la manifestazione più ‘lineare’ si palesa nella cappella Pontano. È un nobile esempio di costruzione rinascimentale, realizzata in quello stesso 1492 mentre Colombo approdava nel Nuovo Mondo e quando moriva il più illustre dei Medici, Lorenzo il Magnifico, sul finire di un secolo che ha significato tanto non solo per Firenze e altri Comuni di quell’area italica. La cappella Pontano, insieme ad altri edifici napoletani e agli scritti dello stesso committente umanista Giovanni Gioviano Pontano, sottolinea che il Rinascimento è passato anche nel Meridione – continua il docente – la cappella Pontano è il luogo ideale per l’allestimento della mostra Monne e Madonne. Il corpo e le virtù femminili, per lo più dipinti legati dalla tematica, centrale o defilata, esplicita o appena suggerita, della donna, principalmente del Seicento (a eccezione di una tavola e una tela della metà del Cinquecento e di pochi altri tra Settecento e Novecento).

I termini ‘monna’ e ‘madonna’ sono strettamente legati. Madonna è un titolo d’onore che si usava dal Medioevo in poi parlando di una donna tra le classi più abbienti e che in tempi più recenti ha come riferimento unico la Vergine Maria. L’etimologia è infatti ‘mia donna’. E monna ne è la contrazione. Monna e madonna quasi si confondono e diventano nella mostra il desiderio di recuperare lo sforzo dei pittori di esaltare della donna l’armonia fisica o la forza dei sentimenti. Non c’è luogo più indicato dove la donna può essere raccontata a Napoli, perché proprio in quest’area di via Tribunali, dove insiste anche la cappella Pontano, sorgeva in epoca pagana il tempio dedicato al culto di Diana, protettrice della caccia, degli animali selvatici, delle donne e della loro verginità spesso scelta per evitare matrimoni indesiderati. Queste sacerdotesse erano le dianare, ancora oggi ricordate a Napoli come janare, bollate come streghe, viste poi, nel periodo paleocristiano, come affiliate al demonio. Così si spiegherebbe la genesi della costruzione, nel Medioevo, della chiesa di Santa Maria Maggiore della Pietrasanta dedicata alla Vergine per combattere il demonio che in questa zona si materializzava sotto forma di maiale”.

Accompagnano la mostra due documentari, interpretati dagli attori Francesco Paolantoni e Gigi Savoia, e due sperimentazioni artistiche, una scultorea (copia tridimensionale del dipinto di Antiveduto) e l’altra sartoriale (vestizione in pelle di una Madonna svestita), in collaborazione con il Liceo Artistico “Caravaggio” di San Gennaro Vesuviano. Delle oltre venti opere della Fondazione De Chiara De Maio proposte per la mostra alcune indagano sull’anatomia del corpo, altre su valori metaestetici. Le due sezioni sono dedicate pertanto alla fisicità e al pensiero femminile. Presentarle contestualmente in mostra diventa un percorso agevolato per riscoprire di un lungo periodo storico la considerazione della donna, oltre la sua rappresentazione squisitamente pittorica. Le opere della mostra, divise in due blocchi, ovviamente ognuno in numero di otto per entrare in sinergia mistica con i simboli della costruzione, raccontano – l’uno – la bellezza del corpo e – l’altro – i valori dei sentimenti e del comportamento femminile. Perché se nella cappella Pontano la dedica è alle fattezze anatomiche della donna, nell’attigua chiesa del Santissimo Salvatore sono evocate le virtù. Questa piccola chiesa, per dimensione simile alla vicina cappella, può considerarsi, anche per un passato storico comune, un suo prolungamento. Entrando, la tela d’altare racconta la Trasfigurazione, probabilmente opera di Giuseppe Marullo ma a leggere la fonte di Aspreno Galante (Guida Sacra della città di Napoli, 1872) è da attribuire ad Annella de Rosa: tra la Pontaniana e S. Maria Maggiore è il tempietto del Salvatore colla Congrega del Sacramento, formato da qualche residuo dell’antica Pomponiana, ma interamente restaurato nel 1766. Vi si osserva una tela della Trasfigurazione di Annella de Rosa discepola di Massimo; e nel muro a sinistra un trittico, col Calvario nel mezzo, ed ai lati Carlo Magno col titolo di Santo, e S. Luigi di Francia, credesi del Criscuolo. L’opera più interessante è proprio quella sulla parete di sinistra; Giovanni Filippo Criscuolo, nativo di Gaeta e formatosi tra le botteghe di Andrea da Salerno e Perino del Vaga, può definirsi un divulgatore, verso la metà del Cinquecento, del raffaellismo a Napoli.

I due riferimenti di Annella de Rosa e Giovanni Filippo Criscuolo quasi impongono di farli dialogare con due opere specifiche della mostra, il Martirio di Sant’Orsola ascrivibile a Filippo Vitale in collaborazione con Pacecco de Rosa e il San Michele Arcangelo di Marco Pino da Siena. Il primo riferimento, pure nella errata attribuzione della Trasfigurazione ad Annella, vale quale ricongiungimento tra fratello e sorella, Pacecco e Annella, e idealmente quale richiamo al fervore artistico in zona Monteoliveto poco prima della metà del Seicento, come si legge nelle fonti settecentesche di Bernardo De Dominici, le Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani. Per il secondo riferimento va considerato che con Marco Pino, in una Napoli addolcita dalle maniere di Raffaello (in una cappella nella chiesa di San Domenico Maggiore c’era la sua Madonna del pesce, oggi al Prado di Madrid, che Criscuolo replicherà nelle figure centrali della Madonna con il bambino in un suo polittico di Novi Velia), arrivò anche la rivoluzione michelangiolesca (corpi decisamente muscolosi, movimenti serpentinati e nervosi, impostazione d’assieme chiaramente drammatica). Una delle statue lignee si presta a un progetto di recupero ideale della propria storia, quando era ancora vestita.

La Prof.ssa Maria Rosaria Santin propone, in collaborazione con alcuni allievi del Liceo Artistico “Caravaggio” di San Gennaro Vesuviano, la vestizione del manichino con l’utilizzo quasi esclusivo di pelli per l’abito e il copricapo. La mostra include anche un progetto sinestetico, una sorta di contaminazione sensoriale, rendere visibile con il tatto un dipinto ai non vedenti. Ma non solo, anche per chiunque voglia leggere l’immagine in modo diverso, gustandone con le mani sporgenze e rientranze. L’opera presa in esame è il Mosè salvato dalle acque di Antiveduto Gramatica, che diventa dapprima una scultura in argilla, di grandezza pari al dipinto, realizzata dal Prof. Antonio Teodorico Avello sempre con alcuni allievi del Liceo Artistico “Caravaggio” di San Gennaro Vesuviano. Le sporgenze di paesaggio e figure vanno dallo stiacciato al basso e all’altorilievo fino quasi al tutto tondo. La Fonderia Nolana Del Giudice ha poi tradotto il lavoro di Avello in un unico blocco di alluminio. Per l’allestimento della mostra, la sospensione delle opere su uno scheletro architettonico essenziale a poca distanza dalle pareti consente di vedere oltre, senza invadere l’armonia originale dei due ambienti. Per detta premessa di rispetto dei luoghi, non volendo evidenziare determinati dettagli dei dipinti con luci dirette ma la convivenza pro tempore di due pari livello, cioè il contenuto dei quadri nel doppio contenitore della cappella e della chiesa, è stata decisa un’illuminazione diffusa con pannelli led da studio fotografico e cinematografico.

Verso i due altari, il richiamo al cinema è garantito in due postazioni video che riproducono due documentari su due opere cardine della mostra, la narrazione del San Sebastiano e le pie donne di Luca Giordano (interpretato da Francesco Paolantoni) nella cappella Pontano e il Mosè salvato dalle acque (interpretato da Gigi Savoia) nella chiesa del Santissimo Salvatore. Così come i due ambienti interagiscono con i quadri ospitati, gli stessi dipinti dialogano con le proprie cornici, anch’esse spesso vere opere d’arte. È emiliana della fine del Cinquecento la cornice del San Michele Arcangelo di Marco Pino da Siena e, sempre dello stesso periodo, se non leggermente più antica, quella senese del disegno di Fernando Botero della Monna Lisa, in pastiglia con finiture d’oro. Della prima metà del Seicento sono la cornice piemontese del dipinto di Polidoro da Lanciano, la cassetta emiliana dell’anonimo pittore prossimo al Sassoferrato (Madonna con bambino), quella dell’area centrale della penisola della Sant’Agata di Francesco Guarini e la Salvator Rosa dorata a mecca sempre dell’area tra Roma e Napoli dell’anonimo pittore dell’Annunciazione. Si avrà tempo per visitare la mostra, che chiuderà il sipario il giorno 9 gennaio 2022.

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