Il primato detenuto dall’Italia riguardo ai decessi da infezioni nosocomiali è a dir poco sconfortante: l’ospedale, oramai ben lungi dal costituire il punto di riferimento sicuro per i bisognosi d’assistenza, si sta gradualmente tramutando in anticamera dell’obitorio per le ragioni che s’avrà modo d’illustrare nel prosieguo.

 

Napoli, 5 Giugno – Facendo fede ai dati riportati dal Centro Europeo Malattie Infettive, il nostro Paese è l’ultimo in Europa per le infezioni ospedaliere: ogni anno, infatti, si registrano cinquecentotrentamilamila casi, ma, per rendersi conto della gravità del problema, bisogna prendere in considerazione un altro dato, costituito dai decessi per infezioni da batteri resistenti agli antibiotici. Queste sono, invero, pari a settemilaottocento all’anno – un terzo di quelli che avvengono nell’Unione Europea -, e costano la vita a circa trentatremila persone nel periodo temporale cennato. A certificare la posizione di vertice dell’Italia in questa agghiacciante classifica è il fatto che la probabilità di contrarre infezioni durante un ricovero è del 6%.

Il quadro sinora descritto è a dir poco drammatico, se si considera che le morti per infezioni ospedaliere sono il doppio di quelle legate agli incidenti stradali. Secondo gli esperti, le ragioni vanno ricercate in una strategia di prevenzione insufficiente, nell’aumento dei pazienti più “fragili”, quelli con un’età superiore ai sessantacinque anni, e nell’utilizzo di sistemi sempre più invasivi per l’organismo umano, come cateteri o endoscopi, veicoli di batteri.

Ci si dovrebbe, perciò, adoprare nell’attuazione di pratiche preventive corrette e questo significa applicare protocolli rinnovati ed adeguati. Ne va della tutela dei pazienti e della qualità (oltreché, beninteso, della credibilità) del Sistema Sanitario Nazionale, considerando che i costi di trattamento di una singola infezione variano dai 5 ai 9 mila euro.

In questa situazione da allarme rosso si innesta un altro problema. Ci si riferisce alle piaghe da decubito, uno dei grandi mali dell’assistenza ospedaliera. A tal riguardo, si sottolinea che l’88% degli ospedalizzati over 65 è vittima di questo grave caso di malasanità. È inaccettabile che i dirigenti ospedalieri restino indifferenti quando, invece, sarebbe opportuno applicare con estrema urgenza i protocolli di buone pratiche cliniche già approvati. In altre parole, il diritto alla salute, sancito dal Costituente all’art. 32, sta andando progressivamente a rotoli, venendo calpestato con evidente sistematicità.

Trattasi di un’emergenza che, ahi noi, si persevera nel sottovalutare: ogni anno, sono oltre mezzo milione (su 9 milioni di ricoveri) i soggetti che si recano presso gli ospedali italiani per curare una malattia e si trovano, poi, a lottare contro un’infezione contratta proprio presso la struttura sanitaria.

Questo significa che una percentuale compresa tra il 5 e l’8% dei malati è vittima di un’infezione nosocomiale. In più, annualmente, le infezioni ospedaliere mietono più morti di quanti ne provochino gli incidenti stradali, in quanto, ogni anno, si registrano circa settemila decessi a causa di infezioni nosocomiali (il doppio delle vittime della strada).

L’espressione “infezioni ospedaliere” (o “infezioni nosocomiali”, che dir si voglia) designa quelle malattie contratte in ospedale o in altri ambienti sanitari (case di cura, cliniche di lungo degenza, RSA, ecc.). Secondo le testimonianze rese al riguardo, i reparti ospedalieri in cui si corre il rischio più alto di contagio sono la Terapia intensiva (20,60% dei casi), la Medicina (15,33%) e la Chirurgia (14,20%). Si stima che il 30% delle infezioni ospedaliere sia potenzialmente prevenibile ed evitabili grazie ad una serie di comportamenti professionali sicuri.

È, invero, documentato che l’adozione di programmi efficaci di controllo delle infezioni ospedaliere è in grado di prevenire fino al 32% delle infezioni globalmente considerate, ma attualmente in Italia non esiste (a differenza degli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei come la Germania e la Francia) un sistema di rilevazione di incidenza delle infezioni nosocomiali su base nazionale o regionale e che, quindi, non è possibile effettuare confronti a livello regionale

Ed oltre al “costo” in termini di salute, c’è un altro “costo” significativo che l’adozione di programmi efficaci di controllo delle infezioni ospedaliere potrebbe consentire: gli effetti delle infezioni ospedaliere comportano infatti una spesa complessiva per il sistema sanitario di un miliardo di euro l’anno.

Un contenimento ed abbattimento delle infezioni ospedaliere, quindi, avrebbe impatto economico importante e permetterebbe di riallocare le risorse (e, conseguentemente, di massimizzare i profitti) all’interno del Servizio sanitario. Vien da sé che risulti di grande rilevanza il coinvolgimento delle Istituzioni ed un importante investimento in formazione ed educazione del personale sanitario.

Riccardo Vizzino ed Adriano J. Spagnuolo Vigorita

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