Napoli, 2 Giugno – Per comprendere il motivo che ha spinto la maggior parte dei nostri avi ad apporre la croce sul simbolo della Repubblica, raffigurante – non a caso – un volto muliebre, è assolutamente fondamentale procedere ad un dovizioso esame degli eventi susseguitisi fino ad allora, focalizzandosi particolarmente sulla condotta medio tempore tenuta dalla dinastia sabauda.
Premesso che la ricucitura della Penisola, frutto del lavoro magistrale condotto, in primis, da Mazzini, Cavour e Garibaldi, ha posto fine alle plurime divisioni che, per diversi secoli, hanno dato luogo a contrasti difficilmente sanabili fra i vari volti del potere e le popolazioni ad essi sottomesse – oltre a costituire, come noto, terreno fertile per la nascita di movimenti sovversivi peggiori finanche dei Taliban -, occorre rammentare che, posteriormente al decesso di Re Umberto I, le sorti dell’Italia sono sprofondate nel baratro dell’incertezza: al trono, infatti, era asceso l’unico figlio del defunto sovrano, fra le cui doti non poteva certamente annoverarsi quel carisma proprio di chi l’aveva preceduto.
Nonostante il regno di quest’individuo, tale Vittorio Emanuele III, sia stato il più longevo (è durato, infatti, ben quarantasei anni!), appare del tutto erroneo attribuire a costui quel carisma incarnato dai suoi predecessori, né tantomeno quella neutralità che, nell’Europa di oggi, è propria di quasi tutti i Capi di Stato, a cominciare dalla figura del Sovrano Britannico.
Spesso, nello scorrere le pagine dei manuali di storia – oltreché nello spiegare il periodo a cavallo fra le due Guerre Mondiali -, vien posto, erroneamente, in secondo piano un dettaglio che, a mio sommesso parere, andrebbe preso in seria considerazione, poiché ha determinato il venir meno della credibilità dei Savoia: mi riferisco alla decisione, assunta nel 1922 da Vittorio Emanuele III, di non firmare lo stato d’assedio – approvato all’unanimità dall’allora Esecutivo – a séguito della Marcia su Roma posta in atto da Benito Mussolini, il quale ultimo si sarebbe impadronito, di lì a poco, di quello strapotere che diede luogo ad effetti tuttora tristemente noti.
Una mossa del genere ha lasciato trasparire l’inettitudine di un re che, timoroso di venir deposto dai propri cugini del ramo d’Aosta – dichiaratamente filofascisti -, s’è disinteressato in toto del benessere dei propri Cittadini pur di mantenere i suoi privilegi. C’è, a questo punto, da domandarsi la ragione per cui la persona in questione non sia stata deposta immediatamente, come avvenne per Carlo I Stuart, Re d’Inghilterra dal 1625 al 1649, anno in cui venne giustamente destituito e barbaramente giustiziato.
La risposta ad un siffatto quesito è ben presto data: in quel periodo vigeva, infatti, non una costituzione rigida come quella repubblicana, bensì lo Statuto Albertino (promulgato nel 1848 per volontà dell’allora Re di Sardegna, Carlo Alberto), il quale – oltre a ritenere «Sacra e inviolabile» la persona del Sovrano – non richiedeva un procedimento aggravato per andar soggetto a modifica (in altre parole, era flessibile e non rigido); peccato, però, che i giuristi del tempo non furono lesti nell’accendere nel proprio cervello una lampadina, da individuarsi nell’articolo 104 del Codice Penale operante allora (noto come «Codice Zanardelli», in omaggio al Guardasigilli che, nel 1889, ne favorì la predisposizione e l’approvazione): essa, benvero, comminava la pena dell’ergastolo (con quel Codice venne abolita la pena di morte) a chiunque commettesse un fatto teso a menomare l’indipendenza dello Stato, dunque ben si sarebbe potuta infliggere – mercé l’assenza di una costituzione rigida – a Re Vittorio (come lo chiamavano i media) una condanna esemplare e non cruenta.
Sarebbe rimasto, poi, il nodo successorio, ma non è questa la sede appropriata per scioglierlo. Veniamo adesso a quanto verificatosi Oltremanica nell’età del Puritanesimo: tralasciando i caratteri di questa corrente di pensiero, che stravolgeva a proprio piacimento i precetti della Bibbia, si reputa d’uopo evidenziare che la differenza fra l’ordinamento Inglese e quello Italiano è ravvisabile nella maggior forza che il primo attribuisce al Parlamento (Parliament), decisamente più rappresentativo. Si consideri che, all’epoca, in nessuno dei due Paesi c’era il suffragio universale (introdotto in Italia soltanto in occasione del Referendum istituzionale di cui si celebra quest’oggi l’anniversario), e che in Inghilterra non v’era ancora la monarchia costituzionale come noi la conosciamo.
Carlo I, in quanto monarca assoluto, era intenzionato a concentrare ancora di più il potere nelle sue mani, abolendo, di fatto, parecchie libertà concesse con la Magna Charta Libertatum da Giovanni Senzaterra nel 1215: ecco perché il Parlamento, preoccupato in ordine ad una potenziale deriva, ha deciso – votando democraticamente – di rovesciare il re dal trono (di lì a poco ne è stata disposta l’uccisione in maniera disumana) e di dare inizio a quella breve parentesi (solo apparentemente) repubblicana della storia Britannica.
Tale brevissimo periodo fu tutt’altro che rose e fiori, poiché le redini del potere furono assunte da Oliver Cromwell, il quale si rivelò, di fatto, un dittatore. In sintesi, di quei diritti così strenuamente difesi dal suo popolo – e da lui abilmente strumentalizzati – non importava un fico secco, la qual cosa fece riaccendere il lume della ragione nelle menti degli Inglesi, i quali favorirono la celebre restaurazione di una monarchia che, tutto sommato, ha avuto sinora pochissime mele marce (oltre a Carlo I, va ricordato Enrico VIII, lussurioso e prepotente).
Tornando al passato del Bel Paese, è opportuno porre l’accento sul lunghissimo declino della monarchia sabauda, rimasta spesso indifferente di fronte ai problemi della Cittadinanza (si badi, non più sudditanza): i conflitti mondiali, entrambi combattuti durante il lungo regno di Vittorio Emanuele III, avevano portato fame e miseria, e la figura del monarca era ben lungi dal costituire una valida garanzia dell’unità nazionale e dei diritti umani.
L’unica eccezione va individuata nella persona della Regina Consorte di Vittorio, Elena del Montenegro (che la Chiesa Cattolica ha proclamato Serva di Dio), distintasi in due virtù dai connotati tanto umani quanto cristiani: alludo alla Carità ed alla Pietà, di cui ella ha dato dimostrazione prestando personalmente assistenza ad infermi ed emarginati (questo fu uno dei motivi che spinse taluni a rimanere fedeli alla Corona).
Rebus sic stantibus, gli Italiani, stanchi di cotanta indifferenza (ed inettitudine), tradottesi in una tendenza al tutto fumo e niente arrosto degli ultimi esponenti di Casa Savoia (ossia Vittorio Emanuele III e il di lui figliuolo, Umberto II), si sono armati di schede e matita, favorendo l’instaurazione della Repubblica con la Costituzione più bella del mondo, in cui sono riconosciuti e garantiti diritti e libertà non creati dal potere, bensì connaturali all’essere umano in quanto tale. Viva la Repubblica Italiana!
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