Napoli, 18 Ottobre – Un ordigno rudimentale, un’esplosione nella notte, due auto in fiamme. È accaduto alle porte di Pomezia, davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, giornalista Rai e conduttore di Report, simbolo del giornalismo d’inchiesta televisivo italiano. L’attacco, avvenuto nella notte tra il 16 e il 17 ottobre, ha colpito anche l’auto di sua figlia. Un atto intimidatorio tanto vile quanto grave, che segna una ferita profonda nella libertà di stampa del nostro Paese.

La risposta civile, tuttavia, è arrivata subito. Centinaia di persone si sono radunate spontaneamente davanti all’abitazione di Ranucci, portando solidarietà e riconoscenza a chi, da anni, racconta le verità scomode che altri preferiscono ignorare.

“Senza una libera informazione non c’è un Paese che funziona”, ha dichiarato Ranucci ai presenti. “Al di là dell’episodio che mi è capitato, voglio sottolineare che è il contesto che va analizzato e corretto. Viviamo in un Paese con leggi sulla stampa liberticide. Mi ricordava il procuratore Lovoi che dai tempi di Costanzo non accadeva una cosa del genere. Ma questo è un Paese che, come ha ricordato l’Associazione Ossigeno, conta 516 giornalisti minacciati nell’ultimo anno, un record europeo. E ha pagato un prezzo altissimo alla libertà di stampa: 30 giornalisti uccisi dal dopoguerra ad oggi per raccontare mafia, conflitti e terrorismo. Credo che vada corretto il contesto, bisogna battersi per difendere il proprio diritto di essere informati”.

Parole che inchiodano la realtà: quella di un’Italia che da anni si proclama democratica, ma che nei fatti lascia soli i suoi giornalisti, esposti a minacce, querele bavaglio e campagne di delegittimazione. Ogni atto di violenza come questo è un attacco non solo a chi indaga, ma al diritto di ciascun cittadino di conoscere i fatti, di capire, di scegliere consapevolmente.

Non è un caso isolato, ma il sintomo di un clima pericolosamente avvelenato, dove la verità diventa un rischio personale e la trasparenza un gesto di coraggio. E dove la politica, spesso più impegnata a querelare che a proteggere, contribuisce a rendere la stampa un bersaglio. Eppure, la folla davanti a casa di Ranucci racconta anche un’altra Italia: quella che non si piega, che difende il giornalismo libero come bene comune, come presidio essenziale della democrazia.

Perché quando un giornalista viene minacciato, non è solo un cronista a essere colpito: è l’intero Paese a perdere un pezzo della propria libertà. Difendere chi informa significa difendere il diritto di tutti a non vivere al buio. È questo il senso più profondo dell’appello di Ranucci: non una battaglia personale, ma una chiamata collettiva alla responsabilità.

In un’Italia che sembra aver dimenticato il prezzo della verità, serve ricordare che la libertà di stampa non è mai scontata. È fragile, va custodita ogni giorno. E quando brucia — come nella notte a Pomezia — non è solo il fuoco di un attentato, ma l’incendio di una coscienza democratica che non possiamo permetterci di spegnere.

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.