Napoli, 6 Maggio – Questi cinque giorni di relax in Calabria mi son serviti a pormi ancor più domande del solito: gli argomenti sono i più svariati, ma, siccome ieri era il cinque di maggio, non posso di certo esimermi dal ricordare un personaggio storico che ben duecentoquattro anni or sono, in pari data, esalava il «mortal sospiro», come lo definisce Alessandro Manzoni: sto parlando di Napoleone Bonaparte, condottiero e statista Francese che, oltre alle ben note capacità di stratega militare, fu l’artefice di una modifica radicale che interessò il sistema giuridico d’Oltralpe, con particolare riguardo al diritto privato.
In epoca pre-rivoluzionaria, com’è noto, al centro di tutto era collocata la figura del sovrano assoluto, titolare di tutti e tre i poteri, la qual cosa rendeva pressoché impossibile assicurare l’applicazione uniforme delle leggi, molte delle quali costituivano piena espressione della volontà regia. Non oso immaginare lo stato confusionale in cui versavano gli interpreti, unitamente allo sdegno che ne pervadeva le menti!
Per le ragioni poc’anzi descritte, Napoleone volle, in primo luogo, ridurre quel divario abissale fra sovrano e popolo che Luigi XIV, considerato da molti storici il pioniere dell’Antico Regime, contribuì ad estendere ai massimi livelli: ecco perché, una volta conquistato il potere, egli si fece proclamare Imperatore (non “di Francia”, ma) “dei Francesi”, introducendo un sistema politico terzo rispetto alla monarchia, fonte di malcontento per i Cittadini (non dimentichiamo che l’evento cruciale della Rivoluzione fu la decapitazione dell’allora sovrano Luigi XVI), quanto ad una pseudo-Repubblica ove la sete di potere continuava ad imperversare, nonostante il motto dei promotori fosse «Libertà, Eguaglianza e Fratellanza» (in Francese «Liberté, Egalité, Fraternité»).
Nel 1804 vide la luce, per la prima volta, una raccolta organica e sistematica di leggi privatistiche, il Code Civil Napoleon, che – rifacendosi al diritto privato di Roma antica – spianò la strada al diritto civile moderno: difatti, anche il Codice Civile Italiano prende le mosse anche dall’ordinamento Francese.
Pur tuttavia, mi preme porre in risalto un’evidentissima falla all’interno di tale raccolta (scomparsa, grazie a Dio, nell’impianto attuale): se ci si fa caso, leggendo l’articolo 213 si nota che i doveri fra marito e moglie non sono reciproci, essendo il primo obbligato a proteggere la seconda e costei ad ubbidirgli.
Cari Lettori, secondo Voi si può parlare d’eguaglianza? Assolutamente no, perché dalla disposizione testé richiamata emerge lapalissianamente la concezione patriarcale della famiglia d’allora, plasmata sul modello di quella Romana!
Va, inoltre, osservato che, sebbene le Costituzioni democratiche pongano tutte le persone su un piano di parità, i cosiddetti «padri-padroni» sono tutt’altro che scomparsi, come testimoniano i fatti di cronaca; anzi, nel corso di questi ultimi anni si sono moltiplicati esponenzialmente gli episodi di violenza degli uomini nei confronti delle donne, il cui movente si ravvisa quasi sempre in quella brama di supremazia che anima la mente dei primi (la manifestazione più palese di ciò è senz’altro la gelosia).
Memori di questo «errore» commesso dall’equipe di giuristi selezionati da Napoleone (senz’altro figli di quel tempo), cerchiamo di collaborare affinché ciascun individuo, a prescindere dal proprio status personale e dal proprio sesso, si veda sempre riconoscere quei diritti propri della specie umana che nessuno, ancorché munito di toga, corona, scettro o quant’altro, deve permettersi di calpestare.
In altre parole, pur manifestando la nostra gratitudine al Bonaparte per aver messo in atto quella che si potrebbe definire una «rivoluzione giuridica», prodighiamoci affinché abbia luogo l’effettivo superamento di alcuni stereotipi che, grazie al progresso sociale, sono, al giorno d’oggi tanto obsoleti quanto immorali.
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