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In Veneto a settembre 2020 la scuola libera e regionale?

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Napoli, 23 Luglio – Il sole che illumina la qualità del servizio scuola sembra ancora molto offuscato da minacciose nubi estive, foriere del burrascoso clima d’apertura delle scuole a settembre prossimo. L’anno scolastico 2019/2020 sarà ricordato come l’anno della Covid-19, con tutto quel che ne consegue. Lo scorso anno sarà ricordato anche per la lunghissima vacanza del milione di docenti (700mila +150mila per sostegno nella scuola statale e 150mila in quella libera) oltre 350mila ausiliari o Ata, dunque circa 1,4 milioni di impiegati pubblici del servizio scuola. Gli studenti italiani sono 7,6 milioni in circa 8,5 mila unità scolastiche con Dirigenti Scolastici. Inoltre nelle linee guida è stato inserito un esplicito riferimento al distanziamento fisico che richiama le raccomandazioni del Comitato Tecnico Scientifico. “Il distanziamento fisico, inteso come un metro fra le rime buccali degli alunni, rimane un punto di primaria importanza nelle azioni di prevenzione”. Per l’anno scolastico prossimo è probabile lo sdoppiamento delle classi con una maggiorazione delle ore di lezione. Per far fronte a questa evenienza è necessario aumentare le ore settimanali degli insegnanti. Quindi si potrebbe portare l’orario settimanale dei docenti delle scuole superiori da 18 a 24 ore con un aumento stipendiale di 500 euro nette al mese (le 6 ore in più sono estendibili a tutti i docenti degli altri gradi di istruzione). Questa è la proposta lanciata dai gruppi FB di RTS a cui seguirà un sondaggio per conoscere l’opinione dei quasi 70mila docenti iscritti. A tal riguardo si ricorda che l’orario di servizio settimanale degli insegnanti attualmente è regolato dall’art. 28 del CCNL secondo quanto segue: “In coerenza con il calendario scolastico delle lezioni definito a livello regionale, l’attività di insegnamento si svolge in 25 ore settimanali nella scuola dell’infanzia, 22 ore settimanali nella scuola elementare e 18 ore settimanali nelle scuole e istituti d’istruzione secondaria ed artistica. Il servizio scuola italiana costa più di 50 miliardi annui al contribuente onesto e tartassato dallo Stato, con molti dei politici poco democratici nel cerchio magico del potere governativo, che sono interessati non a ridurre le tasse ma ad avere altri miliardi di euro da spendere e spandere. Eppure la nostra Repubblica è basata su tre poteri: parlamentare, governativo e della Magistratura che applica le leggi e sanziona i cittadini disonesti, fossero anche parlamentari, premier e ministri. Uno studente costa allo Stato, fino alla maturità liceale, oltre 100 mila euro, nel Veneto con il 65% di scuole non statali fino a 6 anni, invece, lo Stato risparmia 500 milioni l’anno. Per il 2020/21 sarà scuola azzoliniana e non la buona scuola renziana?  

La Ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, afferma: “Vogliamo fare scuola anche fuori dalla scuola: portiamo gli studenti nei cinema, nei teatri, nei musei, facciamo in modo che respirino la cultura di cui hanno bisogno. Portiamo anche i più piccoli al parco quando il tempo lo consente a fare lezione”. E per farlo, ha detto la ministra, “è chiaro che abbiamo bisogno di più spazi”. Conte dice: ”vogliamo una scola più sicura, moderna e inclusiva”, parole di circostanza prive di contenuto reale. I media incensano i nostri peggiori politici, oscurano i migliori in nome del popolo sovrano che li ha delegati con il voto. Vogliamo leggere anche altri media superpartes e per il popolo reale. Le scuole libere c’è ancora chi li etichetta “diplomifici per asini d’oro”. I fondi annunciati “non sono la risoluzione del problema”, ha detto padre Luigi Gaetani, presidente del Cism, la conferenza dei Superiori Maggiori, che rappresenta le congregazioni religiose che gestiscono le scuole cattoliche. Il religioso ricorda che i 900 mila alunni delle paritarie – per i quali operano docenti e altri lavoratori – costerebbero, in caso di loro chiusura, 2,5 miliardi di euro allo Stato. Prima ancora dei problemi economici “queste scuole soffrono la faziosità con cui sono guardate. A minarne la sopravvivenza è, infatti, una sorta di discriminazione culturale, che impedisce di riconoscere loro piena cittadinanza”, ha detto il portavoce e sottosegretario Cei, don Ivan Maffeis Il quale ha poi aggiunto: basta fermarsi sul “vocabolario che ancora le considera ‘private’, scuole di classe, ‘diplomifici per asini d’oro’”.  Gli oltre 50 miliardi spesi annualmente per aprire le aule a 8 milioni di studenti e a 800 mila docenti non bastano più per mantenere l’attuale sistema statale e statalista di uno Stato vassallo che tratta il cittadino ancora come un suddito imponendogli una scuola pubblica ad oltre il 90% dei suoi sudditi, resi pecoroni. Secondo Repubblica, ma anche dei cugini media minori, servono altri miliardi fino al 4,5% del Pil come in altri paesi europei. Così scrivono valenti opinionisti dell’intellighenzia di moda corrente, ma nemmeno una parola per marcare le differenze di qualità dei diversi sistemi scolastici esistenti in Francia, Olanda, Svezia, Gran Bretagna e Germania. Adesso le scuole tedesche sono aperte ad esempio. La lunga vacanza di 1,2 milioni di impiegati della italica scuola non è ancora terminata e se qualche Regione, come il Veneto, non si impunta a settembre comincia un’altra lunga vacanza? Basta che il Governatore “pretenda” dal Ministro, che in Regione Veneto gli impiegati amministrativi degli Uffici scolastici regionale e provinciali lavorino a luglio e ad agosto per predisporre tutte le graduatorie ed iniziare la scuola regolare. Le ferie gli verranno date in mesi diversi, perché no? Invece, L. Zaia non lo fa, forse nessuno lo consiglia in tal senso anche se guadagnerebbe ulteriori consensi di sicuro. Ma in questi giorni la Ministra Azzolina gira e rigira per le Sovrintendenze scolastiche regionali per vedere come predisporre il nuovo anno scolastico o la nuova vacanza dei docenti di scuole statali e legalmente riconosciute? In nessun Paese c’è il primato, incontrato, di una scuola che vieta i diritti basilari degli studenti come il poter scegliere il docente disciplinare similmente alla scelta del medico della mutua o lo specialista, eppure anche l’istruzione è uno dei servizio sociali. Anche la Regione Campania, che con la Sanità non ha sfigurato affatto rispetto alla Lombardia e Veneto, potrebbe sollecitare ed “obbligare” la Ministra dei 5Stelle a non dare le ferie ad agosto e prime due decadi di settembre a chi predispone le graduatorie per i docenti ed Ata, così si riparte puntuali. 

In Veneto la scuola dell’infanzia fino a 6 anni è per il 65% privata o libera (afferma l’animatrice dell’Associazione “Veneto Vivo”), quella obbligatoria e medie superiori era al 17% non statale, poi ridottasi a circa 10% con la crisi del 2008 e col covid19. Il distanziamento la scuola, senza aule e senza docenti, rischia di non riaprire proprio a settembre 2020. Sulla ripartenza delle lezioni, infatti, i conti non tornano e così anche nel prossimo anno scolastico la didattica a distanza sarà inevitabile, questo lo scrive come se fosse un male, ma non è la realtà. Proprio giorni fa la ministra ha ascoltato la Conferenza Stato regioni in merito alle linee guida sulla sicurezza per l’avvio del prossimo anno, nel mentre docenti e famiglie saranno in piazza in tutta Italia per manifestare e chiedere certezze. Ancora mistificazioni se la ministra ascolta una parte sociale e non il Parlamento che è espressione della sovranità popolare. Poveri presidi a leggere i media partigiani: ”Le questioni rimaste in sospeso sono ancora troppe: mancanza di aule capienti con il distanziamento alla carenza di personale docente e Ata, tutto nelle mani dei dirigenti scolastici che invece chiedevano indicazioni precise”. Ma non è proprio così e si fa di tutto per creare altra confusione e stare a casa ancora altri mesi il prossimo anno scolastico? Perché no è così comodo per circa 1,4 milione di persone a cui lo stipendio corre normalmente senza svolgere il servizio se il governo e ministra li asseconda. “La scuola non può partire così, ci deve essere un patto a priori. Altrimenti non la apro, sono pronto anche a manifestare davanti al ministero. Nel mio istituto, per fare un esempio pratico, a settembre ci saranno 900 alunni, ma ho solo un 10% di spazi in più rispetto al massimo della capienza. Come farò?” – la denuncia di alcuni presidi.  Poverini come si preoccupano di altri spazi, difficili da trovare durante l’estate che incombe! E i media gli danno man forte scrivendo: ”Difficile appare dunque il reperimento degli spazi per creare nuovi ambienti didattici, con gli enti comunali e le Province che dovranno fornire alle stesse istituzioni scolastiche altre strutture, come musei, parchi o addirittura ville all’aperto. Inoltre, se gli ambienti aumentano, occorrerà aumentare anche il numero dei docenti. Insomma altra scuola di stato e addio la speranza di pensare ed auspicare una scuola libera che tratti il suddito da cittadino che ha diritto di ricevere direttamente dalla Regione di residenza. Invece non pochi dei media, sempre statalisti e dell’ egalitarismo dogmatico, informano il popolo, suddito: “La grande preoccupazione è che avendo predisposto le Linee guida senza un giusto investimento di risorse, si stia scaricando una grossa responsabilità sulle autonomie scolastiche col risultato di un quadro dell’istruzione legato alle differenze territoriali. Il rischio è di approfondire le disuguaglianze già presenti nel Paese. Il Veneto comunque pare che sia sta l’unica regione ad aprire le scuole durante la chiusura voluta da Roma con Conte per almeno il 10% circa degli studenti: ”Le classi terze e quarte delle scuole professionali del Veneto rientrano in classe per un’intera settimana per preparare al meglio gli esami di qualifica e l’esame per il diploma. «L’amore per i nostri ragazzi ha impegnato le scuole della formazione professionale, con i loro direttori ed i docenti, a pensare ad una settimana di lavoro in presenza per dare un segno di impegno agli studenti – afferma l’assessore regionale alla Formazione, Elena Donazzan – Trovo sia la cosa più giusta, una scelta non solo possibile, ma pure doverosa. Ho più volte denunciato la mancanza di idee da parte del Ministro e l’opportunità di un rientro a scuola che io avrei voluto per tutte le ultime classi di ogni ordine e grado: sarebbe stato un gesto reale di serietà e avrebbe dato la misura dell’attenzione che poniamo all’istruzione dei nostri giovani». Un ritorno sui banchi rivolto ad una platea potenziale di 6.217 studenti, 5.544 allievi del terzo anno ordinario, 508 allievi del terzo anno duale e 1.615 allievi del quarto anno duale: studenti che potranno beneficiare, prima del 30 giugno, termine dell’attività formativa, di una settimana di ripasso e approfondimento in vista dell’esame. Credo che sia giunta l’ora di regionalizzare la scuola, almeno in Veneto dove già il 65% di alunni fino a 6 anni frequenta le scuole non statali e 5 anni fa il 16 dai 6 ai 18 anni frequentava il 15% le altre scuole.

Se si aumentano i finanziamenti alla scuola, i sindacati faranno di tutto perché siano semplicemente aumentati gli stipendi e stabilizzate le posizioni di quasi un milione di insegnanti in una struttura rigida e inefficace. Se si aumentano i fondi all’università, da una parte succederebbe lo stesso, dall’altra non ne beneficerebbe sostanzialmente nemmeno la ricerca la cui qualità non può migliorare immediatamente e con soli più soldi, ma richiede tempi molto lunghi di formazione e di ottenimento dei risultati. Per non parlare del clientelismo e di un sistema di valutazione autoreferenziale e burocratizzato. De Bortoli fa una proposta corretta sollecitando alla responsabilità sociale della grande impresa che nel lungo termine comporta vantaggi anche economici. Temo che non si renda conto che sta chiedendo a un asino di andare al galoppo. Ovviamente, spero di essere smentito. Basta rendere libero lo studente di scegliere tra la scuola regionale o statale e quelle che scieglieranno le scuole regionali pagargli la retta e elargirgli più consistenti borse di studio se gli studenti sono capaci, meritevoli e privi di mezzi per continuare a studiare, solo a loro dalle scuole medie di II grado, l’ISEE verrà stabilito dalla Regione Veneto. Invece pare che, per ora, interessa regionalizzare i 75 mila del personale scolastico per i 600mila studenti veneti. Non si procede così poiché è meglio un docente statale, più imparziale, che regionale se controllato poi dalla partitocrazia pro tempore alla guida della Regione. Solo il libero mercato può aiutare la crescita della qualità del servizio scuola o meglio una sana competizione tra scuola pubblica statale e libera , decentrata o regionalizzata. Presentate intanto le linee guida definitive: un software per i presidi, il nodo dei turni e dei mezzi pubblici. Le regole per riaprire le scuole il 14 settembre escono trasformate dai due giorni di confronto-scontro con le regioni: difficile dire ora se la scuola sarà «più moderna e inclusiva», come spera il premier Conte. Con le regole imposte dall’emergenza manca lo spazio – spiega la ministra Azzolina – per tenere «in classe il 15 per cento degli studenti», cioè 1 milione e duecentomila bambini e ragazzi. Ci sono due mesi per trovarlo. Ci dovranno pensare le Regioni e i Comuni insieme ai presidi. Ma da oggi si può cominciare a lavorare. Il ministero dell’Istruzione ha messo a disposizione un software, chiamato «cruscotto informatico», che li aiuterà nella ricognizione delle criticità, cioè a stabilire dove ci sono troppi studenti rispetto allo spazio Il problema restano gli spazi: mancano per oltre un milione di studenti. I presidi: no a scuole di serie A e scuole di serie B. La commissione di esperti che affianca il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia, commissione di cui fa parte anche Mario Bertolissi, costituzionalista dell’università di Padova che guida la delegazione trattante del Veneto, oltre all’ex presidente della Lombardia Roberto Maroni e a professori notoriamente ostili alla riforma, come Gianfranco Viesti, l’autore della «Secessione dei ricchi». Boccia (da Napoli) rassicura ancora una volta: «Sull’autonomia, che come ci ricorda il Presidente della Repubblica quando è sussidiarietà rafforza l’unità nazionale, stiamo andando avanti». Ma è dura essere ottimisti. Ricorre infatti un altro anniversario di cui c’è poco da andare contenti, quello della conferenza stampa a Palazzo Chigi in cui il premier Giuseppe Conte si disse «lieto di annunciare» che il governo aveva fatto «significativi passi in avanti» sulla riforma. « «Ho preso un impegno – ci guardò dritti negli occhi Conte – e quando prendo un impegno poi lo realizzo. Ci avviciniamo al punto finale». Era il 19 luglio del 2019. Cosa è cambiato da allora? Poco o nulla. Anzi, per certi versi sembra di essere tornati indietro, ai tempi delle baruffe tra il ministro leghista Erika Stefani e gli allora alleati di governo pentastellati. Siamo ancora al tira-e-molla sulle materie. «Confermo che il Veneto chiede 23 materie» ha detto Zaia solo poco tempo fa alla celebrazione dei 50 anni del Consiglio regionale al fianco, tra gli altri, proprio di Boccia. Che subito l’ha rintuzzato: «Sulle materie ci sarà una inevitabile mediazione». E di nuovo ieri ha precisato: «L’esperienza di questi mesi ci ha ancora più convinti che su salute, scuola, trasporto, assistenza deve essere lo Stato a garantire l’universalità delle prestazioni. Dopo l’esperienza del Covid-19, definire i Livelli essenziali delle prestazioni è un passaggio obbligato e il parlamento avrà l’ultima parola, ma su tutte le altre materie un immediato e maggiore decentramento diventa inevitabile. Sindaci e governatori sono a tutti gli effetti rappresentanti dello Stato con una profonda conoscenza del territorio su cui operano». Un esempio emblematico della mafia finanziaria che munge danaro pubblico è dato dalla Guardia di Finanza di Este (Padova) che ha eseguito, di recente, una serie di perquisizioni nelle province di Roma e di Brescia nell’ambito di un’indagine su un Centro Commerciale della bassa padovana la cui gestione è stata caratterizzata, nell’arco di due anni, dall’emissione di fatture false per oltre 8,1 milioni di euro, con un’evasione di imposte e di sanzioni per circa 6,9 milioni. Le indagini prendono le mosse da quelle condotte dalla Procura della Repubblica capitolina con l’esecuzione, nel giugno dello scorso anno, di tre ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti degli amministratori delle società di capitali coinvolte, con il sequestro conservativo di 6,8 milioni di euro per reati di bancarotta fraudolenta e di riciclaggio. Al settentrione dovrebbero conoscere meglio la mafia, ma non quella arcinota del Sud, ma quella loro che hanno in casa da molto tempo, la mafia finanziaria fatta di non poche fatture false per frodare lo Stato, costretto spesso a non intervenire per timore delle potenti associazioni dei commercianti e degli industriali che quasi li tutelano. E ora di informare di più che oltre l’80% dei tributi vengono pagati dai 22 milioni di dipendenti in Italia, meno del 20% deriva dagli indipendenti che,invece, scaricano più del dovuto? Spesso si! Una docente liceale di lettere a Roma espone, senza mezzi termini, la sua visione di scuola statale, cioè statalizzante il suddito a mio avviso. Ma leggiamo che dice:” La scorsa settimana  il Governatore del Veneto Zaia ha incontrato il Ministro per le Autonomie  Boccia e ha annunciato che il Veneto chiederà  a breve l’autonomia su 23 materie tra cui la Scuola.  Lei considera l’autonomia differenziata un ” progetto sovversivo”. Ci spiega perché? Per vari motivi.  Il progetto di autonomia differenziata distrugge in primo luogo il principio di uguaglianza: diritti di cittadinanza differenti – a partire da quelli universali  a quelli sociali – determinati sulla base della residenza: cittadini di serie A, B fino alla Z, a seconda di dove si è nati.  Se la Repubblica ha rappresentato sinora il perimetro entro il quale i diritti dovevano – almeno sulla carta – essere esigibili da tutte/i allo stesso modo e nelle stesse condizioni, l’autonomia differenziata istituzionalizza esattamente la condizione contraria. Viene bandito il principio di solidarietà, sancito dall’art. 2 della Carta, la richiesta di trattenere il gettito fiscale nel proprio territorio (la questione del “residuo fiscale”) elimina la possibilità di provare a sanare le sperequazioni tra i territori (determinate non solo – come invece sembrano affermare i governatori di Veneto, Emilia Romagna, Lombardia – da incapacità e malgoverno). Perché ora si chiede di regionalizzare la vera e propria “spina dorsale” del Paese, la scuola statale, sostituendola potenzialmente con 20 sistemi scolastici differenti, attribuendo alle Regioni tutto: le norme generali dell’istruzione, i contratti, la valutazione, la formazione, il come e il cosa insegnare. Si predispone – in questa logica avida, individualista, proprietaria, famelica – alla privatizzazione tutto ciò che – al contrario – dovrebbe rappresentare uno strumento dell’interesse generale: la scuola e l’università, appunto; l’ambiente, la sanità, le infrastrutture, i beni culturali, la sicurezza sul lavoro, solo per citare le materie più eclatanti. Sovvertendo il dettato costituzionale (già profondamente attaccato dalla revisione dell’art. 81, il cosiddetto equilibrio di bilancio), si configura  – subdolamente – una vera e propria riforma istituzionale, che nega uguaglianza e democrazia. L’Italia non sarà di fatto più una Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma un sistema eterogeneo e con diverse potenzialità di piccole signorie in competizione tra loro. A quanto pare, però, i vostri appelli hanno avuto scarso seguito, scrive Libero Tassella in un’intervista riportata dalla Tecnica della Scuola il 16/07/c.a.: “Purtroppo è così. Il processo di decostituzionalizzazione della scuola va avanti da almeno 25 anni a questa parte, rispondendo alla logica violenta del neoliberismo dettata anche dall’Europa ed ha enormemente allontanato la scuola italiana da questo modello e da queste intenzioni: dalla autonomia scolastica in poi (’97-’99), con la istituzione della dirigenza scolastica (2001) e, nello stesso anno, la riforma del Titolo V, la scuola è stata  decostituzionalizzata; i docenti hanno – sotto i colpi sferrati – purtroppo in molto abiurato al proprio mandato. Le riforme in sequenza – Moratti (2003), Gelmini (2008), Renzi (2015), passando per Fioroni, Profumo oltre ad altri opachi personaggi che hanno occupato quel posto, tutti (coerentemente) interpreti di una medesima visione del mondo e della scuola – il dimensionamento scolastico (2011), la creazione del Sistema nazionale di valutazione  (2013) non sono stati che alcuni passaggi drammatici che hanno configurato questo attacco intenzionale”. La voce della collega in servizio non è isolata perché da decenni lo Stato padronale ha assecondato l’uniformità apparente del sistema d’istruzione, ma in realtà ha reso i docenti semplici impiegati di stato, senza distinguere il merito dal demerito e soprattutto sottopagando i docenti laureati, che in altri servizi statali percepiscono uno stipendio sensibilmente più alto, come ribadisce il collega a Padova, prof. A. Petrocelli: ”al docente laureato della scuola lo Stato dà lo stipendio del diplomato in altri settori statali”. Interessante è l’artico del 2/10/2019 di A. Giuliani su Luca Zaia. Le parole di elogio di Fioravanti sulle scuole paritarie sono state subito commentate dal presidente del Veneto Luca Zaia della Lega: “Magari lo Stato riconoscesse davvero che le scuole paritarie sono una risorsa per il Paese, nei limiti della Costituzione. In realtà lo Stato continua a penalizzare alunni e famiglie delle paritarie, costringendole a pagare due volte il servizio di istruzione, con le tasse e con la retta”, ha  detto il governatore della Lega. Zaia elenca anche un po’ di numeri. “Il ministro Fioramonti dovrebbe sapere – puntualizza Zaia – che in Veneto 84 mila bambini, cioè due bambini su tre sotto i 6 anni, possono frequentare una scuola dell’infanzia grazie alla presenza degli istituti paritari. Se non ci fossero 1.100 scuole materne paritarie quei bambini non potrebbero esercitare il loro diritto all’educazione. La Regione Veneto investe ogni anno 31 milioni del proprio bilancio per garantire il diritto alla scuola ai più piccoli”.  “Tutto ciò – continua il presidente della regione Veneto – avviene in un regime di ormai cronica sottovalutazione da parte dello Stato del servizio pubblico offerto dagli istituti paritari, nonostante il gradimento dell’utenza per la qualità dei servizi educativi e il grande risparmio per l’erario pubblico, visto che il costo pro capite di una scuola dell’infanzia pubblica è più che doppio rispetto a quello di una scuola paritaria”. “Se tutti i bambini sotto i 6 anni del Veneto dovessero frequentare una scuola dell’infanzia pubblica, lo Stato dovrebbe spendere 200 milioni in più”. Sull’interpretazione dell’articolo 33 della Costituzione, che continua a dividere perché non chiarissima, il governatore del Veneto sembra avere solo certezze. “Al ministro che ha giurato sulla nostra Costituzione – dice Zaia – ricordo che l’articolo 33 afferma non solo la libertà di insegnamento e il diritto di istituire scuole e istituti di educazione non statali, ma stabilisce anche che i loro alunni devono avere un trattamento scolastico equipollente alle scuole statali. Invece, a causa di quell’inciso ‘senza oneri per lo stato’, maldestramente interpretato rispetto a quanto affermato dai nostri Padri costituenti, lo Stato penalizza la funzione pubblica delle scuole paritarie e punisce le famiglie, costringendole a pagare due volte il costo dell’istruzione – ribadisce – prima con le tasse e poi con la retta scolastica”. Secondo Zaia “un governo che voglia davvero riconoscere il servizio pubblico delle scuole paritarie non può certo limitarsi a intitolare le sale del ministero ai grandi pedagogisti delle scuole cattoliche, ma dovrebbe cominciare ad applicare la vera parità nel diritto all’istruzione, riconoscendo alle famiglie la libertà di scegliere la scuola migliore per i propri figli, a parità di costo – conclude – cioè senza oneri aggiuntivi, così come in molti altri paesi europei”. Zaia fa bene a difendere le scuole non statali in Veneto, ma non deve applicare una riforma di regionalizzare solo i docenti ed Ata, nulla cambiando al sistema scuola. Deve aprire al privato il servizio scuola e lasciare la libera concorrenza che migliori la qualità del servizio non certo controllando dall’alto regionale docenti, presidi e Ata, che vanno controllati dall’utenza se conferma le iscrizioni anche al secondo anno della scuola che ha liberamente scelto e attendendo dalla Regione solo gran parte della retta pagata se lo studente è capace e meritevole, ma privo o con bassissimo reddito, reddito fissato dalla Regione, che al primo anno sarà più presente anche nel controllare l’insediamento di presidenze e docenti che scelgano liberamente la scuola non di stato. Né sono condivisibili i cosiddetti costi standard sanitari, scolastici, ecc. tanto cari ai politici dell’ambiente frugale. Il milanese ex Ministro dell’istruzione Marco Bussetti, sostenne che le scuole paritarie, oltre a garantire la pluralità di scelta educativa, assicurano un servizio che consente di risparmiare risorse finanziarie, per servizi educativi che dovrebbero essere erogati dallo Stato. Una delle possibili soluzioni da adottare in questo ambito, potrebbe essere quella del costo standard, intesa come libertà di scelta educativa da parte delle famiglie. Si tratta di un modello di finanziamento che non prevede, è bene ribadirlo, il finanziamento diretto dei fondi statali agli istituti: l’intento è quello di affidare ai genitori la scelta della scuola dei figli, destinando in questo modo la quota standardizzata prevista per l’iscrizione e la frequenza delle lezioni, messa a loro disposizione dallo Stato. Questa è una soluzione, non la soluzione che propongo e chi ha a cuore la reale libertà informativa ed educativa laica.

 

Prof. Giuseppe Pace (V. Segretario prov.le Partito Pensionati Padova con delega al decentramento regionale scuola).

 

 

 

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