Napoli, 13 Ottobre – La guerra tra Russia e Ucraina continua a correre su due binari paralleli: quello delle armi, con nuovi attacchi contro città e rotte commerciali nel Mar Nero, e quello di una diplomazia che fatica a trasformare le proposte di tregua in un accordo concreto. Mentre Mosca respinge l’ipotesi di un cessate il fuoco di 60 giorni avanzata da Volodymyr Zelensky per consentire lo svolgimento delle elezioni, l’Europa aumenta la pressione sul Cremlino con un nuovo maxi pacchetto di sanzioni. Sullo sfondo resta l’iniziativa del presidente americano Donald Trump, convinto che Vladimir Putin sia più interessato di Zelensky a raggiungere un’intesa.
Kharkiv ancora sotto attacco. A riportare il conflitto alla sua dimensione più drammatica è ancora una volta Kharkiv. Un attacco russo ha provocato quattro vittime civili nella città ucraina, mentre numerosi edifici e infrastrutture sono stati danneggiati. Gli attacchi arrivano in una fase particolarmente delicata, segnata dai tentativi di raggiungere almeno una tregua limitata alle infrastrutture energetiche.
Il 13 ottobre la Russia non avrebbe colpito obiettivi energetici ucraini, per la prima volta dall’annuncio da parte di Trump di una cosiddetta “tregua energetica”. Le operazioni militari russe, tuttavia, sono proseguite contro altri obiettivi, compresi nodi logistici e infrastrutture di trasporto. Anche Kyiv sostiene di aver sospeso gli attacchi contro le raffinerie russe nell’ambito del tentativo di ridurre l’escalation.
Il quadro resta dunque fragile. Zelensky ha più volte sottolineato che qualsiasi cessate il fuoco sulle infrastrutture energetiche potrà funzionare soltanto se applicato in maniera reciproca, dopo che nei giorni precedenti Kyiv aveva denunciato nuovi raid contro impianti energetici ucraini.
A preoccupare ulteriormente i Paesi europei è quanto sta accadendo nel Mar Nero, sempre più coinvolto nella spirale del conflitto.
Due navi commerciali sono state colpite da droni al largo delle coste bulgare. La Chelsea 3, battente bandiera maltese e operata da interessi ucraini, sarebbe stata raggiunta da tre droni: tutti i 15 membri dell’equipaggio sono stati salvati, cinque dei quali con ferite lievi.
Più grave il bilancio dell’attacco contro la HS Dignity, battente bandiera della Guinea-Bissau. La nave è affondata vicino alla costa bulgara: cinque marinai sono stati tratti in salvo mentre altri undici risultano dispersi.
Il premier bulgaro Rumen Radev ha definito gli episodi “assolutamente inaccettabili” e Sofia ha coinvolto Nato e Unione europea nelle consultazioni sulla sicurezza della regione. Le autorità bulgare non hanno però presentato prove conclusive sulla responsabilità degli attacchi. Kyiv accusa direttamente Mosca, mentre la Russia nega ogni coinvolgimento e sostiene che possa essersi trattato di una provocazione.
La vicenda assume un peso strategico che va oltre i singoli attacchi. Il Mar Nero resta infatti una delle principali arterie per il commercio internazionale e per l’esportazione di prodotti agricoli. Qualsiasi ulteriore deterioramento della sicurezza della navigazione rischia quindi di avere conseguenze anche sui traffici commerciali e sui mercati alimentari.
Mosca dice no alla tregua di 60 giorni. Sul terreno diplomatico, intanto, rimangono profonde le distanze. Zelensky ha proposto una tregua completa di 60 giorni come condizione per organizzare nuove elezioni presidenziali in Ucraina. “Dateci due mesi, 60 giorni di cessate il fuoco totale, e organizzeremo le elezioni”, ha dichiarato il presidente ucraino.
Il Cremlino ha però respinto l’ipotesi. Il portavoce Dmitry Peskov ha spiegato che Mosca non sarebbe interessata a una sospensione temporanea delle ostilità, sostenendo di puntare invece a un accordo complessivo e di lungo periodo. Putin sarebbe disposto, secondo il Cremlino, a interrompere gli attacchi nel solo giorno dell’eventuale voto, ma non per i due mesi richiesti da Kyiv.
Le elezioni ucraine sono diventate così un nuovo terreno di scontro politico. Kyiv sottolinea l’impossibilità di garantire sicurezza e regolarità del voto durante una guerra su vasta scala, mentre Mosca utilizza il mancato rinnovo elettorale per contestare la legittimità politica di Zelensky.
Nel confronto diplomatico è tornato a inserirsi Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di ritenere Putin più disponibile di Zelensky a raggiungere un’intesa. “Penso che Putin voglia fare un accordo più di Zelensky”, ha affermato Trump, difendendo anche il proprio annuncio di una tregua sulle infrastrutture energetiche.
La posizione americana ha però aperto nuove tensioni con Kyiv e con diversi alleati europei. Trump ha chiesto all’Ucraina di interrompere gli attacchi contro le raffinerie russe, mentre l’amministrazione statunitense ha alleggerito alcune restrizioni sulle esportazioni russe di diesel nell’ambito di un accordo volto a contenere l’aumento dei prezzi energetici. Una scelta criticata sia in Ucraina sia all’interno degli stessi Stati Uniti, dove alcuni parlamentari temono che possa indebolire il sistema di sanzioni contro Mosca.
Di segno opposto la risposta dell’Unione europea, che il 12 ottobre ha approvato la più ampia tornata di nuove designazioni individuali e societarie adottata dall’inizio della guerra.
Le misure riguardano 1.569 persone ed entità legate al complesso militare-industriale russo: 826 aziende e 743 dirigenti. Secondo il Consiglio dell’Unione europea, diversi soggetti colpiti dalle misure contribuiscono alla produzione di componenti utilizzati in missili, droni e velivoli militari russi. Il numero complessivo dei soggetti sottoposti alle misure restrittive europee si avvicina così a 4.600. È la conferma della strategia europea di continuare a esercitare pressione economica su Mosca mentre prosegue il sostegno militare e finanziario a Kyiv.
Anche dalla Nato arrivano segnali di fermezza. L’Alleanza ha rafforzato negli ultimi anni il proprio dispositivo sul fianco orientale e ribadisce di essere pronta a difendere ogni Paese membro in caso di aggressione. La Nato sottolinea inoltre che, pur non rilevando al momento un attacco militare imminente contro l’Alleanza, le azioni ostili russe contro i Paesi membri — dalle violazioni dello spazio aereo agli episodi con droni fino alle attività di sabotaggio — rappresentano una minaccia crescente.
Da Mosca arriva la lettura opposta. Il Cremlino accusa i governi europei di ostacolare i negoziati e di prolungare il conflitto attraverso il sostegno politico, economico e militare all’Ucraina. Una linea ribadita nelle ultime settimane anche dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, secondo cui l’Europa starebbe facendo “tutto il possibile” per impedire il successo delle trattative.
Il risultato è un paradosso sempre più evidente: mentre si moltiplicano le dichiarazioni sulla necessità di arrivare a una soluzione negoziata, sul terreno aumentano i punti di tensione.
Kharkiv continua a contare le vittime dei bombardamenti. Il Mar Nero rischia di trasformarsi in un fronte ancora più pericoloso per la navigazione commerciale. Washington tenta di imporre una tregua almeno sul settore energetico, mentre Bruxelles aumenta le sanzioni e Mosca rifiuta una sospensione generale delle ostilità di 60 giorni.
La distanza tra le parti resta quindi ampia. E fino a quando non emergerà un’intesa sulle condizioni minime per fermare i combattimenti, anche le aperture diplomatiche rischiano di rimanere fragili parentesi all’interno di una guerra che continua a produrre vittime e a spostare sempre più vicino ai confini della Nato il baricentro della tensione europea.
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